Plusvalenze e attenzione zero ai giovani: il calcio-covid ha riaperto col peggio

Il calcio ha riaperto da quasi un mese, un tempo utile per poter trarre un bilancio abbastanza serio della situazione. Naturalmente stiamo parlando del calcio di serie A, e di quello di B, il resto del movimento calcistico, a parte i playoff di C, è fermo da tempo. E con le problematiche che conosciamo: rischio chiusura per un terzo delle società dilettantistiche, perdita di migliaia di posti di lavoro, crisi dei settori giovanili. Ma, nella nostra panoramica, andiamo per gradi.

Prima di tutto oggi è chiaro perché il calcio ha riaperto. Non tanto per prendere i soli dell’ultima rata dei diritti tv ma per avere le basi legali per poter far causa a Sky per vedere se questi “benedetti” fondi delle televisioni arrivano davvero. Potremmo anche arrivare, se la situazione tra Lega Calcio e Sky degenerasse, al brillante risultato di aver voluto riaprire  un campionato falsato, brutto, inguardabile, rinunciando ad una stagione di riforme, per poi assistere allo spegnimento del segnale di Sky e al fallimento del sistema-pallone per come lo conosciamo. Vedremo.

Oggi il sistema calcio, specie quello italiano, si regge soprattutto sulle plusvalenze. Stiamo parlando della possibilità di scambiarsi giocatori tra squadre per sistemare -attribuendo un valore alto sia al giocatore in arrivo che a quello in partenza- tutta l’architettura di bilancio di una società. Si tratta di operazioni, come quest’anno quella tra Juventus e Barcellona che ha avuto come oggetto lo scambio tra Arthur e Pjanic, che riguardano giocatori di alto livello ma anche di quelle che comportano la sopravvalutazione di giocatori minori in operazioni poco pubblicizzate (quelle che generano le cosiddette plusvalenze fittizie).  La plusvalenza non è la sola operazione interna al bilancio di una società: non  dimentichiamoci, come è accaduto a suo tempo per Barcellona e Real, che il valore dei calciatori può servire da collaterale per ulteriori operazioni finanziarie.

I fondi che ci sono, nei progetti delle maggiori società, servono quindi soprattutto a movimentare i cartellini dei giocatori delle prime squadre per garantire, perlomeno, delle plusvalenze accettabili per sopravvivere tra crisi dei diritti tv, crollo del fatturato pubblicitario, stadi chiusi e blocco, giocoforza, della costruzione di nuovi impianti. Il punto è che tutto questo avviene a detrimento, ancora, del calcio giovanile la cui gestione viene esternalizzata, sempre più, a favore di società satellite che puntano sulla riduzione all’osso dei bilanci per estrarre profitti. Oltre al fallimento della missione sociale del calcio, che non viene trascurata in ambito professionistico in paesi come la Germania, c’è così un serio impoverimento di quello che rappresenta il patrimonio, economico e sportivo, del calcio del futuro. Siamo così al cane che si morde furiosamente la coda: tanto più il calcio ha bisogno dei giovani per risollevarsi sportivamente ed economicamente, tanto  più, per  motivi di bilancio, si taglia il calcio giovanile.  Questo per non parlare del calcio femminile, del quale si teme un crollo degli investimenti.

E il livello del gioco? In questa imitazione estiva di campionato abbiamo visto che, giocando a ritmo ridotto, sono i giocatori con maggior talento ad aver fatto la differenza. I classici giocatori da plusvalenza, tra l’altro. Tutto si tiene in un calcio che sta dando il peggio di sé stesso, con stadi di una vuotezza spettrale, con un gioco che poco ha a che vedere con quello che conosciamo. E c’è il rischio concreto che non sia nemmeno l’estate peggiore del calcio italiano.

 

per codice rosso Leans01 & nlp

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