Cile, 11 settembre 1973: la lezione del golpe

La ragione dell’enorme impatto emotivo conseguente al colpo di stato dell’11 settembre 1973 in Cile risiede non solo nella feroce repressione che ne seguì, ma soprattutto nel fatto che il golpe interruppe tragicamente un’esperienza a cui molti guardavano con interesse e simpatia. Ne scaturì un vivace dibattito politico che dura tuttora.
Il golpe spazzò via le speranze che anche nel “cortile di casa” degli Stati Uniti la sinistra potesse raggiungere il potere per via pacifica, tramite elezioni.

I drammatici fatti cileni costituirono il presupposto per l’elaborazione, da parte del vertice del PCI, della strategia del compromesso storico: Berlinguer ne trasse infatti la conclusione che alla sinistra, per governare, fosse necessario un accordo con le forze cattoliche e moderate.

Più di recente la sinistra neoliberista ha fatto ricadere le responsabilità politiche del colpo di stato cileno sull’”estremismo massimalista” di coloro che avrebbero spinto per una radicalizzazione dell’esperienza di governo di Unidad Popular provocando in questo modo l’ostilità delle classi medie e delle masse cattoliche e la reazione degli Stati Uniti e del capitale internazionale.
La morale sarebbe che non è possibile alcuna vera alternativa e che una sinistra di governo non può alienarsi il consenso dei “poteri forti”.

In realtà per quanto Allende sia stato un politico di grande statura morale, vi furono errori politici clamorosi del gruppo dirigente di Unidad Popular che si rilevarono decisivi.

A proposito delle nazionalizzazioni va ricordato innanzitutto che quelle più importanti (delle miniere di rame, carbone e ferro) furono votate all’unanimità dal Parlamento cileno l’11 luglio 1971 e quindi è difficile descriverle come una trovata bizzarra di settori estremisti.

Va anche detto che poco prima, il 4 aprile il 36% delle elezioni dell’anno precedente era già diventato il 51%, a dimostrazione del fatto che le misure a difesa delle classi meno abbienti riscuotevano grande consenso.

Che successe dopo?

Era chiaro fin dalla investitura di Allende che i fascisti cileni, gli USA e i loro servizi segreti, le multinazionali puntassero al golpe. Ma Allende credette che un assoluto legalitarismo potesse costituire una strategia difensiva efficace contro i golpisti: pensava che non dando adito a pretesti il golpe non ci sarebbe stato.

Non capì che ai suoi avversari interessava ben altro che la legalità del governo cileno…

Fu quindi trascurata o addirittura osteggiata la creazione di organismi di contropotere e di controinformazione (eppure per le elezioni del 1970 erano nati ben 15mila comitati di UP, diffusi in modo capillare in tutto il paese) e fu votata una legge per “il controllo delle armi” che fu usata dalle forze di polizia a senso unico contro le organizzazioni di sinistra, mentre i terroristi fascisti di “Patria e Libertà” avevano piena libertà di movimento.

Non si mise in atto alcuna strategia efficace per assumere il controllo delle Forze Armate, o perlomeno per dividerle. Appena 20 giorni prima del golpe il generale Pratts, uno dei pochi ufficiali di vertice leali al governo, si dimise cedendo alle pressioni delle lobby fasciste indicando come suo successore proprio Pinochet.

Di fronte alle difficoltà provocate dalla strategia golpista (attentati, serrate, provocazioni) si cominciò a fermare il processo di trasformazione, causando la demoralizzazione dei militanti e la diminuzione del consenso popolare.

A rafforzare questa interpretazione può essere paragonato l’esito del golpe in Cile con quello del golpe in Venezuela dell’aprile 2002.

Fatti i debito distinguo (certamente la situazione internazionale non è la stessa) si vede che in Venezuela, di fronte a una strategia golpista del tutto simile, le forze popolari hanno reagito e l’esercito non ha seguito i generali promotori della ribellione.

Come scrive Gennaro Carotenuto “I motivi del rovesciamento della fortuna golpista vanno ricercati dunque nel campo popolare e nell’evoluzione delle forme di militanza, nel modello di stato inclusivo alla base della Costituzione bolivariana, nei meccanismi partecipativi che innescano il senso di cittadinanza, nel diverso ruolo dei partiti”.

Nello Gradirà
(Tratto dall’archivio di SenzaSoste)

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