Referendum: Scacco matto alla democrazia.

La vicenda del referendum segue un finale di partita per la democrazia che non è proprio dei migliori. Non c’è stato lo scacco matto della democrazia contro i populismi ma la democrazia è stata messa sotto scacco dal populismo di destra, senza neppure la possibilità di una patta. È passata la linea che afferma che è bene ridurre i costi di una democrazia troppo onerosa per lo stato italiano. Questa visione paranoica, secondo la quale i mali della democrazia sono da identificarsi nel numero dei deputati o dei senatori, oltre che essere di una superficialità disarmante è estremamente falsa e preserva tutti i privilegi e i meccanismi che dovevano essere eliminati e che sono la ragione di molte proteste popolari. In pratica non si è andati a colpire i privilegi parlamentari come gli alti stipendi, il vitalizio, la pensione d’oro, i vari bonus e le agevolazioni riconosciute ai parlamentari, a punire le assenze nelle aule parlamentari, a contenere l’eccessiva ridondanza di strutture, servizi e di personale presente nelle camere e altro ancora. Si è preferito lasciare ogni cosa al suo posto e togliere molte sedie facendo passare il tutto per una riforma epocale in meglio. Nessuno ha posto al centro della discussione politica di riforma delle istituzioni parlamentari il problema del mancato controllo popolare sui propri rappresentanti politici, né quello della formazione di partitini parlamentari composti da parlamentari o senatori che saltano da un gruppo ad un altro o le scissioni in corso di legislatura con mantenimento della la carica parlamentare. Analogamente nessuno si è posto il problema di limitare il numero di mandati parlamentari o la concentrazione di cariche e lavori alla stessa persona. Come pure si è persa per strada l’idea di correggere il bicameralismo perfetto italiano, attuando la promessa di riforma del Senato della Repubblica prevista nella legge costituzionale n. 3 del 2001, che prefigurava una nuova definizione di Repubblica, che a norma dell’art. 114 della Costituzione è ora «costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato». Non c’è stata una mancanza di coraggio da parte della classe politica, ma sembra esserci una volontà volta a smantellare, riducendo ai minimi termini, la rappresentanza politica, in quanto tropo costosa e perciò insostenibile di fronte al popolo in tempi di crisi. La frittata poi è stata abilmente cucinata con un’adeguata propagandata mediatica e messa nel piatto degli italiani. C’è stato ancora una volta lo scacco matto contro il popolo italiano che, purtroppo, non riesce a darsi una classe politica degna delle sue aspettative.
Da anni sulle tante ferite e sui punti di frattura che minacciano la salute della democrazia, è germogliato il batterio del populismo di destra e la pigrizia delle sinistre ex comuniste non ha fatto altro che aumentare l’infezione. Il sorprendente spostamento di buona parte della sinistra riformista verso posizioni neo-liberiste con sfumature di destra su molti aspetti, come, la sicurezza, l’immigrazione, il lavoro, la sanità, la scuola ha fatto largo ad un fronte di sfiducia e a una profonda disaffezione che spinge molte persone al rigetto dello Stato e dei partiti. Il progressivo affermarsi di una nuova alba che ha sostituito il sol dell’avvenire comunista con l’orizzonte neo-liberale, ci muove ad intervenire con urgenza da codice rosso e con terapie d’urto capace di delineare i contorni e le strutture di una nuova forma politica di rappresentanza, che rivaluti e utilizzi gli istituti della democrazia diretta per rimediare alle carenze democratiche di una classe politica cieca e sorda alle richieste della società civile. Occorre agire con rapidità ed aprire alla possibilità di conciliare rappresentanza indiretta e partecipazione dal basso. Oggi più di ieri, c’è la necessità di intervenire con decisione per bloccare i processi di decomposizione democratica in atto. Il processo decisionale deve essere rafforzato attraverso la partecipazione e il controllo della gente comune per riappropriarsi della democrazia. Una riforma seria non si fa con il taglio dei seggi parlamentari ma con una serie di nuove regole e metodologie, quali: il controllo popolare sui propri rappresentanti ed il rispetto del mandato sui programmi sui quali si è ottenuto il consenso, l’istituzione di un meccanismo che possa prevedere la revoca del mandato dei propri rappresentanti politici («I membri dell’assemblea municipale, incessantemente controllati, sorvegliati, discussi per le loro opinioni, sono revocabili, responsabili e tenuti a rendere conto» cit. la comune di Parigi) che cambiano giubba o non si attengono al programma. Ciò eviterebbe il “salto della quaglia” da un partito ad un altro o la creazione di gruppi e partiti parlamentari che non sono legittimati dal voto popolare. Queste sono piccole modifiche che farebbero molte bene alla salute democratica e disarticolerebbero il trasformismo e il potere politico della casta. A Parigi, era 1871, dei cittadini misero in pratica queste semplici regole ma furono “schiacciati e massacrati “dalla reazione del Governo e dell’Assemblea Nazionale stabiliti a Versailles. Iniziati i combattimenti nei primi giorni di aprile, l’esercito comandato da Mac-Mahon pose fine all’esperienza della Comune entrando a Parigi il 21 maggio e massacrando in una settimana almeno 30.000 parigini compromessi con la rivolta, la cosiddetta semaine sanglante, settimana sanguinosa. Seguirono decine di migliaia di condanne e di deportazioni, mentre migliaia di parigini fuggirono all’estero. (estratto da wikipedia). Quella gloriosa e tragica esperienza nota come “La comune Parigi -1870/71-” dovrebbe essere esaminata con maggiore attenzione nelle commissioni parlamentari e nei partiti, se non altro per i suoi preziosi suggerimenti che nessuno fin ora ha mai riproposto, soprattutto a sinistra, atteggiamento, questo veramente disonorevole.
Tali questioni potevano essere prese come riferimento e direttrici di una eventuale riforma per una ridemocratizzazione delle istituzioni parlamentari e dei suoi regolamenti. La riduzione dei seggi parlamentari con tutte le ricadute negative sulle quote di rappresentanza necessarie alla elezione di deputati e senatori, non lo saranno di certo, anzi, meno seggi, meno rappresentanza, meno democrazia. La via verso la decadenza democratica dello stato è iniziata, ahimè, proprio da qui! Mah?
Rinvigorire il consenso verso le istituzioni e la sinistra per mezzo della riduzione di rappresentanza, mi pare una cura sbagliata che nuoce alla salute della repubblica nata sulla resistenza, con la possibilità di una degenerazione autoritaria della democrazia, ovvero l’inizio di una traiettoria a destra a senso unico dove qualsiasi inversione di marcia è, di fatto, interdetta. Può darsi che tutto questo sia il segnale inconfondibile della vittoria culturale del populismo di destra, che si è introdotto nella società mimeticamente sfruttando la paura, l’insicurezza suscitata dalla crisi e che ha fatto da sponda all’intolleranza etnica, alla xenofobia diffusa, al sovranismo, allo pseudo razzismo del “Prima noi poi loro” oppure del “prima gli italiani (ricchi?)”.Quasi fosse legittimo trattare i diritti come fossero una torta da tagliare a fette assicurando le porzioni più grosse e la precedenza ai nativi e, solo nel caso avanzi qualcosa, non darla comunque ai “loro”, ma preservarla per i momenti di futura carestia, gettando nel cestino l’art.3 della costituzione che reclama il concetto di persona di umanità e di uguaglianza (Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese). Certo, la crisi ha picchiato duro e l’epidemia ha aggiunto il suo carico da novanta. Questa cosa ha disorientato molte fasce sociali, specialmente quelle a basso reddito che non avevano una rappresentanza politica di riferimento a curare i loro interessi. La sfiducia, la rabbia, il timore di perdere tutto e il sentimento di abbandono, hanno preso il sopravvento, a tal punto che l’ideologia del capro espiatorio ha così ricominciato a girare più forte che mai, drenando ulteriori consensi a destra. Questa fioritura della cultura di destra, che si è legata anche a un certo revisionismo storico (contro-storia), proponendo l’immagine di un fascismo del ventennio gentile e dal volto sociale che lascia in ombra bastoni e olio di ricino, ha trovato terreno fertile per la scarsa resistenza culturale di certa sinistra riformista e, in particolare del PD, che, non solo ha rinnegato, senza mai fare i conti col suo passato storico, ma che si è fatto soggiogare nella elaborazione del lutto e della memoria dalle sirene neoliberiste operando una trasformazione ideologica e perdendo buona parte della sua identità comunista. Questa crisi di identità è stata superata con una certa fatica miscelando e diluendo al suo interno, come in un cocktail alcolico, sia lo spirito post democristiano con quello post comunista. Questo processo di snaturalizzazione e rinaturalizzazione in chiave neo-liberista si è compiuto con un parziale ritiro dai territori e con la creazione di strutture centralizzate, dove la base conta poco rispetto ai vertici e al leader.

“Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile (P.P Pasolini)”.

{D@ttero}

Foto da: https://www.pexels.com/it-it/foto/battaglia-bianco-cavaliere-concentrarsi-260024/

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