Sanità: covid e shock economy

di Ciro Bilardi

Nel 2007 Naomi Klein scriveva “Shock economy”, sottotitolo “l’Ascesa del capitalismo dei disastri”.

Nel libro la Klein spiega come il neoliberismo sfrutta lo shock generato da avvenimenti catastrofici per imporre la distruzione della sfera pubblica e la privatizzazione di ogni ambito della vita sociale. “Non molto tempo fa” scriveva la Klein “i disastri erano momenti di livellamento sociale, rare occasioni in cui le comunità frammentate mettevano da parte le divisioni e ritrovavano la coesione. Ma oggi, sempre più spesso, i disastri sono l’opposto: ci mostrano in anteprima un futuro crudele e drammaticamente diviso in cui la sopravvivenza si compra con il denaro e la razza”.

Alla fine della seconda guerra mondiale, ad esempio, in Gran Bretagna ci si accorse che le misure di emergenza e di solidarietà sociale adottate nel periodo bellico avevano prodotto un aumento dell’aspettativa di vita. A partire da questa considerazione venne creato il sistema sanitario nazionale universalistico che è stato per decenni un vanto del Regno Unito. Questo modello fu adottato anche nel nostro Paese con la riforma sanitaria del 1978.

Sessant’anni dopo, un esempio di segno opposto: l’uragano Katrina, che flagellò New Orleans nel 2005. La città statunitense dopo il disastro si ritrovò con infrastrutture e servizi completamente distrutti, ma l’amministrazione Bush, invece di ricostruire, “rifiutò di concedere fondi di emergenza per pagare i salari del settore pubblico, e la città, avendo perso la base imponibile, dovette licenziare tremila lavoratori nei mesi dopo Katrina”. Tra questi c’era chi si occupava di pianificazione urbanistica, mentre milioni di dollari andarono a consulenti esterni molti dei quali erano potenti imprenditori edili. E furono licenziati anche migliaia di insegnanti, aprendo la strada alla trasformazione della scuola pubblica in scuola privata, come aveva auspicato il guru del neoliberismo Milton Friedman.

Nessuna ricostruzione dunque, ma una trasformazione in senso privatistico che aumentò in modo fortissimo le disuguaglianze tra le classi.

Quello che sta avvenendo nella sanità italiana con l’emergenza covid ricorda molto da vicino il caso di New Orleans. Nessuno è stato licenziato, ci mancherebbe, ma i contraccolpi della pandemia ancora in corso stanno minando le fondamenta del nostro sistema sanitario pubblico.

Nonostante la retorica degli operatori sanitari-eroi, che ha imperversato per mesi, nonostante le autocritiche ipocrite sullo smantellamento di quelle parti del sistema che avrebbero avuto un ruolo centrale nell’emergenza (prima tra tutte il mitico “territorio”), si assiste alle stesse politiche di prima: basta guardare la ripartizione dei fondi per il Recovery Plan (o come si chiama) nel quale la sanità è fanalino di coda.

Tutto ciò sta provocando un vero e proprio esodo di migliaia di operatori sanitari (soprattutto medici) che fortemente stressati dall’emergenza e stufi di un sistema clientelare, pachidermico e assolutamente impermeabile ad ogni istanza di cambiamento, lasciano il posto di lavoro: chi può va in pensione, altri si trasferiscono nel privato, molti vanno all’estero (in Europa il 52% dei medici emigrati all’estero è italiano).

In Toscana il saldo negativo previsto tra uscite e nuove assunzioni dal 2018 al 2025 ammonta a circa 1800 unità.

Di recente sei medici del Pronto Soccorso dell’Azienda Ospedaliera Careggi di Firenze si sono licenziati. Medici esperti, tra i quaranta e i cinquant’anni, con quindici anni di anzianità. “Lavoro massacrante e mal retribuito” questa la loro motivazione. Alcuni andranno a fare i medici di famiglia, altri frequenteranno una nuova specializzazione.

La vicenda di Careggi non è l’unica: in Toscana il personale è in fuga da tutti i Pronto Soccorso, nei quali c’è una carenza di organici del 25%. Secondo l’Agenzia regionale di Sanità in questo settore mancano 250 medici.

Il settore dell’emergenza urgenza, si legge sulla stampa, è uno di quelli più a rischio di “burn out”, ma non è l’unico. Entro il 2025, sostiene una mozione approvata in consiglio regionale, potrebbe andare in pensione la metà dei medici specialisti che lavorano nel settore pubblico. Ad aggravare la situazione in questo momento c’è anche da considerare quella percentuale di sanitari (si parla di circa 4500 persone) che non avendo il green pass non potranno continuare a lavorare.

Ma alcuni importanti concorsi per medici e infermieri (per un totale di 2mila assunzioni) sono bloccati. La causa non risiede nelle solite procedure lunghissime che si prometteva di velocizzare,  c’è ben di peggio: il sistema sanitario toscano è in rosso, il buco di bilancio ammonterebbe a 4-500 milioni di euro (secondo il presidente Giani 300), e si prospetta, anziché un potenziamento, una serie di tagli “da lacrime e sangue”: “Oltre al congelamento delle assunzioni” scrive La Nazione “con i piani di raffreddamento della spesa si dà lo stop al pagamento degli straordinari, si chiudono in anticipo rispetto alle previsioni gli hub vaccinali in affitto, gli acquisti vengono rimandati all’anno nuovo”.

In assenza di  nuove assunzioni, i sanitari in servizio sono costretti a fare miracoli per tenere aperte tutte le unità operative presenti negli ospedali. Ma neanche gli straordinari sono garantiti. Chi può scappa.

La cosa più preoccupante è che anche se venissero sbloccate le assunzioni ci sarebbe poca disponibilità di medici per sostituire chi se ne va: perché sono arrivati al pettine i nodi di una politica di numero chiuso sia alle facoltà di medicina che alle specializzazioni. I vincitori dei concorsi rifiutano le sedi “disagiate” come le isole o le zone montane, aspettando di essere chiamati in grandi città e in aziende ospedaliere universitarie. Così nelle zone più decentrate e nelle città medio piccole molte specialistiche sono a rischio chiusura.

In questo quadro un’altra possibile ondata covid darebbe il colpo di grazia a un sistema profondamente in crisi, con una dirigenza politica che appare del tutto inadeguata di fronte a difficoltà di queste dimensioni. La Regione temporeggia, sperando che entro i termini previsti per la chiusura dei bilanci arrivino i soldi del Recovery plan che a quanto sembra la Toscana non avrebbe ancora ottenuto per problemi di carattere amministrativo. Un’altra dimostrazione di inadeguatezza.

La formazione della Giunta regionale dopo le ultime elezioni (settembre 2020) è estremamente indicativa: in piena pandemia, c’è voluta un’infinità di tempo  per individuare gli assessori in base ai vari “Manuali Cencelli“ in vigore, e solo in seguito è stato deciso quale poltrona assegnargli, come se l’importante fosse entrare in Giunta e andare alla sanità o all’agricoltura non facesse nessuna differenza. Alla fine, l’assessorato alla sanità, posto chiave perché com’è noto gestisce quasi l’80% del bilancio regionale, è stato assegnato a tale Simone Bezzini, ex presidente della Provincia di Siena, dalla cui biografia emerge che “ama viaggiare e leggere”, e che ha frequentato l’università senza completare gli studi di economia: nessuna esperienza in sanità.

Rischiamo di trovarci nella classica “tempesta perfetta”, tra direzione politica debole, profondo malessere del personale sanitario e la minaccia covid che incombe ancora. In questo quadro, se dovesse ripetersi una situazione di “ingolfamento dei reparti ospedalieri”, il sistema sanitario toscano rischierebbe veramente di implodere. Ma forse non è necessaria neanche un’altra ondata covid, tanto gravi sono le problematiche a cui ci si trova di fronte.

Concludiamo tornando all’inizio di questo articolo: ma si tratta solamente di difficoltà oggettive e di scarsa competenza, oppure stiamo assistendo a un progetto ben preciso che è quello di distruggere il sistema pubblico e di aprire la strada alla privatizzazione?

Lasciamo al lettore questo interrogativo.

 

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