Dalle foibe al green pass: il politically correct comincia a sgretolarsi

di Nello Gradirà

Sarzana, 3 settembre: Il professor Alessandro Barbero sale sul palco del Festival della Mente  accolto da un’ovazione da stadio. “Dai basta, lasciatemi parlare” scherza visibilmente imbarazzato.  Deve tenere una lezione sulla guerra civile inglese del XVII secolo, un argomento che nessuna rete televisiva oserebbe mettere nel palinsesto negli orari di punta. Ma il numeroso pubblico ascolta con attenzione e alla fine c’è un altro lungo applauso. Il video di questa conferenza ha già fatto su YouTube 165.000 visualizzazioni in una settimana. La conferenza su Camillo Benso di Cavour, pubblicata circa un anno fa, ne ha 1 milione e 700mila, quella su Stalingrado 600mila, quella (meravigliosa) sulla rete spionistica sovietica in Giappone negli anni ‘30 quasi mezzo milione.

Tra le persone che lo seguono moltissimi giovani: un segnale importante in una fase in cui si tenta di eliminare dai programmi scolastici la storia e la geografia, cioè le materie fondamentali per orientarsi nel tempo e nello spazio e comprendere la realtà in cui si vive: per dirla con il titolo di un programma di RAI Storia che il nostro professore presentava: “la bussola e la clessidra”.

Barbero è uno straordinario divulgatore, colto, appassionato, ironico, di grande onestà intellettuale. L’obiettività non esiste, naturalmente, ma lui si preoccupa sempre di mettere in luce e di spiegare anche le posizioni che non condivide. Ed è modesto: nonostante il grande seguito che ha (costruito con l’aiuto di un canale YouTube ma senza ricorrere ai malefici social network) non si atteggia a divo e dialoga con tutti gli interlocutori con grande rispetto. E anche di fronte all’intervistatore più banale riesce a non essere mai scontato o noioso1 .

Ma c’è un problema: il professore si definisce “di sinistra, molto di sinistra”, racconta le miserie e i crimini delle classi dirigenti italiane, smonta le calunnie sulla resistenza e respinge i tentativi di equiparare comunismo e nazismo.

È normale quindi che il sistema mediatico e buona parte del ceto politico e “intellettuale” italiano guardino il fenomeno Barbero con insofferenza aspettando di coglierlo in fallo alla minima scivolata.

E l’occasione per i cani da guardia del “politically correct” si è presentata ben due volte nelle scorse settimane: prima per le sue dichiarazioni sulle foibe, poi per la sua firma in calce a un documento in cui 350 docenti universitari esprimevano la loro contrarietà al green pass.  Due argomenti su cui la cricca che attualmente a reti unificate sostiene il governo Draghi (e più in generale gli equilibri politici della cosiddetta Seconda Repubblica) è pronta ad abbaiare contro qualsiasi opinione dissonante.

Sulle foibe ovviamente si sono scatenati i fascisti di tutte le risme, forti del fatto che la loro versione, senza alcun riscontro storico concreto, “è diventata la narrazione ufficiale dello Stato italiano”, come scrive Eric Gobetti.

Tutto è partito dalle dichiarazioni del professor Tommaso Montanari, che metteva in evidenza l’uso strumentale della vicenda delle foibe da parte della destra, con l’obiettivo di equiparare antifascismo e fascismo e ridare legittimità a quest’ultimo. Il fine dell’istituzione del giorno del ricordo, dice Montanari, è “quello di costruire una ‘festa’ nazionale da opporre alla Giornata della Memoria e al 25 aprile, costruire un’antinarrazione fascista che contrasti e smonti l’epopea antifascista su cui si fonda la Repubblica”. Sono piovute le accuse di “negazionismo”, che non stanno né in cielo né in terra perché nessuno nega che certi episodi si siano verificati (a differenza di quello che fanno i neonazisti con le camere a gas) ma confermano il tentativo di mettere sullo stesso piano – anche da un punto di vista terminologico – le foibe e i crimini del fascismo. “Il senso del mio articolo” scrive Montanari, è che “il fascismo riesce ad avere ragione solo quando trucca la storia”.

Di fronte alle richieste di dimissioni, Montanari concludeva: “Viviamo tempi in cui non è per nulla superfluo ricordare che l’università italiana è doppiamente antifascista: lo è per la sua natura libera e umana di università, lo è per la sua adesione incondizionata alla Costituzione antifascista della Repubblica”.

Il professor Barbero era intervenuto a sostegno delle tesi di Montanari: “Non ha affatto detto che le foibe sono un’invenzione e che non è vero che migliaia d’italiani sono stati uccisi lì (…) La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che (…) siccome tutti, da una parte e dall’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all’altra parte senza che questo debba destare scandalo”.

Non si era ancora spenta l’eco di queste polemiche che è arrivato il documento a firma di 350 docenti universitari, tra cui Barbero, contrari al green pass. “Reputiamo ingiusta e illegittima – vi si legge – la discriminazione introdotta ai danni di una minoranza, in quanto in contrasto con i dettami della Costituzione (art. 32: ‘Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana’)”.

Ma attenzione, non si tratta di un appello “no vax”, tutt’altro. Proprio perché la Costituzione stabilisce che un trattamento sanitario può essere obbligatorio solo se viene disposto per legge, i docenti ritengono che al posto del green pass, strumento di dubbia legittimità con cui si cerca di costringere le persone a vaccinarsi, si debba introdurre per legge l’obbligo vaccinale. In effetti, come dice Barbero, a sinistra non può non destare preoccupazioni il fatto che le aziende possano avere anche questo strumento di controllo sui lavoratori. Una posizione che può essere condivisa o meno ma che senz’altro ha delle basi piuttosto solide. E soprattutto non rappresenta il tentativo egoistico di alcuni baroni universitari di sottrarsi a delle restrizioni ma una proposta di discutere come affrontare la pandemia rispettando i diritti di tutti.

Era davvero troppo, e sono partite le scomuniche da parte di quella che Luca Bottura definisce “la polizia politica che agisce sui social, ma ormai anche nei giornali”. Sulle foibe avevano  iniziato i fascisti di Cultura e Identità: “Non ne possiamo più di storici come Barbero, invitati negli anni al Festival della Mente per raccontare tutta la storia del mondo, da quella medievale fino a quella contemporanea”. Sono ancora quelli che bruciavano i libri o mettevano in galera Gramsci “per impedire a quel cervello di funzionare”. E poi naturalmente i soldi pubblici devono andare a promuovere porcate di propaganda nazifascista come il film Rosso Istria (un clamoroso flop tra l’altro) o roba del genere2

Ma insieme ai fascisti sono scesi in campo i soliti preti del “politically correct”, come Massimo Gramellini, Pigi Battista, Aldo Grasso… Nessuno di questi ha capito nulla né della discussione sulle foibe né dell’appello dei docenti universitari, o ha deliberatamente cercato di stravolgerne i contenuti: Gramellini parla di una corporazione che si mobilita per difendere i propri privilegi perché il green pass sta per essere introdotto nelle università, Il Riformista (vabbè, non varrebbe neanche la pena di citarlo) parla addirittura della “difesa corporativa di bambocci che frignano”, Pigi Battista inventa il termine psichedelico “no foibex”, Aldo Grasso parla della caduta del mito di Barbero, qualcun altro lo descrive come un tuttologo vanesio…

Era inevitabile. Ma le polemiche stupide dei soliti noti sono particolarmente rabbiose perché stavolta si percepisce qualcosa di nuovo nell’aria. Forse da un ceto intellettuale pavido e servile come pochi comincia a emergere qualcuno che non ha paura di esprimere opinioni dissonanti rispetto a un conformismo generalizzato e soffocante che dura da troppo tempo. Un conformismo che riguarda sia la storia della Repubblica (non solo gli anni della Resistenza ma anche quelli più recenti della strategia della tensione) sia la politica attuale, dove la beatificazione continua degli esponenti dell’attuale governo tocca vertici di assoluta comicità.

Sulle foibe, dopo il grande lavoro storiografico di studiosi come Alessandra Kersevan o Claudia Cernigoi, il libro di Eric Gobetti “E allora le foibe?”, gli articoli di Nicoletta Bourbaki, ora anche intellettuali con un grande seguito di pubblico  iniziano a mettere in discussione la versione revanscista degli avvenimenti sul “confine orientale”.

Forse è arrivato il momento in cui a sinistra non ci si rassegnerà più a quell’egemonia ideologica neoliberista e fascioleghista che da decenni ormai condizionano la vita di questo Paese condannandolo al sottosviluppo culturale e al provincialismo.

 

NOTE

1. “Dopodiché” (come direbbe lui) è anche appassionato di calcio e tifoso del Toro.

 

[^2 ]: Su questo filmaccio neonazista si veda l’ottimo articolo di Wu Ming Rosso Istria Archives – Giap (wumingfoundation.com)

 

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