Teatro e Cinema: il sipario si sta chiudendo per sempre.

Nel nuovo DPCM, firmato il 25 ottobre 2020, sono previste delle misure per il contenimento della pandemia che prevedono la chiusura immediata di palestre, sport giovanile, teatri e cinema. Ancora una volta i teatri e i cinema, dopo il lockdown di marzo 2020, sono i primi a chiudere totalmente, trascinando in un ulteriore baratro, i lavoratori dello spettacolo, musicisti, compagnie teatrali, tecnici del suono, operatori culturali di ogni genere.
Il ministro Franceschini giustifica questa scelta affermando che si tratta soltanto di ridurre la mobilità e che si tratta soltanto di una pausa. Il maestro Muti ha subito risposto che si tratta di un segnale sbagliato dove a rimetterci è soltanto il mondo della cultura, i suoi operatori e una visione della società dove arte, musica e teatro vengono considerati superflui.
Persino anche il mite Veltroni domanda perché le messe sono consentite e gli spettacoli no.

La perdita stimata per un solo mese di chiusura è di 64 milioni di euro di introiti diretti per il mondo dello spettacolo, più di 3 miliardi di euro il volume d’affari che gira intorno al mondo di teatri, cinema e concerti, 327.000 lavoratori che stanno dietro  a questo mondo  e che hanno una retribuzione media annua di poco più di 10.000 euro, altro che Fedez e Jovanotti!
Difficile fare però un’analisi seria e complessa rispetto a questa chiusura, ma alcune considerazioni di fondo sono necessarie per cercare di capire e creare dei contenitori aperti da dove far ripartire i luoghi dello spettacolo.

Covid, scienza e spettacolo.

La totale mancanza di una linea guida rispetto alle dinamiche di difesa, d’informazione e di presidio delle strutture pubbliche e private in grado di arginare il covid 19, a 10 mesi dall’inizio della pandemia, i DPCM di questo governo fragile, quelle destre inguardabili, le dichiarazioni dei funzionari OMS, la mancanza di unione degli Stati per la lotta contro il Covid, le varie uscite dei virologi di turno, ormai star dei salotti televisivi, il mondo variegato e contorto delle fake news e del complottismo hanno dimostrato, ancora una volta, come l’informazione sia diventato un bene comune fondamentale da difendere e da ripensare per superare questa crisi particolare e per cominciare a cambiare questo sistema sociale. Il teatro e il cinema non possono subire questo processo economico, politico e culturale di cui non hanno responsabilità, né in termini di contagio né in termini di informazione errata.

I mondi divisi.

La società occidentale neoliberista continua a dividere classi, persone, stati, cittadini, generi, età, luoghi, tempi. In questo caso la lotta dei lavoratori dello spettacolo ha un senso soltanto se si aggancia alla battaglia sul salario minimo, sul reddito di base incondizionato, sulla pensione minima, su quelle lotte che hanno caratterizzato i riders, i call center, le ultime industrie rimaste, lo sfruttamento incondizionato della maggior parte delle lavoratrici e lavoratori, il futuro delle nuove generazioni, il modo di lavorare e il domandarsi, una volta per tutte, che cosa è il lavoro.

Il rituale.

In questo momento storico e economico l’arte in tutte le sue forme sta vivendo un cambiamento radicale dove l’essere con altri, la solitudine degli altri, la malattia, il contagio , il momento fondamentale in cui si incontra l’altro, la storia, la memoria, l’essere davvero insieme ad altri in un incontro pubblico stanno venendo meno. La musica, il teatro o il cinema assumono un valore simbolico che permette di unire le linee del passato con il mondo futuro. Il Covid, oltre la necessità reale e oltre il negazionismo, non deve rappresentare un’ennesima occasione per abbandonare l’altro, il diverso, ciò che ancora si può mettere in discussione e ciò che ancora rimane da fare.

Domanda e offerta.

La società neoliberista, il consumismo sfrenato e la società dello spettacolo hanno modificato e desertificato i luoghi dell’arte da molto tempo ormai: le nostre città sono state svuotate di cinema, teatri e sala da concerto in nome dei luoghi non luoghi (Augè), come i centri commerciali, gli aeroporti, le autostrade o le stesse multisale. La società attuale ha privilegiato la domanda del mercato, come se la cultura fosse un oggetto da vendere, a secondo delle mode o dei condizionamenti pubblicitari, e oscurato l’offerta culturale proveniente da movimenti artistici, gruppi teatrali o musicisti di spessore. Il Covid ha trovato una terra già bruciata da decenni ormai, privilegiando la cosa, il profitto, il valore di scambio e non le persone e le idee del mondo artistico.

Rivoluzione digitale e trasformazione antropologica.

Non possiamo più tornare indietro: il mondo digitale, dopo le profonde trasformazioni strutturali e finanziarie, avvenute a partire dagli anni 80, ha cambiato il nostro modo di essere, osservare, vedere un film, ascoltare una poesia, partecipare ad un concerto. In questa decisiva mutazione antropologica l’arte deve riprendersi le sue responsabilità e mutare direzioni, ripensare luoghi e tecnologie, individuare i luoghi da cui ripartire, capire i tempi dell’attesa e quelli della rivoluzione da intraprendere. Amazon, Netflix e Facebook, i loro algoritmi e big data, devono restituirci i loro profitti in termini di reddito, ma anche le nostre idee, i nostri pensieri e le nostre possibilità.

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