“Una app per tracciare il covid-19”. Siamo sicuri?

A partire dall’inizio del mese abbiamo posto ad alcuni amici storici una serie di domande sul rapporto tra emergenza covid-19 e uso emergenziale delle tecnologie. Le domande poste non erano una vera intervista quanto una traccia che serviva per stimolare la discussione. Ci ha risposto un esperto, che vuol rimanere rigorosamente anonimo, con un intervento decisamente interessante che spiega come, tramite un’emergenza come la pandemia da coronavirus, si pongano le condizioni per “nuove tecnologie politiche” piuttosto che innovativi sistemi di controllo. Pubblichiamo qui le cinque tracce di partenza e successivamente l’intervento del nostro esperto che ringraziamo vivamente.

1) Dall’inizio dell’epidemia stai seguendo eventuali adozioni di tecnologie che possono ledere la privacy anche dopo la crisi o trovi la situazione veramente spiazzante?

2) La sorveglianza tramite uso dei droni da parte delle amministrazioni locali ha fatto nascere tanti modelli “società di controllo fai da te”. Quali sono secondo te le derive più pericolose di questo modello?

3) dal tuo personale punto di osservazione quali sono le tendenze più pericolose nei dibattiti sui social, quelle che possono fare opinione pubblica per favorire soluzioni pericolose contro la privacy?

4) Pensi che soluzioni “cinesi” e “coreane” di controllo sociale a causa dell’epidemia possano essere adottate in Italia e andare oltre l’emergenza?

5) infine un commento a questa notizia https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2020/03/31/nasce-la-task-force-tecnologica-contro-il-virus-un-team-con-74-esperti_ffdf7852-0def-4711-82f7-c79677fbe0ac.html

La redazione di Codice Rosso


L’attuale dibattito sul ruolo che le tecnologie digitali dovrebbero avere nel contenere la propagazione del COVID-19 è giunto ad un’epilogo prima ancora di cominciare. I Big Data – ci dicono politici, esponenti del mondo dell’industria, star di Twitter, signori del silicio ed imprenditori furbetti travestiti da hacker – sono strumenti “assolutamente necessari” per mappare la diffusione del morbo, circoscriverlo e, quindi, governarlo: non c’è alternativa. Ma quando fanno questa affermazione stanno parlando di loro o di noi? Oltre ad essere viziato da una falsa premessa – rendere visibile un problema non significa affatto essere in grado di risolverlo –, questo ragionamento prepara il terreno per il prossimo disastro. Le tecnologie di sorveglianza infatti non sono state progettate per governare un virus o una pandemia – fenomeno di per sé ingovernabile – ma gli esseri umani. Sono il fulcro di un sistema di dominio che è la vera causa di questa crisi e, pertanto, devono essere considerate come parte del problema e non della soluzione.

Mistica del pensiero computazionale

L’app che ci salverà” titolava La Repubblica il 2 Aprile parlando dei piani di palazzo Chigi per mettere il virus con le spalle al muro (e, presumibilmente, fargli un bel selfie). “Una luce per smettere di brancolare nel buio” intonava un coro di voci bianche del Manifesto solo pochi giorni prima, implorando l’intervento dei sacerdoti della Silicon Valley per toglierci dai pasticci. Piglio ben più baldo e guerresco quello di Michele Mezza che, dalle colonne dello stesso quotidiano, sosteneva che gli algoritmi del capitalismo di sorveglianza siano “l’artiglieria pesante per identificare i motori del contagio e poterli attaccare“. Alla viralità del COVID-19 contrapporre la “viralità della rete per rintracciare e circondare il virus“, è l’imperativo categorico lanciato da Vincenzo Vita (una volta i comunisti dicevano “Facciamo come la Cina“, oggi invece preferiscono fare come Cambridge Analytica). Suggestioni New Deal quelle di Vanni Rinaldi, responsabile Innovazione Lega Coop Nazionale – aiutami a dire “sti cazzi” – che con foga keynesiana chiede ai governi di siglare “un patto della condivisione etica dei dati” (anche se non è ben chiaro, probabilmente nemmeno a lui, chi dovrebbero essere i controfirmatari). Chiudono il cerchio Sandro Del Fattore e Cinzia Maiolini, dirigenti CGIL nazionale, secondo cui tracciamento e raccolta dati sono una forma di “solidarietà digitale” che non deve finire nelle mani dei monopoli privati (molto meglio che a farne abuso sia il monopolio di Stato).

Ironia a parte, il fatto che nell’opinione pubblica “di sinistra” sia passata l’idea che la sorveglianza digitale possa essere uno strumento posto a salvaguardia della salute pubblica – una sorta di “mascherina 2.0” – dimostra l’assoluta egemonia culturale di quello che James Bridle ha definito come “pensiero computazionale“. Parente stretto del “soluzionismo tecnologico” teorizzato da Evgeny Morozov, il pensiero computazionale è un rozzo approccio epistemologico che presuppone un nesso causale tra quantità e qualità: maggiore sarà il numero di informazioni a mia disposizione, migliori saranno le decisioni che sarò in grado di prendere. Secondo questa logica, qualsiasi problema, indipendentemente dalla sua natura, può essere risolto mediante il calcolo computerizzato. Come? Semplice, si raccoglie il maggior numero possibile di informazioni che riguardano il busillis, le si inserisce in un bel database e lo si da in pasto ad un computer di adeguata potenza cui spetta il compito di elaborare una soluzione. L’ISIS fa strage a Parigi? Stendiamo una rete a strascico su Internet per raccogliere ogni singolo bit generato tra Baghdad e Londra ed il computer ci dirà con precisione dove e quando avverrà il prossimo attacco. Il cambiamento climatico minaccia l’esistenza della vita sul pianeta? Embeddiamo un chip nel soffione della doccia e ci facciamo dire da un sistema di domotica quanto tempo dobbiamo stare sotto l’acqua calda per essere eco-sostenibili. Scoppia una pandemia globale? Seguiamo i movimenti di due miliardi di persone e se risulta che qualcuno è stato a contatto con un malato c’è un app che gli dice di stare in quarantena (ed è inutile che esca di casa perché tanto senza esibire il codice QR che ne attesta lo stato di salute non può nemmeno entrare dal ferramenta). Tutto può essere reso migliore se è reso visibile all’occhio dei computer. Se tutto è “sotto controllo” siamo tutti “al sicuro”. Basta fidarsi.

Peccato non sia così. La promessa della sorveglianza che garantisce la sicurezza è già fallita altrove ed a fronte di expertise ed investimenti ben più significativi di quelli messi in campo da uno stato che non è neppure in grado di garantire il funzionamento di un portale per la previdenza sociale. Quando? Per esempio durante la “war on terror” quando quelle stesse agenzie di law enforcement che avevano disseminato di sonde e sensori il corpo sociale, sono state costrette a fare i conti con un eccesso di intelligence che rendeva impossibile attribuire qualsiasi significato alla mole di dati raccolti. Oppure durante questa stessa crisi, quando le autorità di Whuan non sono state in grado di vedere il pericolo imminente (o hanno scelto di non vederlo), nonostante potessero contare su un sistema di controllo sociale elettronico ben più efficiente di quelli occidentali. Ecco allora due notarelle veloci per gli adepti last minute del grande fratello che veglia su di noi e sui beni comuni. Primo. Ammassare dati è cosa ben diversa dall’essere in grado di saperli trattare per produrre degli “output” utili (a che cosa poi?). Come osservato anche dal presidente dell’autorità garante per la privacy Antonello Soro, “si possono raccogliere tutti i dati possibili sui potenziali portatori (sani o meno che siano) ma se poi per mille motivi non si hanno le risorse per accertarne l’effettiva positività, temo che non andremo molto lontano“. Secondo. Nessuna tecnologia produce effetti benefici di per sé, tanto meno quando viene messa al servizio di un potere corrotto. Nascosti dietro all’oracolo tecnologico ci sono mestieranti della politica, approvvigionatori di appalti travestiti da assessori alla sanità ed affaristi con lo stesso codice etico dei narcos messicani. Quelli che oggi ci garantiscono che un’app e qualche tampone basteranno per farci tornare al lavoro sicuri – e se non fosse che stiamo morendo di fame, chi cazzo ci vorrebbe tornare – sono gli stessi che ieri si sono resi responsabili di una strage nelle RSA lombarde o non si sono fatti scrupoli a mandare al macello migliaia di persone perché la produzione doveva continuare a correre. È con questi personaggi che dovremo siglare un “patto etico”? È di loro che dovremmo fidarci?

L’infrastruttura del covid-19

Potete buttare giu’ le nostre porte e le nostre teste. Mandare perquisizioni a tappeto nel cuore della notte e cercare sotto cuscini, materassi e lenzuola. Potete mettere sotto controllo i social network ed indicizzarli fino all’ultimo tweet. Tracciare i telefoni, registrare le chiamate, archiviare gli SMS. Potete fare datamining geo-referenziato delle query di Google. Potete far volare i droni sopra le città e mandarli a perlustrare strade, piazze e vicoli fino all’ultimo centimetro quadrato. Potete lanciare app di auto-delazione che sfruttano il bluetooth, il GPS, le celle telefoniche, il codice IMEI o il numero verde del Viminale. È anche facile che troviate qualche paladino “anarchico” dell’open web – e, a sua insaputa, dell’open government – che si presterà al ruolo di utile idiota e per due spicci ve ne scriverà una versione free software, rilasciata sotto licenza GPLv3 e con un design “privacy-oriented” che rispetta il GDPR: una bella mano di cosmesi per convincere l’opinione pubblica della trasparenza dell’operazione – più trasparenti di così si muore, anzi, mi sa che si muore lo stesso – e magari evitarsi noiose seccature con il garante della privacy.

Insomma, potete fare quello che già fate da anni – per fortuna che nulla sarebbe stato più come prima – ma lasciatevi svelare un segreto: non troverete il COVID-19 perché il virus non è affatto nascosto. Tutt’al più è trasparente, e non per via delle sue dimensioni microscopiche, ma perché è immanente all’organizzazione stessa del mondo. Si propaga correndo sulla linea delle infrastrutture che definiscono l’organizzazione delle nostre società, annidandosi tra le ideologie e le economie politiche che ne definiscono la forma, assemblandosi con esse. Le ragioni della vostra inefficienza nell’arginare la diffusione del coronavirus sono lampanti: quelle si non possono essere nascoste, perché risiedono proprio nell’efficienza spietata con cui il neo-liberismo costruisce la forma di vita che ci costringete a vivere. D’altra parte al cuore della sua organizzazione non c’è forse la logistica, la scienza che studia come assicurare la continuità delle reti di trasporto? Non ci si dovrebbe stupire più di tanto allora se il virus “non si ferma”.

Pure al Corriere della Sera ne hanno dovuto prendere atto ma solo dopo che – miracoli del pensiero computazionale! – un ricercatore dell’Istituto per le applicazioni del calcolo “Mauro Picone” ha pubblicato un brillante studio matematico dove “dimostra” come le provincie italiane più colpite dal contagio si distribuiscano lungo quattro trafficate arterie autostradali internazionali. Tradotto: il virus non lo hanno portato in giro i runner ma i tir che trasportano merci e beni di consumo da una parte all’altra del continente. Ora non ci resta che attendere il paper prodotto da un qualche dipartimento di statistica che metta nero su bianco come negli Stati Uniti esista una correlazione diretta tra l’altissimo numero di vittime registrato fra le minoranze etniche più vulnerabili e l’assenza di un servizio sanitario di qualità per chi è sprovvisto di assicurazione medica. Oppure che renda evidente con numeri granitici come lo smembramento del nostro SSN, fatto per accontentare l’Europa in un’ottica di taglio della spesa pubblica e competizione tra diverse aziende territoriali, abbia danneggiato il nostro diritto alla salute e spianato la strada all’infezione. Mentre aspettiamo di leggere su un giornale scientifico peer reviewed che uno più uno fa due, dovremo forse cominciare a considerare l’ipotesi che se davvero vogliamo “attaccare i motori del contagio“, più che attaccarci ai motori di ricerca, dovremmo attaccare i sindacati confederali. Quelli che i primi giorni di marzo, davanti agli scioperi spontanei esplosi a macchia di leopardo nelle fabbriche della Lombardia, hanno scelto la via della “responsabilità” invece di quella del conflitto, firmando protocolli d’intesa ridicoli con Confindustria e sacrificando sull’altare della concertazione la vita di migliaia di persone. Visto che questi sono gli “antagonisti” degli industriali non sorprende che qualsiasi piccolo imprenditore si senta libero di auto-certificare l’essenzialità della sua fabbrichetta (anche se produce presse idrauliche) o di adottare misure di sicurezza che sono una barzelletta. Tanto chi controlla? Le prefetture? Non avrebbero abbastanza personale per farlo ed in ogni caso quello a disposizione viene impiegato nei raid in elicottero per dare la caccia a bagnanti solitari sulle spiaggie di Palermo o per sgominare i pericolosi assembramenti che si vengono a creare sui tetti dei condomini durante le grigliate del lunedì di Pasquetta. Atteggiamenti bollati come “irresponsabili” da un sistema mediatico marcio che si erge a fustigatore morale del popolo mentre gli editori dei giornali contano i profitti favolosi incamerati negli ultimi due mesi a suon di clickbaitingnon serve andare fino in Russia per trovare la fabbrica delle “fake news”, basta bussare alla porta di chi cura i titoli dell’edizione on-line di Repubblica – o fanno a gara a pubblicare per primi, e senza uno straccio di contesto, la bozza di un CDPM ancora in discussione, scatenando così il panico e provocando fughe di massa che portano il virus verso sud. “Ivvesponsabili! Dovete stave chiusi in casa!” sbraita una nota giornalista democratica su Twitter mentre guarda il mondo dall’alto del suo terrazzo di casa ai Parioli. Chi sa se quel tweet l’hanno letto anche i rider di Foodora che la sera tardi, mentre attendono la metropolitana per tornare a casa dopo aver passato tutta la giornata a consegnare cibo spazzatura per quattro euro l’ora, scorrono annoiati la timeline sullo schermo dello smartphone. Li avete visti? Tutti ammassati l’uno sull’altro, tutti senza mascherina: si saranno sentiti un po’ ivvesponsabili pure loro? Mica come i capetti di quel magazzino Amazon nel centro Italia che, davanti alle richieste di un loro dipendente – “Non è che potete darci le mascherine per lavorare? Mia madre ha avuto il cancro ed è immunosoppressa, se si ammala ci rimane” – si sono subito fatti in quattro per tutelare la sua salute e quella dei suoi famigliari. E hanno deciso di lasciarlo a casa. Senza stipendio.

Si dice che quando un’infrastruttura vada in panne – vuoi per un guasto, vuoi per l’insorgere di un imprevisto, come una calamità naturale – sia possibile vederne chiaramente gli elementi che la compongono, il lavoro su cui si regge e i valori della società organizzata intorno ad essa. Quella neo-liberista non fa eccezione e si mostra oggi in tutta la sua miseria: diseguaglianza, ingiustizia, oppressione, privilegi, individualismo proprietario, razzismo, classismo, spaventosi squilibri di potere, disprezzo per la vita umana e illusioni di crescita infinita. È questa l’infrastruttura che permette al coronavirus di scorrazzare indisturbato per il pianeta senza mostrare l’auto-certificazione e, paradossalmente, è la stessa che in molti ora vorrebbero utilizzare per sconfiggerlo. Invece che metterne in discussione il design, gli interessi che persegue e gli obbiettivi per cui è stata concepita, si alza a gran voce la richiesta di “aggiustarla”, di “tornare alla normalità”. Come? Ricorrendo ad una delle tecnologie che più ha contribuito a istituire la struttura di potere responsabile del disastro ed il sistema di comportamenti che ci rende vulnerabili ad esso: la sorveglianza digitale di massa. Insomma, il neo-liberismo avanza una soluzione per porre rimedio alla stessa catastrofe che ha creato: cosa potrebbe mai andare storto?

Estetica dell’infrastruttura neoliberista

Quando i governi propongono la sorveglianza digitale contro il coronavirus non lo fanno perché ritengono che sia la misura più idonea per contenere l’epidemia ma perché è quello che hanno a disposizione in questo momento, perché è ciò che l’infrastruttura offre loro. Sanno benissimo che le normali mascherine sarebbero molto più efficaci a questo scopo essendo degli strumenti di sicurezza progettati per scongiurare l’infezione prima che questa avvenga. Tutto il contrario del tracciamento cellulare che, come qualsiasi altra tecnologia di sorveglianza, è per sua natura retroattivo. Non agisce nel presente ma si attiva solo quando il contagio è già in corso: ha una funzione di monitoraggio, non di prevenzione. Perché allora non puntiamo tutto sulle mascherine per fronteggiare il coronavirus? Troppo retrò? No, semplicemente non siamo attrezzati per farlo. Come ha spiegato anche Walter Ricciardi, il delegato dell’OMS per l’Italia, negli anni la produzione delle forniture sanitarie è stata in gran parte delocalizzata tra Cina ed India e le aziende occidentali che operavano nel settore alla lunga hanno dovuto chiudere i battenti (tra l’altro, lo stesso discorso vale anche per tamponi e test sierologici: i reagenti vengono interamente prodotti dalle cosiddette Big Pharma e se li accaparra chi offre di più). Adesso, siccome non si può riconvertire in un mese un sistema economico globale che ha seguito la medesima traiettoria di sviluppo per quarant’anni, l’unica cosa che possiamo fare è aggrapparci alle soluzioni strampalate proposte da Google, Apple e la ministra Pisano.

Quindi le app anti-COVID sono solo fuffa? Al contrario. Funzionano benissimo, solo che è necessario capire per chi e a quali scopi. I primi a trarne beneficio saranno ovviamente i governi di tutto il mondo che, una volta dotatisi di uno strumento di divinazione del futuro (o supposto tale), potranno affermare di avere nuovamente ben saldo il polso della situazione e rafforzare così una legittimità messa in crisi dalla loro manifesta incapacità di gestire l’emergenza. Più risplendente sarà il nuovo abito di luce con cui si fasceranno i fianchi, più semplice sarà intontire i sensi di coloro lo guarderanno e ridurli all’obbedienza. In questo senso, l’estetica della tecnologia è un’importante fonte di comando ed autorità perché è un motore di soggettivazione che produce individui e comportamenti compatibili con le pratiche di governo. Che poi la sorveglianza funzioni tecnicamente è tutto un altro paio di maniche e conta fino ad un certo punto. La cosa importante è che chi si ritrova esposto alla sua rappresentazione venga indotto a pensarsi in uno stato di subordinazione, di necessità o magari di gratitudine nei confronti di chi quella rappresentazione l’ha prodotta. D’altra parte le prassi contemporanee di sorveglianza si distinguono rispetto a quelle del passato, oltre che per la loro pervasività ed onnipresenza, proprio per la capacità che hanno avuto di produrre uno profondo smottamento semantico nell’immaginario collettivo: oggi “essere sotto controllo” ha assunto il nuovo significato di “essere al sicuro”. Il sistema tecnico che ci osserva H24 viene percepito dai più come un’entità benevola messa lì per “proteggerci”, per “prendersi cura di noi”. Se viene accettato supinamente da miliardi di persone, e in molti casi finanche desiderato, non è in virtù della sua efficienza tecnica ma del fatto che viene dispiegato in un contesto caratterizzato da un’estrema fragilità dei legami sociali, dove nessuno si prende piu’ cura dell’altro. La competizione tra il governo di Roma e quello lombardo nel realizzare e proporre al pubblico le “app anti-COVID” va letta anche in questa prospettiva: è una gara per proiettare un’immagine pastorale di sé – e del proprio rapporto con i cittadini – da usare come leva per estrarre consenso elettorale. Un ottimo espediente per far dimenticare l’incompetenza omicida di quanti invitavano ad andare a fare l’aperitivo quando il virus cominciava a diffondersi o abbassavano la testa e dicevano “sissignore” agli industriali che imponevano un’apertura forzata degli stabilimenti mentre i reparti di terapia intensiva si intasavano di malati. Inoltre, dotare i lavoratori di un applicazione che crea una percezione di sicurezza diffusa, di protezione, fa il gioco di Confindustria e di tutti i comparti produttivi del pianeta che hanno fretta di riaprire e farci tornare al lavoro il prima possibile.

Ci sono poi i giganti della Silicon Valley che con il loro attivismo stanno provando a volgere a loro favore una situazione che avrebbe potuto causar loro più di una grana. La scelta di due arci-nemici storici come Apple e Google di collaborare alla creazione di API compatibli iOS/Android con cui tracciare i movimenti degli utenti non è dettata tanto dalla volontà di estendere ulteriormente la portata delle loro capacità di sorveglianza, quanto piuttosto di mostrarsi come attori indispensabili alla risoluzione della crisi. E non è solo una questione di branding del marchio. Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica in entrambi i rami del Congresso USA aveva cominciato a serpeggiare l’idea che regolamentare, o addirittura rompere l’oligopolio delle Big Tech fosse ormai una scelta obbligata. Chi potrebbe più avanzare questo tipo di proposte se proprio il gigantismo della Silicon Valley si dovesse rivelare l’elemento chiave per implementare una rete di sorveglianza sanitaria per i governi di tutto il mondo? C’è poi una seconda questione. Per fare fronte alle conseguenze derivanti della crisi, diversi stati europei si sono fin da subito attivati per finanziare la sviluppo di piattaforme nazionali ad uso medico e didattico. “Giammai!” devono aver pensato ai piani alti di Cupertino e Mountain View. Perché rischiare che sull’onda dell’emergenza qualcuno possa accarezzare l’idea balzana di perseguire una sua “sovranità tecnologica”, anche se limitata? Meglio stroncare sul nascere questo genere di velleità e proporre ai governi il pacchetto completo made in California: una soluzione centralizzata, pronta all’uso e magari attivabile di default con l’aggiornamento del sistema operativo. Per il capitalismo di sorveglianza – che, come detto sopra, annovera fra le sue condizioni fondamentali d’esistenza proprio la frammentazione dei legami sociali – il disastro può essere una splendida occasione per presentarsi salvifico agli occhi di miliardi di persone (tramortite dallo shock, dai lutti, dalla paura, dall’isolamento fisico forzato) come la soluzione piu’ facile per tornare in fretta alla vita di tutti i giorni (o, quanto meno, ad un suo surrogato). In un momento storico dove tutte le certezze che nutrivamo sulla capacità delle nostre società di preservare la vita sono state spazzate via da un organismo invisibile, è forte la tentazione di abbandonarsi alla rassicurante trasparenza informativa delle macchine per farlo venire allo scoperto e tornare alla normalità. “Tutto, tutto, tutto!” pur di poter anche solo sperare in un momento catartico, in una pioggia manzoniana che lavi la peste dalle strade. Anche se questo significasse finire di spolpare ciò che resta della sfera pubblica.

Le app anti COVID allora, più che uno strumento di controllo sociale, sono una tecnologia politica che il realismo capitalista sfodera per occupare militarmente tutto l’orizzonte del pensabile. Vengono usate per generare un’amnesia intorno al momento di verità venutosi a creare con la rottura dell’infrastruttura neo-liberista ed istituire un regime discorsivo alternativo con cui oscurare le cause profonde della crisi, le responsabilità di chi l’ha provocata e la loro impossibilità di farvi fronte. Svolgono la funzione che storicamente è propria di tutti i sistemi di sorveglianza, ovvero preservare le gerarchie e le distinzioni di classe su cui si fonda lo status quo. Impediscono che si possa anche solo immaginare di mettere in discussione lo stato di cose che ha portato al disastro perché per funzionare esse ci richiedono di abdicare a qualsiasi forma di autonomia e di critica e ci impongono di aderire, passivamente e senza fare domande scomode, alle disposizioni della scatola nera che organizza la nostra vita, a quelle del sistema politico che la costruisce e all’illusione di un futuro migliore che questa porta con sé.

A molto presto allora. Alla prossima piccola apocalisse.

Bergamo, Brescia, Codogno. Aprile 2020

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