Recensioni

“Yara” di Giuseppe Genna “Non esiste droga migliore della realtà”

Ha affermato Giuseppe Genna, l’autore di “Yara – Il true crime”, durante un’intervista radiofonica, che la tragedia può essere raccontata con due diversi tipi di narrativa, l’una “retta e onesta”, l’altra “oscena e mediatica: la seconda modalità secondo l’autore – ma anche secondo il modesto parere di chi scrive – è quella che racconta il paese che viviamo, oramai.
Da questa affermazione, secondo me, si capisce la necessità per Genna di scrivere questo libro appassionante, oltre che da un’altra dichiarazione resa dallo scrittore nella medesima intervista, secondo cui questo è stato per lui il libro più difficile da scrivere, l’estremo tentativo di superare con la letteratura l’oscena rappresentazione che il paese dà di se stesso in pasto a un pubblico compiacente. Anche perché, come ha acutamente notato Walter Siti a proposito del libro, la colpa per lo stesso autore – alieno da accusare tutti gli altri di tiepidezza e diserzione col suo stile “bellicoso” – ricade prima di tutto su se stesso, che chiama come correi tutti i lettori “Il colpevole è più morboso della vittima, ma meno morboso di noi tutti”.
Per molti versi l’indagine sulla scomparsa e la morte di Yara Gambirasio – che è l’argomento del libro, non la vita di Yara né quella del suo assassino – indagine vista soprattutto attraverso gli echi informativi di essa, rappresenta una svolta determinante nella storia sociale e culturale del nostro paese: la morte in diretta di Alfredino Rampi segna l’inizio dell’Età dello Spettacolo, che trova il suo culmine con l’avvento di Berlusconi, avvento prima mediatico – affaristico e poi politico, che adesso possiamo tranquillamente leggere come due diversi momenti della stessa storia globale; la morte di Yara avviene nel buio, ma l’indagine sul suo omicidio, per modalità, dimensioni, complessità, numero di persone coinvolte, tipologie di dati sensibili attraversati e messi in piazza, segna l’ingresso nell’epoca, di cui siamo tuttora prigionieri, della Privacy e del Controllo; l’inutile tecnologia del controllo, se la sua stessa sparizione è arrivata sotto un nugolo di telecamere, come si nota nel libro. Ma, soprattutto “prima di Yara l’online era un potenzialità inesplorata, i complottisti sono la figliolanza cattiva dell’esplosione dei Big data. La civiltà di supermassa li nutre e se ne nutre. La realtà diventa tribunalizia. Rozza e sofisticata. La cronaca nera ne è rivoluzionata […] Il sistema è marcio. Vi si oppone un sistema oltremodo marcio. Pretendono che la rivoluzione si faccia da seduti: in questo hanno ragione, anticipano il tempo a venire”. Hanno ragione perché, come si sa bene (lo conferma Genna nella sopraccitata intervista), l’ Italia resta un’avanguardia mondiale perché si trova sempre in decadenza, grazie al digitale nel paese la soglia del conflitto bipolarizzato s’innalza, succede anche in questa storia, ci si divide in due fazioni come accade sin dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini. Solitamente la ricomposizione del conflitto la si aveva nel linguaggio, ma il nostro derelitto paese ha smesso di crederci da un bel pezzo, la smorta letteratura che domina le classifiche e quella specie di canone letterario senza certezze che affossa la critica ne sono una dimostrazione: l’autore non solo sa di questo smarrimento del linguaggio, ma tenta di porvi rimedio nell’unico modo che è possibile a uno scrittore, non con le dichiarazioni d’intenti, non con gli appelli, ma con il linguaggio appunto, con la densità dello stile, con la potenza espressiva che scaturisce, in questo caso, dalle tesissime righe di questo libro, dove l’affollarsi di dati, notizie, opinioni, facce, elementi mediali, viene tenuto a bada da una scrittura secca, incisiva, spezzata dalle interpunzioni, frastagliata in asciutti periodi a volte ridotti a frasi incisive come epigrafi, come pervasa all’improvviso da lunghe cavalcate senza respiro, da citazioni poetiche da Montale, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi che spuntano tra le righe, a volte quasi cavalcandole. Non è un esercizio, non è esibizione di bravura, ma l’aggrapparsi alla forma di conoscenza e ricomposizione necessaria dei momenti di totale smarrimento lessicale come sociale, quello della Letteratura, scritta con doverosa maiuscola, quella che ha una sua forma di conoscenza “altra” che non si esaurisce nella ricerca del “messaggio positivo” come spesso accade nel nostro panorama letterario.
Nella storia stessa narrata, però, “non c’è bisogno di letteratura. La letteratura è ovunque” (qui con la minuscola), questo è il modo con cui Genna introduce quello che lui stesso chiama il momento più letterario del libro, le parole del Signor Gambirasio:“ Noi non cerchiamo risposte, noi non chiediamo di sapere, noi non ci assilliamo per capire, noi non vogliamo puntare il dito verso qualcuno, noi desideriamo solo e immensamente che nostra figlia faccia ritorno nel suo mondo, nel suo paese, nella sua casa, nelle braccia dei suoi cari […] Noi vi preghiamo, ridateci nostra figlia, aiutatetici a ricostruire il puzzle della nostra quotidianità, aiutateci a ricostruire la via della nostra normalità”.
Sono parole (apparentemente) semplici, ma sono tuttavia precise e possono anche diventare l’appello condiviso per tutti noi, per la ricerca di una via di “normalità” che forse non è più la nostra, che forse nel mondo doppio della realtà concreta e di quella digitale non ci appartiene, non ci apparterrà mai più.

Per Codice Rosso, Falco Ranuli.

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