Comunicazione e culture

La lancinante nostalgia dei social

Da sempre, nel corso della storia, i momenti di crisi sono stati segnati da una fuga nostalgica e utopistica verso il passato che ha investito soprattutto l’élite colta e intellettuale. Basti pensare al mondo magico e incantato della Grecia antica, rivestito di connotazioni pastorali, che fa da sfondo a molta poesia e a molto teatro del Cinquecento, del Seicento e del Settecento. È la cosiddetta “età dell’Arcadia” che, in Italia e in Europa, vede i poeti e gli scrittori chiudersi in una vera e propria ‘torre d’avorio’ (prima le corti, poi le accademie) rispetto alla realtà quotidiana. Sono anni di guerre, di devastazioni e di carestie: nel Cinquecento si intensificano – per utilizzare un’espressione di Machiavelli – le “guerre horrende de Italia”, mentre il Seicento è segnato non soltanto dalla celebre “Guerra dei Trent’anni” (1618-1648) ma da una serie di conflitti e di guerre civili che attraversano gli stati per continuare fino al Settecento. Mentre l’Europa è scossa dalla devastazione, gli intellettuali, travestiti da pastori greci antichi, si ritrovano nei loro circoli chiusi leggendo poesie e allestendo spettacoli teatrali. In un’età di ‘grossa crisi’, come direbbe il Corrado Guzzanti di “Quelo”, ci si rifugia nel passato, rincorrendo una non meglio precisata ‘età dell’oro’, connotata da pace, serenità e abbondanza.

D’altra parte, anche la rêverie romantica del primo Ottocento è stata segnata da un duro periodo di carestie. Basti pensare al 1816, conosciuto come “l’anno senza estate”, ma non solo: anche nei decenni successivi, un grande raffreddamento del clima in Europa e nel continente nord-americano, causato da un’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, ha provocato gravi carestie e malattie negli stati europei. I poeti e gli scrittori si rifugiano negli ideali utopistici del Romanticismo, coinvolgendo sempre più larghe fasce di pubblico, appartenente comunque sempre alla borghesia. È anche un periodo in cui la crisi genera mostri nella letteratura e nell’arte: il gotico, l’orrore, il fascino ambiguo e misterioso di tempestosi paesaggi nordici nonché il mostro per eccellenza, Frankenstein, creato da Mary Shelley proprio in quel fatidico 1816.

E oggi? basta farsi un giro all’interno di un mezzo di comunicazione popolare per eccellenza come i social per vedere come questi ultimi siano attraversati nel profondo da una lancinante nostalgia del passato. A differenza degli esempi sopra ricordati, si tratta per l’appunto di un fenomeno che investe tutti: colti e non colti, fasce ‘alte’ e ‘basse’ della popolazione. Non si tratta, poi, di un passato lontano e irraggiungibile come poteva essere quello della Grecia antica, rivestito di connotazioni utopistiche per i poeti del Cinquecento e del Seicento, ma di anni molto più vicini. Siamo negli anni venti del secondo millennio e la nostalgia si rivolge ad un periodo compreso, più o meno, fra gli anni sessanta e ottanta del Novecento. È un passato, quindi, che è stato direttamente vissuto da larghe masse di ‘nostalgici’. La nostalgia, però, come nei secoli precedenti, è provocata da una situazione di crisi: sempre più guerre che circondano e assediano l’Occidente ricco, un’emergenza climatica globale ignorata e sottovalutata dai potenti, gli stessi che stanno devastando lo stato sociale delle classi meno abbienti, violenze diffuse, incertezze, odio e paura che rimbalzano quotidianamente sui media. E allora ci si rifugia nel passato, idealizzando anni relativamente recenti decantati come fossero sinonimo di innocenza, purezza e convivialità. Si incontrano sempre più spesso gruppi virtuali dove si possono leggere frasi del tipo: come si stava bene negli anni settanta, ci si divertiva con poco, l’inverno era un vero inverno, non faceva caldo come oggi, l’estate era una vera estate, le vacanze erano più belle e più semplici, quando si stava insieme si parlava e ci si guardava negli occhi, non come adesso che siamo tutti alienati dagli smartphone, negli anni ottanta si facevano lunghi viaggi in vespa, come erano belle le automobili degli anni settanta, non come quelle di oggi, c’era poco traffico e le città erano più vivibili, c’era più verde in città, le campagne erano più belle, il cibo era più genuino e via di seguito. La nostalgia investe anche la realtà locale: com’era bella Livorno nel ’65! Tirrenia sì che era bella nel ’72! Le decorazioni natalizie degli anni sessanta erano stupende, neanche paragonabili con quelle di oggi, i giovani dell’82 che si ritrovavano in piazza Cavour erano belli e sinceri, mica come quelli di oggi, e chi più ne ha più ne metta.

Frasi di questo tipo possono far scaturire diverse riflessioni. La prima cosa che si può pensare è che esse sono attraversate da un paradosso di fondo: la nostalgia verso un passato libero da smartphone, da Internet e dagli strumenti digitali viene espressa proprio per mezzo degli smartphone, di Internet e degli strumenti digitali. E, per di più, urlata e condivisa sui social. I nostalgici non scrivono le loro frasi con una macchina da scrivere degli anni sessanta o con carta e penna e neppure le condividono fra di loro spedendosi lettere o parlando tramite un telefono rigorosamente a rotella oppure ritrovandosi al bar tutti insieme, bensì tramite quello strumento che stanno esecrando. Nel momento in cui scrivono su un social, utilizzando magari uno smartphone, ad esempio, la frase “nel ’75 si parlava guardandosi negli occhi, senza cellulari”, stanno compiendo un’azione contraria a quella che nostalgicamente ricordano. Nel contempo, proiettano il ’75 in una dimensione mitica, lontana ed irraggiungibile, del tutto simile alla Grecia antica idealizzata da un poeta del Seicento. Gli anni sessanta, settanta, ottanta o, addirittura, novanta, oggetto della lancinante nostalgia, vengono allontanati in una dimensione mitica e irreale, venata di connotazioni che non si possono definire altrimenti che utopistiche. Ciò significa che, rispetto a quegli anni d’oro, adesso, stiamo vivendo in una sorta di distopia? Assolutamente no. O comunque, non rispetto a quegli anni.

Infatti, un’altra riflessione sorta spontaneamente è che la nostalgia che corre veloce sui social sia legata a fattori e contingenze strettamente personali. Probabilmente, chi scrive quelle frasi non rimpiange la realtà storica ed oggettiva di quegli anni ma semplicemente la propria adolescenza o giovinezza. Cioè, oggetto del rimpianto non sarebbero gli anni sessanta o settanta in sé ma momenti intimi e personali, legati ad anni in cui chi esprime la nostalgia era più giovane e magari anche più felice. Questo spiegherebbe la diffusissima laudatio temporis acti che attraversa il web. Come accadeva al tempo degli antichi romani – quando nel periodo repubblicano si rimpiangevano i morigerati costumi della Roma arcaica e nell’età imperiale si rimpiangeva la repubblica, e via di seguito – il passato apparirà sempre più bello del presente. Possiamo essere certi che fra cinquant’anni, utilizzando qualche social del futuro, ci sarà qualcuno che rimpiangerà il 2023 o gli anni dal 2000 al 2030 considerandoli bellissimi e meravigliosi. Come ha osservato Vladimir Jankélévitch, l’oggetto della nostalgia è sempre il passato: «L’oggetto della nostalgia non è questo o quel passato bensì il fatto del passato, in altre parole la passatità, che si situa rispetto al passato nello stesso rapporto della temporalità con il tempo» (p. 92). È la “passatità” a generare la nostalgia.

Infatti, se andassimo ad analizzare oggettivamente quegli anni, ci sarebbe ben poco da rimpiangere. Fra gli elementi che possono provocare nostalgia sicuramente rientra una maggiore partecipazione politica e sociale diffusa, il maggior coinvolgimento di tutti nei conflitti sociali. Non pensiamo soltanto al grande movimento del Sessantotto ma anche e soprattutto al movimento del Settantasette che, portando “l’immaginazione al potere”, ha liberato nuove ed inedite modalità di lotta e di resistenza. E poi, degli anni ottanta non c’è davvero nulla da rimpiangere (per non parlare dei novanta, il peggio del peggio): gli anni del riflusso, del ripiegamento su sé stessi, del rampantismo e del berlusconismo, delle televisioni private e della “Milano da bere”. Forse negli anni settanta c’erano più spazi verdi ma c’erano anche i centri storici delle città sommersi dalle auto e dallo smog; c’erano montagne di spazzatura e discariche a cielo aperto nelle campagne; c’era un inquinamento del quale oggi non ci rendiamo nemmeno conto. E poi, altro che cibo genuino! Non esisteva davvero il biologico mentre c’era un vero e proprio boom di cibi adulterati e trattati che facevano la loro comparsa sugli scaffali dei supermercati. Non a caso, Pasolini, nel suo film Salò o le centoventi giornate di Sodoma (postumo, 1975), rappresentando le torture inflitte nel “girone della merda” (la costrizione a cibarsi di escrementi), intendeva rappresentare metaforicamente i cibi industriali di quegli anni, quando i produttori costringevano i consumatori a “mangiare merda”: come affermò lo stesso regista, “il brodo Knapp o i biscotti Saiwa sono merda”.

Guardiamo un film significativo, girato proprio negli anni ’70, come Delitto d’amore (1974) di Luigi Comencini. I due protagonisti, Nullo e Carmela (Giuliano Gemma e Stefania Sandrelli), lavorano come operai nella stessa fabbrica, nei pressi di Milano. Gli operai, nello stabilimento, sono sottoposti a ritmi massacranti e costretti a respirare sostanze tossiche: Carmela, immigrata dal Sud insieme alla sua famiglia, a causa dei lunghi periodi di tempo trascorsi in fabbrica senza alcuna protezione per le vie respiratorie, si ammalerà e morirà. Le campagne della periferia di Milano, dove passeggiano i due giovani, hanno ben poco di idilliaco: sono connotate da cumuli di immondizia e da discariche mentre i fiumi e i torrenti sono pieni di schiuma e di sostanze inquinanti. Come molti altri film di Comencini, anche questo possiede un indiscutibile valore di fonte storica: ci mostra come vivevano veramente in quegli anni due poveri operai della periferia di Milano, dove e in che condizioni lavoravano, dove trascorrevano i loro momenti liberi. Niente a che vedere, insomma, con i film italiani di oggi che, se ricostruiscono gli anni settanta, ci mostrano spaccati solari di vita felice persino nel dramma più profondo, automobili belle e pulite (che escono dai garage dei collezionisti), vestiti dalle connotazioni naif, campagne idilliache e incontaminate e angoli di città perfette. Anche il cinema di oggi si approccia a quegli anni con la stessa nostalgia che caratterizza i leoni da tastiera dei social.

Quindi, in conclusione, la nostalgia non investe quegli anni analizzati con sguardo oggettivo, ma racchiude invece la propria vita in quegli anni. Una vita piena di momenti che non torneranno più. Altrimenti, chi elogia quel periodo perché più autentico e meno ingabbiato nell’alienazione imposta dal capitale, si troverebbe a sua volta ingabbiato in un altro paradosso dal momento che, guarda caso, è proprio negli anni sessanta e settanta che il capitale, nella sua forma più subdola e globalizzata, almeno in Italia stava gettando le sue alienanti e spersonalizzanti basi. Se proprio non vogliamo leggere Pasolini, diamo almeno uno sguardo a Marcuse. Prendiamo esempio, semmai, dagli attivisti del Settantasette, che probabilmente non avevano nostalgie ma vivevano nel presente, lottando per farlo diventare migliore, per rivestirlo di immaginazione e fantasie resistenti. Perché la nostalgia, che subdolamente oggi sembra circolare ogni dove, ci distoglie dal presente e ci impedisce di migliorarlo. Ci impedisce di resistere all’alienazione mediatica che ogni giorno tenta miseramente di ferirci.

gvs

 

Riferimenti bibliografici:

R. Chiesi, Visioni di Misteri, massacri ed ultimi rituali. “Salò o le centoventi giornate di Sodoma” e un progetto non realizzato, in N. Novello (a cura di), Al trionfo dell’esserci. Teoria e prassi nell’ultimo cinema di Pier Paolo Pasolini, Manent, Firenze, 1999, pp. 185-214.

V. Jankélévitch, “La nostalgia”, in A. Prete (a cura di), Nostalgia. Storia di un sentimento, Raffaello Cortina Editore, Firenze, 1992, pp. 119-176.

F. Pezzini, Fuoco e carne di Prometeo. Incubi, galvanisti e Paradisi perduti nel “Frankenstein” di Mary Shelley, Odoya, Bologna, 2017.

 

(In copertina un fotogramma da Delitto d’amore)

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