11 settembre 2001: guerra asimmetrica ed evaporazione della realtà

La tragica giornata dell’11 settembre 2001 rappresenta un classico per almeno due fenomeni: l’irruzione potente degli effetti della guerra asimetrica sul suolo statunitense e il trauma da grande evento così forte da produrre persino la negazione del fatto che l’attentato sia davvero esistito.

Sono atteggiamenti che sono arrivati ai nostri giorni e il ritiro delle truppe da Kabul, e la negazione non solo della gravità della pandemia ma anche della sua stessa esistenza, sono fenomeni che fanno parte di questa serie di comportamenti che si sono diffusi, su scala globale, con l’attentato alle torri gemelle. Vediamo d’inquadrare alcuni fatti: l’11 settembre è il risultato di un conflitto apertosi – tra gli americani e i talebani – sulla gestione economica delle risorse naturali in Afghanistan dopo l’elezione di Bush Jr (un petroliere).  Un risultato, rispetto ad altre controversie del genere, è inatteso: Al-Qaeda attacca le torri gemelle di New York, e il Pentagono, con un attacco suicida. Immediatamente tutto questo diviene in tempo reale uno spettacolo mediatico planetario ossessivo. Quasi in contemporanea parte – sui social dell’epoca – la negazione di quanto accaduto: si va dalla confutazione delle versioni ufficiali (che sono e resteranno un epico pasticcio) alla negazione che, ad esempio, l’attacco al Pentagono sia veramente accaduto. Nello stesso tempo sui social circolano le analisi delle immagini di New York che cercano di razionalizzare quanto accaduto alle interpretazioni esoteriche del significato della forma delle nuvole assunte dalle esplosioni; sui media circolano invece le analisi dell’evento, provenienti dai think-tank americani finanziati da lobbisti, che chiedono guerra  come l’eco della lettura “dal basso” che vuole che gli Usa si siano bombardati da soli.

La guerra asimmetrica – quella combattuta non tra due eserciti ma tra schieramenti dei quali la composizione non è chiara fino in fondo e con mezzi che variano anche velocemente a seconda delle tattiche e degli strumenti a disposizione – produce proprio questi effetti: distruzione ma anche disorientamento su quanto accaduto. In questo contesto gli attentati, proprio perché varia la composizione degli schieramenti, sono evidenti nel loro effetti ma non sono chiari non solo nell’identità dei mandanti ma anche nel significato, nella strategia di cui sono portatrici. Di qui l’effetto bomba dell’informazione: quanto più è clamoroso l’attentato tanto più i suoi contorni reali evaporano a causa della complessità di analisi richiesta da questi eventi che non si traduce in chiarezza e velocità di significato da veicolare.

Per questo, quello che viene chiamato genericamente complottismo, trova nell’11 settembre una vera e propria epifania. Allora vai con un sentiment globale che trova spazio anche in argomentazioni colte: si va dalle teorie dell’autogolpe degli Usa, per legittimare la mano dura utile a mantenere il primato “nell’impero”, al Pentagate di Meyssan che decostruisce l’attacco suicida al Pentagono fino a, letteralmente, far scomparire la realtà, vissuta invece in diretta da tutto il pianeta, grazie alla sua teoria di un missile che avrebbe attaccato Washington. È, a modo suo, la risposta alla complessità di significato degli eventi della guerra asimmetrica: c’è un complotto, ci sono dei responsabili occulti ma subito svelati, delle spiegazioni immediate per il popolo e poi ci sono le spiegazioni colte che si adattano a questo contesto. Ma soprattutto, come nella circolazione della superstizione tipica del mondo preindustriale, l’evento fuori dal comune, in questo caso l’attentato più spettacolare della storia, trova così immediate, per quanto surreali, spiegazioni.

Del resto lo scenario dell’attentato al World Trade Center è complesso: sauditi sono gli attentatori come sauditi sono gli alleati della famiglia Bush e degli Usa; il Pakistan, nell’area dove si giocano le controversie sulla gestione delle materie prime, che produrranno l’11 settembre, è sia alleato che nemico degli USA. E poi ci sono, come sappiamo, fughe di notizie, le cui fonti non solo chiare, che producono grossi guadagni in borsa puntando proprio su eventi inattesi, come il crollo delle torri, che produrranno grossi effetti a Wall Strett, e nel comportamento della Federal Reserve, proprio nel settembre di quell’anno. Ciò non toglie che le cause materiali della guerra asimmetrica, persa dagli Usa in queste settimane, sono chiare e classiche (il controllo delle risorse). È la guerra per questo controllo che è cambiata e, se guardiamo agli innumerevoli conflitti per questo controllo, vediamo quale prospettive ha, per il futuro, la guerra asimmetrica (oggi definita anche Hybrid Warfare con piani di conflitto non solo finanziari ma anche cibernetici).

Il punto è che, sul piano antropologico, la differenza tra guerra convenzionale e guerra asimmetrica è molto forte. La prima mobilità la società, sospende la vita “normale” in questa mobilitazione, contro un nemico identificato e attraverso dinamiche leggibili da tutto il corpo sociale. Una logica amico-nemico praticamente allo stato puro, che mobilita la società per la guerra e, in questo tragico modo, la rende coesa. La seconda rende indistinguibili sia i tratti dell’amico che quelli del nemico e rende visibili solo gli eventi catastrofici. L’evaporazione della realtà, sul piano della percezione sociale, in questo modo non può che essere dietro l’angolo: quando i protagonisti delle tragedie non hanno tratti immediatamente distinguibili si perdono i punti di riferimento per spiegare quanto accade e la stessa realtà comincia a evaporare. In questo senso non prende piede la coesione sociale, raggiunta tragicamente nella guerra convenzionale, ma i tratti anomici di una società continuamente sottoposta a ristrutturazioni, mutazioni, catastrofi, malattie globali, e quindi immersa in una sensazione di sfiducia epocale,  alimentando socialmente proprio questo senso di evaporazione del reale.

Proprio in queste settimane gli Usa hanno clamorosamente perso la guerra asimmetrica inaugurata con l’11 settembre. Grandi mutazioni politiche seguiranno come sempre quando finisce una guerra, per quanto anomala, e nuovi equilibri si creeranno. Nel frattempo il movimento di evaporazione della realtà è passato ad aggredire la pandemia. Non per risolverla ma per decostruirla fino a renderla, vanamente, irriconoscibile. Continua, nelle nostre società, la parabola aperta con l’11 settembre 2011: nuove guerre asimmetriche e nuove evaporazioni del reale seguiranno. Fino a quando? Fino a dove? Questi ultimi sono gli interrogativi di questi nostri anni.

 

Per codice rosso, nlp

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