COVID: i danni collaterali, le morti parallele

COVID: i danni collaterali, le morti parallele e il diritto alla salute.
Art.32 della costituzione italiana. La repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Affinché le persone possano esercitare il diritto alla salute, lo stato e le regioni (la materia e concorrente art.3/2001L.Cost) debbono fare in modo di agire concretamente al fine di predisporre tutte le necessarie strutture per l’assistenza sanitaria. Naturalmente tale diritto non può essere ostacolato in nessun modo da ragioni meramente finanziarie o di contenimento della spesa pubblica. La scusa dei conti in ordine, che in ordine non sono mai stati, non può essere un pretesto per la riduzione dell’offerta sanitaria. La salute si coniuga con il diritto alla vita, bene primario degli esseri viventi. In altre parole le esigenze collegate al contenimento del deficit non possono avere un peso tale da comprimere e ridurre il diritto alla salute in quanto diritto inviolabile della persona. La salute è quindi un diritto fondamentale che si porta dietro la qualità della vita. L’assistenza sanitaria in tutte le sue forme non può scendere sotto i livelli essenziali all’esercizio del diritto. Purtroppo negli anni i provvedimenti di contenimento della spesa sociale hanno avuto la meglio. Questo anche a seguito dell’introduzione a livello costituzionale del principio costituzionale del pareggio di bilancio dello stato (art.81Cost.). Osserviamo che con i livelli attuali del debito pubblico italiano, 2643 Mld, circa il 160% del PIL, sperare di centrare il bersaglio del pareggio di bilancio, senza portare alla disperazione tutto il popolo italiano è una pietosa illusione. Comunque al di là dei principi nella triste pratica quotidiana prevale l’abitudine a tagliare i servizi sanitari sia in termini quantitativi che qualitativi a cui si lega la progressiva tendenza a sostituire ciò che è pubblico con ciò che è privato. Esternalizzazione, privatizzazione, razionalizzazione in crescita esponenziale sono diventati talmente evidenti per le gravissime ripercussioni negative sull’utenza sociale più povera. Se da questa vocazione a livello nazionale che ha caratterizzato l’opera distruttrice di tutti i governi che fino ad ora si sono alternati alla guida del paese, ci caliamo nel concreto della nostra regione e delle sue province rileviamo quelli che sono i più evidenti difetti del SSR (Sitema Sanitario Regionale). Lacune che oltre ad essere la conseguenza diretta delle politiche di contenimento della spesa pubblica sono state pure infettate dalle cattive scelte operate dai governatori regione troppo solerti ad eseguire gli ordini e ben più realisti del Re. Queste deficienze in Toscana sono state: la riduzione della spesa sanitaria, l’istituzione di 3 macro arie sanitarie al posto delle 12, l’introduzione alla cieca del concetto economico di area vasta. Tale tipologia organizzativa se ha una sua logica e razionalità in ambito puramente imprenditoriale, non l’ha per niente con l’ambito sanitario. Anzi, l’applicazione di tali logiche neoliberiste produce effetti devastanti per l’utenza, legata al proprio territorio di residenza. L’ulteriore criterio economico è quello della “centralizzazione” dei servizi che lascia le periferie sguarnite di servizi e imprigiona gli utenti in farraginose gabbie burocratiche, dilata i tempi e congestiona le strutture sanitarie poiché in molti casi per curarsi è necessario l’emigrazione sanitaria in altri comuni se non addirittura in altre province e/o regioni. L’eccessiva burocratizzazione produce inefficienze e tempistiche troppo distese che si ripercuotono sulla qualità del servizio all’utenza nei territori e nelle prestazioni. Il fatto delle lunghe liste di attesa è un chiaro segno indicatore particolarmente negativo per chi è afflitto da malattie croniche. Anche l’esternalizzazione dei servizi, del personale, degli spazi e strutture, congiunto al fenomeno odioso della privatizzazione-svendita dei servizi sanitari, si traduce alla fine in mancanza di medici, infermieri, tecnici di laboratorio, amministrativi, posti letto, durata della degenza, mancanza di strutture territoriali per la medicina di base, assistenza ai malati psichiatrici e diversamente abili, riduzione del numero di ospedali, diminuzione dei CUP e poliambulatori, consultori, salute mentale e dipendenze, disabilità, assistenza agli anziani non deambulanti, ecc… ecc. Ebbene questo tipo di sanità è quella che si è trovata in trincea a combattere contro il Covid. Questa sanità di guerra che ha affrontato con gravi perdite il primo attacco non è riuscita a contenere né la seconda né il terza ondata. Troppe sono le spaccature aperte e non ancora sanate. Abbiamo a che fare con una politica incompetente a rispondere alla tutela del diritto alla salute delle persone. Nei 14 mesi di emergenza pandemica i reparti sono rimasti gli stessi, mancano nuove strutture per curare i malati aggrediti dal virus, si è continuato a limitare e a ridurre le attività programmate e ordinarie, a togliere posti letto ai reparti di altre patologie, a dislocare medici di ogni tipo e specializzazione sul fronte della lotta al virus privando o quanto meno riducendo o rimandando la cura o il monitoraggio delle altre malattie. Le carenze strutturali si stanno pagando ad un prezzo altissimo. Come la soluzione di sfruttare con tipologie contrattuali a intermittenza o a chiamata, utilizzando la casetta degli attrezzi dei nuovi contratti atipici flessibilizzando il lavoro, riducendo tutele e diritti dei lavoratori. Per una Repubblica fondata sul lavoro, nata dalla resistenza, questo non è stato certamente un buon trattamento delle maestranze sanitarie che oltretutto rischiavano la vita per salvarne altre. La disorganizzazione e la mancanza di risorse si fa palese anche nelle poche squadre USCA, una goccia nel mare per i carichi di lavoro sul territorio da assolvere e il numero di pazienti da assistere, spedite in missione a curare i malati domiciliati a casa. Infine per i troppi contagi è saltato in aria il sistema dei tamponi e il sistema di tracciamento dei positivi. Entrambi necessari per evitare l’allargamento del fronte del contagio. In questa caporetto sanitaria è venuto a mancare una visione organizzativo-sistemica. L’ultimo piano di emergenza è datato 2006. Vistosissime sono le carenze infrastrutturali delle ASL, come la rete informatica che unisce il sistema sanitario e territoriale in modo da integrarlo e renderlo operativo con software di tracciamento unico. Peccato che spesso il software non poteva essere utilizzata dalle ASL, scollegate tra di loro ed in grosse difficoltà con gli scambi di informazioni per ricostruire le catene pre e post contagio alla ricerca del “super contagiato”. Manca un’uniformità e un data base centralizzato e integrato con i SSR e i laboratori. Infine la debole, quasi inesistente assistenza territoriale. Quella che c’è è completamente insufficiente ai bisogni e che, in casi come questi, è di fondamentale importanza per evitare l’ammassamento dei pronto soccorso o l’aggravamento dei pazienti infettati. Il flop delle case della salute rimane paradigmatico. Le 76 case della salute che dovrebbero diventare 116 in toscana dovevano fare da cerniera con il territorio. Dovevano assicurare la presa in carico delle persone bisognose di assistenza, corroborate da un team di specialisti in sinergia con i medici di medicina generale. Purtroppo la medicina integrata in una rete territoriale potenziata e funzionale è rimasta una pura dichiarazione di principio. Adesso per dare un’immagine più chiara, snoccioliamo qualche dato a riguardo di cosa ha prodotto la strategia di curare il covid con una sanità così mal ridotta e privilegiando la scelta di riconvertire sale operatorie e reparti alla cura del covid. Forse molti non se ne sono accorti ma i risparmi si producono anche in questo modo riducendo la cura delle altre patologie, le operazioni, il monitoraggio delle visite di controllo ecc… Le morti parallele non covid, i cosidetti danni collaterali dell’epidemia emergono con forza per diverse patologie. Sul fronte cardiologico le morti per patologia cardiache al di fuori degli ospedali è triplicata passando, secondo lo studio della società di cardiologia italiana (SIC), dal 4,1% al 13,7%. La notizia che non ha ricevuto molta attenzione nei mezzi di comunicazione di massa trova un riscontro anche nello studio condotto dalla regione Emilia Romagna e riportato dal giornale italiano di cardiologia dove emerge un eccesso di morti cardiache extraospedaliero del 17% i primi sei mesi del 2020. Questo aspetto si lega probabilmente al calo di ricoveri per infarto che è stato di oltre il 50% a livello nazionale. La stessa cosa si registra più o meno anche per le altre patologie cardiache (scompenso, fibrillazioni, portatoti di pace-makers vedi link). In tutti casi hanno certamente pesato la paura del contagio e il fatto che buona parte dei reparti di cardiologia sono stati utilizzati per il trattamento dei casi più gravi di covid. Per quanto riguarda le patologie tumorali a parere di un eminente studio inglese (vedi link) la mortalità per cancro durante l’epidemia di Covid ha subito un aumento del 20%. Tale effetto è da imputarsi con probabilità al ritardo nelle diagnosi, delle terapie e degli interventi.
{D@ttero}

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Foto: https://www.pexels.com/it-it/foto/stetoscopio-blu-e-argento-40568/

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