Di cosa parliamo quando parliamo di didattica a distanza

Resta da sapere se allievi e professori, dal momento che la gestione di un universo in rovine alla quale li si invita non promette nulla di buono, si lasceranno ridurre alla funzione di meccanismi lucrativi senza scommettere sull’ipotesi di imparare a vivere anziché economizzarsi.

Raul Vaneigem, Avviso agli studenti

 

Di cosa parliamo quando parliamo di didattica a distanza? Innanzitutto, di uno strumento che crea profitto economico, che fa arricchire le potenti lobby dell’informatica. È uno strumento che viene pubblicizzato come un’automobile o uno smartphone: usate questi supporti digitali piuttosto che altri perché sono migliori e favoriscono la crescita e l’educazione. Inutile dire che si tratta di una gigantesca menzogna: alle lobby dell’informatica, a colossi come Google e a tutte le altre aziende sue surrogate, dell’educazione non importa proprio un bel niente. Gli interessa solo il profitto, come è giusto che sia all’interno della dinamica capitalista: quello capitalistico, infatti, è un sistema che, indifferentemente, può produrre didattica a distanza, ordigni nucleari o torte al cioccolato pur di creare profitto. Le sue pubblicità decanteranno, di volta in volta, la serietà e la cultura insite in quelle particolari modalità di didattica, la maggiore letalità di quel tipo di ordigno oppure la bontà e la genuinità di quel particolare tipo di torta al cioccolato. La scuola pubblica, in Italia, si appoggia al potentissimo Google (che, notoriamente, non è un ente pubblico) poiché utilizza la piattaforma Meet la quale ha però già mostrato il suo vero volto diventando a pagamento per riunioni con più di cento partecipanti. Chi ci assicura che in futuro non diventerà a pagamento anche per una ‘semplice’ lezione a venti studenti? Non ci sarebbe di che stupirsi: sarebbe solo una conseguenza logica all’interno del meccanismo del capitale.

E poi parliamo anche di una modalità didattica spersonalizzante che, nello stesso identico modo dei social, allontana il corpo privilegiando rapporti e relazioni senza vita e senza colore. La didattica a distanza – saremmo troppo ingenui per non capirlo – si appoggia alle stesse dinamiche che regolano le ‘amicizie’ su Facebook. Una lezione a distanza rischia di assumere il medesimo valore di un ‘amico’ su un social, magari mai visto né conosciuto. E se molti utenti dei social reputano come vera amicizia questo tipo di relazione, rischiamo di considerare come vere lezioni quelle effettuate a distanza. Non dobbiamo farci ingannare dall’apparato di potere delle lobby informatiche e dalle loro blandizie, dispensatrici di sempre più nuove forme di webinar (orrendo neologismo nato dalla fusione di web e seminar, vale a dire “sessione educativa o informativa online”). Il guaio è che a farne le spese sono soprattutto i ragazzi e i giovani, le cui vite sono già inondate da una spersonalizzazione delle relazioni, decostruite anch’esse in modalità a distanza e online, in cui le chat si sostituiscono alle parole dette a voce.

Dopo l’oscuro e infernale periodo del lockdown della scorsa primavera, in cui l’esclusivo utilizzo della DAD ha rappresentato per molti un tunnel senza uscita, il recente DPCM incentiva e incoraggia di nuovo l’utilizzo della didattica a distanza da affiancare all’attività in presenza. Si tratta di una pratica che non servirà a frenare il contagio (che, in ambito scolastico, resta a livelli estremamente marginali) ma servirà a rafforzare il potere economico delle aziende informatiche. Cogliendo al volo la situazione offerta dalla pandemia, la scuola e l’università si sono infatti affidate ciecamente alla didattica a distanza, la quale rientra in modo robotico ed abnorme all’interno delle spettrali dinamiche di controllo e di coercizione che tendono a riformulare complessivamente il sistema didattico. In esse rientra anche la “pedagogia delle competenze” pianificata presso agenzie e fondazioni imprenditoriali atte ad immettere lo studente sul mercato del lavoro, destinato già a diventare “risorsa umana” in un sistema in agonia prossimo a crollare e a sacrificare sul suo squallido altare innumerevoli vittime innocenti.

La digitalizzazione e la connettività stanno ormai diventando endemiche, fino a costituire un vero e proprio virus contro il quale, per preservare la nostra sanità mentale, dovremmo batterci con la stessa veemenza che usiamo per lottare contro il Covid-19. In un pamphlet recentemente tradotto in italiano, Dark Deleuze, una rilettura in chiave ‘oscura’ della filosofia deleuziana, lo studioso americano Andrew Culp afferma che il suo bersaglio principale è la connettività, cioè la “crescente integrazione di persone e cose attraverso la tecnologia digitale”, che produce “il terrore dell’esposizione, la diffusione del potere e la sovrasaturazione dell’informazione”. Culp riporta una dichiarazione di Eric Schmidt, presidente del consiglio di amministrazione di Google, secondo la quale presto Internet scomparirà poiché diventerà inseparabile dal nostro essere.Sarà parte della vostra presenza tutto il tempo”: così suona la dichiarazione del manager, una profezia inquietante che assomiglia alle pubblicità dei nuovi strumenti digitali. In seguito all’emergenza Covid, Internet sembra essere diventato veramente inseparabile dal nostro essere. Lo smart working, la didattica a distanza, le varie “app” per monitorare la diffusione del virus (unicamente per salvaguardare la nostra salute) sono gli indizi di una connettività che è ormai entrata in una apparentemente pacifica e pacificata sinergia con gli individui. Lo stesso Culp ricorda che nell’immaginario cinematografico “c’è un intero filone di film horror asiatici che dipingono oggetti mediali maledetti capaci di rovinare le nostre vite (Ring, Kairo, Phone, The Call – Non rispondere, White: The Melody of the Curse)”. Stiamo tranquilli: presto arriverà anche un film dedicato alla didattica a distanza con un titolo del tipo DAD II. Non connetterti.

Come scrive Raoul Vaneigem nel suo Avviso agli studenti, uscito nel 1995, “chi trasforma il vivente in cosa morta, qualunque ne sia il pretesto, dimostra soltanto che il suo sapere non gli è neppure servito a diventare umano”, ribadendo che “infilzare una farfalla su uno spillo non è il modo migliore per fare la sua conoscenza”. L’atteggiamento di chi sostituisce la didattica in presenza con quella a distanza è lo stesso di chi infilza una farfalla su uno spillo: trasforma il vivente in cosa morta, una interazione interpersonale basata su svariati meccanismi affettivi in una arida parvenza ologrammatica.

Il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han parla della società digitalizzata e pervasa dalla connettività come di una “società della trasparenza”, all’interno della quale “l’obbligo di trasparenza riduce l’uomo a un elemento funzionale di un sistema” ed è proprio in ciò che “consiste la violenza della trasparenza”. La digitalizzazione ci disumanizza e ci trasforma in strumenti della valorizzazione del capitale, in ingranaggi di un sistema che ci vorrebbe tutti ridotti ad automi senza volontà. Inoltre, in questo tipo di società, “il sistema sociale espone oggi tutti i suoi processi a un obbligo di trasparenza, al fine di standardizzarli e di accelerarli”. Infatti, “la comunicazione raggiunge la sua massima velocità là dove l’Uguale risponde all’Uguale, dove ha luogo una reazione a catena dell’Uguale. La negatività dell’alterità e dell’estraneità, o la resistenza dell’Altro, disturba e rallenta la piatta comunicazione dell’Uguale”. L’Altro e il diverso, perciò, devono essere eliminati perché rappresentano un rallentamento della comunicazione: essi sono la lentezza, la dolcezza del corpo che si stira e lentamente si ridesta per iniziare pigramente a percepire gli afflati della vita intorno a sé. La didattica a distanza non può che eliminare, perciò, tutti i diversi che rallentano la sua comunicazione: i poveri, gli immigrati, i detenuti, le fasce sociali più deboli, quei ‘paria’ della società che sono i rom e gli zingari, i senzatetto, i disagiati. È chiaro che un ragazzo immigrato, un rom o uno la cui famiglia, semplicemente, non si può permettere una connettività adeguata, all’interno di questo meccanismo finirà inesorabilmente annientato. E pensare che una delle caratteristiche principali della scuola dovrebbe essere proprio l’inclusione: la scuola dovrebbe andare a regalare abbracci là dove c’è più bisogno di lei, nelle periferie delle grandi città, nei campi rom, nelle povere case degli immigrati, nelle carceri, vicino agli ultimi degli ultimi. Con la didattica a distanza, questo non potrà mai avvenire.

Insomma, probabilmente adesso lo si è capito di cosa parliamo quando parliamo di didattica a distanza: di uno strumento spersonalizzante e disumanizzante, che idealizza una società di “uguali” ricchi e benestanti dalla quale devono essere eliminati i ‘diversi’ di ogni tipo e che persegue solo gli interessi del capitale. Non possiamo rassegnarci al fatto che non esistano piattaforme ‘pubbliche’ per questa pratica didattica, che la scuola pubblica, con Meet, sempre e comunque si appoggi al colosso Google. L’unico modo per dire no all’alienazione imposta dal capitale è, in questo caso, dire no alla didattica a distanza tout court, costi quel che costi. E se – come scrive Vaneigem nel brano che abbiamo riportato in epigrafe – “resta da sapere se allievi e professori si lasceranno ridurre alla funzione di meccanismi lucrativi senza scommettere sull’ipotesi di imparare a vivere anziché economizzarsi”, ribellarsi all’imposizione di una sempre più diffusa connettività e, quindi, ribellarsi alla didattica a distanza, forse, significa anche rifiutare di trasformarsi in meccanismi lucrativi succubi della diffusa economizzazione dell’esistente per rientrare nei nostri corpi e, finalmente, imparare a vivere.

Guy van Stratten

 

Riferimenti bibliografici:

Andrew Culp, Dark Deleuze, trad. it. a cura di F. Di Maio, con interventi di P. Vignola e R. Ronchi, Mimesis, Milano-Udine, 2020.

B.-C. Han, La società della trasparenza, trad. it. Nottetempo, Roma, 2014.

R. Vaneigem, Avviso agli studenti – Terrorismo o rivoluzione, trad. it. Piano B edizioni, Prato, 2010.

 

In copertina: fotogramma dal film The Ring (2002)

 

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