Ecuador: Come ha fatto la sinistra maggioritaria a perdere con la destra?

Emir Sader, (*) 14/04/2021

La sinistra ecuadoriana è arrivata profondamente divisa al secondo turno delle elezioni presidenziali [dell’11 aprile, ndt]. I suoi tre candidati, tutti anti-neoliberisti, avevano raggiunto il 66% dei voti al primo turno: Arauz 32%, Yaku 19%, Xavier 15% 1 . Al secondo turno Arauz ha guadagnato soltanto 17 punti, arrivando al 47%. Gli altri due candidati non hanno offerto formalmente il loro appoggio a nessuno dei due, ma hanno concentrato le loro critiche su Arauz, che consideravano il nemico principale.
Mentre Lasso, che aveva ottenuto il 19% dei voti al primo turno, ha guadagnato un 33% al secondo turno, quasi la stessa quantità di voti che avevano ottenuto insieme Yaku e Xavier al primo turno (34%). Quel che è certo è che questo spostamento di voti ha fatto sì che la sinistra, pur avendo la maggioranza al primo turno, perdesse al secondo. L’analisi delle regioni di concentrazione dei voti della CONAE [in realtà CONAIE, Confederazione dei popoli indigeni ndt] indica dove Lasso ha finito per conquistare più voti al secondo turno.
Così la sinistra, maggioritaria nel Paese, ha finito per perdere le elezioni. Mentre la destra, chiaramente minoritaria al primo turno (19%), a causa della divisione della sinistra, ha finito per imporre il suo candidato.
Com’è stato possibile? In primo luogo, è chiaro, a causa della mancanza di senso dell’unità da parte dei candidati della sinistra che non hanno partecipato al secondo turno: Yaku e Xavier, dato che entrambi hanno privilegiato le contraddizioni secondarie con il governo di Rafael Correa -conflitti con il movimento indigeno, questioni di conservazione dell’ambiente…-, di fronte alla contraddizione fondamentale del nostro periodo storico, che ci colloca tra neoliberismo e post-neoliberismo. La CONAE ha proposto uno stravagante “voto nullo ideologico”. Questa quantità di voti -1.600.000, mentre al secondo turno del 2017 era stata di 980mila- ha avuto un peso determinante nel risultato finale, perché Lasso ha finito per vincere con una differenza di circa 400 mila voti.
La sinistra maggioritaria non è stata capace di ristabilire l’unità del suo campo al secondo turno ed è stata sconfitta. Tutto ciò ha a che vedere anche con il modo in cui il governo di Rafael Correa -il più importante della storia dell’Ecuador- ha trattato le divergenze in seno al campo popolare.
L’opposizione, sia di destra che di sinistra, ha sfruttato quasi esclusivamente l’anticorreismo; una cosa che la destra ha fatto coscientemente e nei settori di sinistra in modo irresponsabile, finendo per fare di questo tema il tema centrale della campagna, alla fine giustificando quello che hanno fatto e decidendo il risultato a favore della destra.
A volte hanno confessato che preferivano Lasso -il principale banchiere del Paese, neoliberista ortodosso- a volte, in mala fede, lo hanno favorito, facendo del ritorno del correismo il loro nemico fondamentale.
Il problema della mancanza di unità della sinistra e dell’ascesa di Lasso viene da lontano, dalle precedenti elezioni presidenziali del 2017, quando Lenín Moreno fu eletto in elezioni interne ad Alianza Pais come il candidato della continuità della Revolución Ciudadana di Rafael Correa, e che sconfisse per poco più di due punti Guillermo Lasso, dopo dieci anni del governo che ha prodotto più trasformazioni nella storia ecuadoriana. Qualcosa non andava, ma non venne fatta l’analisi opportuna. In generale, la sinistra impara più dalle sconfitte che dalle vittorie.
Decisiva per la divisione del campo correista è stato il tradimento di Lenín Moreno, che finì per liquidare lo stesso partito della Revolucion Ciudadana –Alianza País– e debilitare questo campo, a causa dello sconcerto prodotto e alla repressione diretta di dirigenti del correismo e dello stesso Rafael Correa, che dovette cercare asilo all’estero per non essere arrestato a causa di un processo di criminalizzazione tipico della destra latinoamericana contemporanea.
Nel frattempo settori del movimento indigeno si consolidavano come campo politico proprio -la CONAE e Pachakutik – in forte opposizione al correismo. Anche altri settori della sinistra -come la candidatura di Xavier- hanno assunto questa posizione.
Al contrario della Bolivia, dove nonostante alcuni conflitti con il movimento indigeno il governo di Evo ha continuato a contare sull’appoggio di massa di questo movimento, che alla fine fu decisivo nella grande vittoria del MAS al primo turno delle ultime elezioni, Alianza País e il governo di Rafael Correa hanno avuto molti più conflitti con il movimento indigeno, che si è reso autonomo e nella sua grande maggioranza è passato allo schieramento di opposizione al governo. Il MAS ha riunificato l’insieme del campo popolare e si è riaffermato come la forza egemonica, mantenendo al suo interno le differenze e i conflitti nel campo della sinistra.
L’insieme di questi fenomeni, che è sfociato nell’incapacità del correismo di ricomporre l’unità della sinistra e riaffermarsi come la forza egemonica nel campo popolare, ha fatto sì che una sinistra maggioritaria in Ecuador sia stata sconfitta da una destra minoritaria, che passerà a governare il Paese per i prossimi quattro anni restaurando il suo modello neoliberista, iniziando con la privatizzazione della Banca Centrale ecuadoriana.
La sinistra ecuadoriana e tutta la sinistra latinoamericana devono imparare da questa dolorosa sconfitta, dando ancora più valore alla loro unità interna e alla centralità dello scontro con il neoliberismo.

Tratto da www.rebelion.org, traduzione per Codice Rosso di Andrea Grillo

(*) Filosofo e sociologo brasiliano, dirige il Laboratorio di Politiche pubbliche dell’Università dello Stato di Rio de Janeiro. È stato uno dei fondatori del Social Forum mondiale

NOTA

1. Arauz era il candidato di Alianza Pais, il partito fondato dall’ex presidente Correa, che intendeva ritornare ai temi della Revolución Ciudadana, cioè il processo di cambiamento in senso socialista e ambientalista che nel corso degli anni era stato accantonato e poi clamorosamente tradito dal precedente presidente Moreno; Yaku era il candidato del movimento indigeno Pachakutik, un personaggio ambiguo che però al primo turno aveva catalizzato molti consensi proprio a causa dei voltafaccia della sinistra di governo, in particolare sulle politiche di “estrattivismo”, cioè dello sfruttamento dei giacimenti di minerali e combustibili fossili; Xavier è l’ormai abusato personaggio dell’impresario “prestato alla politica” che si era presentato con un programma genericamente riformista (lotta alla corruzione, una spruzzata di politiche sociali e di ambientalismo ecc.). Dopo il primo turno c’erano stati scontri feroci tra Yaku, che aveva dichiarato di preferire un banchiere a un dittatore, e i sostenitori di Arauz, che avevano accusato Yaku di essere un pupazzo creato a tavolino dagli Stati Uniti e dalla destra. Yaku e Lasso erano arrivati quasi alla pari e solo dopo diversi riconteggi (con le rituali accuse di brogli) Lasso era stato ammesso al ballottaggio. La verità è che sia Arauz che Yaku preferivano la vittoria di Lasso a quella del loro rivale interno al campo della sinistra. Una posizione poco intelligente che ha avuto un esito catastrofico [ndt], anche se le divergenze tra i vari settori della sinistra su questioni come le politiche ambientali e sociali non sono così secondarie come scrive Sader [ndt]

 

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