L’immagine del Potere nell’era digitale
In Pictorial Trump (2025)[1], lo studioso Andrea Rabbito prende in esame la costruzione dell’immagine-Trump osservando come vi sia una linea di continuità tra la sua vecchia immagine di imprenditore immobiliare e la sua immagine di politico. Non a caso, per la sua ascesa politica, Trump ha recuperando lo slogan “Let’s Make America Great Again” in auge nell’America reaganiana degli anni Ottanta, quando si prodigava a vendere sogni insieme ai lussuosi palazzi marchiati, come fossero bestiame, con il suo nome. L’immagine-Trump come simbolo del Potere è, secondo Rabbito, fortemente legata all’avvento dei nuovi media e delle nuove immagini digitali, contraddistinte da particolari modalità di produzione, circolazione e fruizione. Se parte del fascino di Trump deriva dal suo aver saputo costruire un’immagine di sé capace di presentarlo come realizzatore di sogni, a renderlo attraente è anche la sua propensione ad una condotta all’insegna dell’esagerazione, dell’insolenza, delle spavalderie e del disinteresse per le consuetudini e le buone maniere.
Ogni volta che vede vacillare la sua immagine di successo, come un giocatore d’azzardo, Trump rilancia, senza mai ammettere l’errore o il fallimento. Non a caso dallo studio di Rabbito sull’immagine di Trump emerge anche un punto di svolta, che però, anziché indicare una rottura con il passato, assume l’aspetto di un rilancio che lo proietta in avanti aumentando la posta in palio. Tutto ciò risulta evidente nel confronto tra il ritratto ufficiale scelto da Trump per il suo primo mandato, che intende mostrare il volto sorridente e compiaciuto di chi ha saputo replicare in politica i successi imprenditoriali, e il ritratto scelto per il secondo mandato, in cui compare il volto minaccioso di un politico che, dopo aver sostenuto persino l’azzardo dello sguaiato assalto a Capitol Hill, sembra intenzionato a regolare i conti con tutti coloro che considera nemici suoi, dunque del Paese. In questa logica di contino rilancio pur di non andare a vedere le carte, il Presidente sembra voler/dover mostrare che stavolta intende fare sul serio, come dimostra la violenta ed infame caccia ai migranti irregolari immortalata dalle immagini trasmesse con compiacimento dai canali ufficiali.
Le modalità con cui Trump si presenta ai media, dunque agli Stati Uniti e al resto del mondo, manifestano il desiderio di palesare la rottura dei protocolli e delle consuetudini. Pur non mancando occasioni in cui il Presidente statunitense parla ai giornalisti in piedi, dietro a un leggio o, più facilmente, senza di esso, colpiscono le tante occasioni in cui si esibisce seduto, a volte dalla scrivania, altre riposto sguaiatamente su una sedia in mezzo a una stanza, solo o in compagnia di qualche stretto collaboratore o ospite.
A questa ultima modalità appartengono due casi in cui sono state allestite delle vere e proprie imboscate nei confronti degli ospiti internazionali: l’incontro alla Casa Bianca con Zelensky, letteralmente umiliato pubblicamente da Trump e da Vance, e il ricevimento del presidente sudafricano Ramaphosa, improvvisamente accusato da Trump – con tanto di ricorso a un video a suffragio di quanto sostenuto – di tollerare il genocidio degli agricoltori bianchi perpetrato dalla popolazione di colore del paese africano. In tali circostanze la scenografia composta da sedie isolate dal resto del mobilio ha conferito agli eventi le sembianze di un crudo “palcoscenico-tribunale del popolo” stile western in favore di telecamere e macchine fotografiche. Riemerge in questi casi l’immagine torva del volto di Trump che campeggia sul ritratto ufficiale del suo secondo insediamento, derivata del resto da una sua vecchia foto segnaletica: l’espressione è quella di chi ha perso la pazienza, di chi non vuole più essere trattenuto da lacci e lacciuoli, da etichette e consuetudini. Si è aperta l’era in cui le cose vanno risolte in maniera rude e diretta, senza tentennamenti e formalismi, da veri cowboy privi di scrupoli.
Tra i casi di messe in scena dei protagonisti seduti su sedie pressoché isolate dal resto dell’ambiente, si possono ricordare l’incontro tra Zelensky e Trump all’interno della Basilica di San Pietro in occasione dei funerali del pontefice Francesco – con un patetico Macron che si è visto rifiutare l’ammissione a quella che, anche alla luce del luogo, ha assunto le sembianze di una confessione informale – e diversi incontri tra Trump e Meloni sia alla Casa Bianca, espressamente in favore dei media, sia in situazione più informale, ma che si concede altrettanto volontariamente agli obiettivi, su una panchina di legno al Pomeroy Kananaskis Mountain Lodge, a margine del G7 canadese. Eventi, questi ultimi, che vedono la Presidente del Consiglio italiana sporgersi in maniera innaturale per avvicinarsi ossequiosamente alla figura più distaccata e piegata in avanti del tycoon statunitense.
Alla tipologia in cui Trump se ne sta informalmente seduto dietro la scrivania di fronte ai media appartengono i tanti incontri in cui ha mantenuto in piedi al suo fianco uno o più collaboratori – si pensi ai casi di Musk, con tanto di figlioletto al seguito, in tenuta da creativo, con cappellino in testa e t-shirt informale sotto la giacca – o al surreale ricevimento di alcuni rappresentanti della squadra di calcio torinese di Elkann, in cui Trump discuteva di scenari di guerra con i media mantenendo i calciatori in piedi alle sue spalle in evidente imbarazzo. In tutti i casi riportati è evidente l’intenzione del Presidente statunitense di celebrare il proprio potere mettendo al contempo a disagio gli interlocutori, palesemente ridotti a ruoli di subalternità.
Una delle messe in scena dal maggior impatto iconico è ben descritta da Rabbito nel suo libro e riguarda l’immagine dello Studio Ovale nel momento della presentazione del White House Faith Office con cui il Presidente pare quasi assumere simbolicamente l’inedito ruolo di guida religiosa. «Trump appare, infatti, avvolto da un’aura divina; si offre come pilastro su cui gli uomini e le donne di fede trovano appoggio e sicurezza spirituali; su di lui, sulle sue spalle, sulle sue braccia, poggiano la propria mano i predicatori, nel mentre sono tutti raccolti in preghiera, con occhi chiusi e capo chino, come fossero ispirati da lui, trasportati altrove grazie a lui, e a lui si affidassero. Trump, in questo modo, non solo trasmette conforto e speranza, ma appare anche medium per una comunicazione con il trascendente»[2].
Sapendo sfruttare le potenzialità dei nuovi media e delle nuove immagini digitali, attraverso condotte e parole votate all’eccesso e alle tante immagini continuamente postate sui profili istituzionali che lo vedono protagonista tanto della realtà sempre più grottesca che mette in scena (dai berrettini MAGA stile baseball indossati senza badare al dress code imposto dall’etichetta alle insolite ambientazioni orchestrate in ambienti e occasioni istituzionali), quanto di scenari creati digitalmente (si pensi al video su Gaza città del divertimento, alle immagini che lo mostrano nei panni di un supereroe stile Marvel ecc.). Indubbiamente Trump ha costruito un’immagine di sé coincidente con l’immagine del potere destinata ad incidere sull’immaginario soprattutto, ma non solo, statunitense, destinata a lasciare postumi ben al di là del suo secondo mandato alla Casa Bianca.
Per Codice Rosso, Max Renn
[1] Andrea Rabbito, Pictorial Trump. Il ruolo politico delle nuove immagini, Introduzione di Ruggero Eugeni, Postfazione di Roberto Revello, Mimesis, Milano-Udine, 2025
[2] Ivi, p. 98.

