Internazionale

Le Onde del Cambiamento

L’evoluzione delle fasi politiche latinoamericane nel contesto delle vicende storiche internazionali post Seconda Guerra Mondiale

Le vicende politiche, con i relativi risvolti economici e sociali, che hanno interessato l’America Latina fra il 1950 e il 2020 si sono svolte, per la parte sino a al 1991, nel contesto delle due periodi storici concomitanti che hanno caratterizzato il secondo Dopoguerra. In considerazione di ciò per meglio contestualizzare gli accadimenti abbiamo ritenuto necessario inquadrare entrambi brevemente:

la Decolonizzazione (1945-1975), durante la quale le ex colonie in Africa, Medio Oriente, Asia meridionale e Sud-est asiatico hanno raggiunto l’indipendenza. In questo periodo, è emerso il concetto di “Terzo mondo”, costituito dalle ex colonie indipendenti, che si distingueva dal Primo mondo (paesi capitalisti) e dal Secondo mondo (paesi socialisti). Le ex colonie, tuttavia, hanno ereditato profondi squilibri sociali anche perché spesso risultavano caratterizzati da un’oligarchia filo coloniale al potere, conseguentemente la maggior parte dei popoli una volta divenuti indipendenti hanno dato vita a movimenti per la giustizia sociale, cercando di instaurare modelli socio-economici più equi.

il Bipolarismo (1945-1991), durante il quale il mondo si è diviso in due sfere ideologiche: il Primo mondo contrapposto al Secondo mondo. Questa divisione ha portato alla Guerra Fredda (1945-89), un conflitto che non è mai sfociato in uno scontro diretto tra le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. Le ex colonie, che nutrivano un comprensibile risentimento verso le ex potenze coloniali, in alcuni casi hanno guardato con favore al socialismo. Anche l’America Latina, seppur già indipendente dall’inizio del XIX è presto finita sotto l’influenza statunitense. In questa fase si sono sviluppati movimenti progressisti, molti dei quali sono tuttavia stati repressi da colpi di stato, impedendo un cambiamento di rotta nei paesi del sub-continente che, in base alla Dottrina Monroe (1823), dovevano rimanere assoggettati all’influenza geopolitica degli Stati Uniti.

Questo processo storico in America Latina, si è verificato con il periodo del “trentennio buio” (anni ’50-’60-’70), in cui hanno prevalso dittature violente e feroci (es. Argentina, Cile, Brasile, Paraguay, Uruguay, Nicaragua, ecc.) e democrazie autoritarie. Questi regimi hanno non solo violato i diritti umani ma hanno anche ostacolato lo sviluppo economico a causa dello sfruttamento delle risorse da parte delle multinazionali estere e del saccheggio delle risorse statali da parte del blocco civico-militare interno instauratosi al potere.

LA TRANSIZIONE ALLA DEMOCRAZIA

Negli anni ’80, molti paesi latinoamericani hanno sperimentato un graduale ritorno alla democrazia, ma spesso la transizione è stata ostacolata dalla presenza nella vita politica di ex leader delle dittature civico-militari che hanno avuto garantita l’impunità attraverso leggi speciali, come Pinochet in Cile. In molti paesi, il legame tra militari, dittatori deposti e potenti oligarchie ha ostacolato lo sviluppo di regimi democratici e politiche socialmente orientate al progresso sociale. La transizione dalle dittature è avvenuta in modo diverso nei vari paesi latinoamericani e si può definire conclusa solamente con l’approvazione di nuove costituzioni.

Ad esempio, in Argentina la dittatura durò dal 1976 al 1983, la nuova costituzione venne approvata nel 1994, mentre in Brasile dal 1965 al 1985 e la nuova costituzione approvata nel 1988.

Ci sono stati due paesi che hanno adottato costituzioni innovative e più avanzate per quanto riguarda i diritti:

  1. Bolivia sotto la guida del presidente Evo Morales. Nel 2009, la Bolivia ha approvato una nuova costituzione diventando lo “Stato Plurinazionale di Bolivia”. Evo Morales guidò una “rivoluzione indigenista” democratica, unendo movimenti sociali e indigeni riuscendo a diventare presidente alle elezioni di fine 2005. La nuova Costituzione riconosce la multiculturalità e garantisce i diritti dei popoli indigeni.
  2. Ecuador sotto la guida del presidente Rafael Correa (2007-17). Nel 2008, l’Ecuador ha approvato una nuova Costituzione con il 63.94% dei voti favorevoli in un referendum popolare confermativo. La nuova “Carta Magna”, con 444 articoli, introduce lingue indigene, riconosce diritti collettivi e promuove la democrazia diretta.

Tuttavia, un paese, in particolare, non è riuscito a completare la transazione, il Cile, a causa della dittatura di Pinochet durata dal 1973 al 1990. La dittatura di Pinochet azzerò il ruolo dello stato e privatizzò tutte le proprietà statali e i servizi a beneficio della popolazione. Patricio Aylwin, il primo presidente post-dittatura (1990-94), dichiarò che quella cilena rappresentava “una democrazia nei limiti del possibile”, perché era limitata dalla presenza di Pinochet che aveva mantenuto il ruolo di capo delle Forze armate.

La transizione si sarebbe finalmente potuta concludere nel 2022 quando si arrivò al referendum per l’approvazione di un nuovo testo costituzionale, che però venne respinto dal voto popolare e quindi rimane tuttora in vigore la costituzione di Pinochet introdotta nel 1980 durante la dittatura.

LA PRIMA STAGIONE DEI GOVERNI PROGRESSISTI

La prima stagione dei governi progressisti ha segnato il risveglio delle rivendicazione sociali e politiche in America Latina. Questo cambiamento di fase politica, influenzato dal fenomeno Zapatista in Messico nel 1994, viene sancito dall’elezione di “Lula” in Brasile nel 2002. Diversi paesi latinoamericani hanno successivamente sperimentato coalizioni di sinistra e centro-sinistra che hanno attuato riforme economiche significative e si sono impegnati per il rispetto delle istituzioni democratiche e dei diritti umani. Tuttavia, questi governi non hanno sempre soddisfatto completamente le richieste dei movimenti sociali e indigeni. Alcuni governi oligarchici hanno continuato politiche economiche a favore delle multinazionali; mentre alcuni progressisti come Manuel Zelaya in Honduras nel 2009 e Fernando Lugo in Paraguay nel 2012, hanno subito colpi di stato “soavi” e conseguenti cambiamenti politici a favore delle destre. Gli Stati Uniti, per contrastare questo processo di emancipazione latinoamericana, hanno cercato di estendere l’accordo del Libero Commercio del Nord America (Nafta) a tutta l’America Latina (Alca), ma il progetto è fallito nel 2005 a causa della resistenza di alcuni paesi e del sorgere di un progetto di integrazione tra gli Stati latinoamericani, finalizzato all’emancipazione dall’influenza geopolitica delle potenze del Nord economico.

La prima stagione dei governi progressisti ha generato due effetti di rilievo:

1. Il processo d’integrazione regionale. Si infatti sono formati organismi sovranazionali che hanno raggruppato paesi dell’area. Queste organizzazioni potevano perseguire scopi di natura politica, come l’UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane – carta 1), un’organizzazione politica autonoma nata con l’obiettivo di integrare le politiche economiche e le strategie internazionali degli Stati del Sud America, o come la CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi) una comunità latinoamericana di stati che comprende i 33 paesi del subcontinente, escludendo l’America anglosassone (USA e Canada). Altre alleanze avevano fini di carattere economico, come il MERCOSUR (Mercado Común del Sur) del 1995, che mirava all’integrazione tra le economie per renderle indipendenti dal Nord, o come l’Alba, l’Alleanza Bolivariana dei popoli di nostra America nata nel 2004, che aveva come obiettivo non solo quello dello sviluppo e dell’integrazione economica, ma anche lo sviluppo sociale. Negli ultimi anni, l’Alba è entrata in crisi a causa di sanzioni molto pesanti imposte da Trump che hanno affossato l’economia di alcuni di questi paesi. Un’altra alleanza di natura economica è l’Alleanza del Pacifico, in cui i paesi membri hanno conseguito singolarmente accordi commerciali bilaterali con gli USA, da posizioni di debolezza contrattuale.

 

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Carta 1: i 12 stati fondatori dell’Unasur

2. Il miglioramento delle condizioni sociali. Tale fenomeno si è concretizzato su due aspetti principali:

  • La riduzione della povertà: (grafico 1)

La riduzione della povertà è stata significativa, sebbene con variazioni notevoli tra i paesi. Alcuni come Perù, Venezuela e Cile hanno registrato una contrazione del 40% fra il 2000 e il 2010, mentre alcuni Paesi centroamericani come Honduras, Nicaragua e Guatemala hanno mantenuto condizioni critiche, con oltre il 50% della popolazione sotto la soglia di povertà nel 2010. Haiti si è confermato come il paese più svantaggiato dell’intera America Latina, con circa l’80% di povertà e il 54% della popolazione che sopravviveva con meno di un dollaro al giorno.

  • Riduzione della disparità sociale:

La riduzione della disparità sociale viene usualmente misurata mediante l’indice Gini (grafico 2), che offre un valore compreso tra 0 e 1. Tale indice è diminuito nei paesi con governi progressisti, mentre è aumentato in quelli che hanno mantenuto governi oligarchici come Colombia, Guatemala e Costa Rica.

Nel complesso, il subcontinente latino-americano ha vissuto un miglioramento generale delle condizioni sociali nei 15 anni della prima storica stagione dei governi progressisti (2002-2016), nonostante variazioni significative tra i diversi paesi.

 

America Latina: un futuro incerto fra crisi dei governi progressisti e nuove strategie golpiste – Pisorno
Grafico 1: Percentuale di povertà nei paesi Latinoamericani nel 2000 e nel 2010. Fonte: Cepal

 

America Latina: un futuro incerto fra crisi dei governi progressisti e nuove strategie golpiste – Pisorno
Grafico 2: Coefficiente Gini Paesi Latinoamericani, confronto 2000-2010. Fonte: Cepal

LA CRISI DEI GOVERNI PROGRESSISTI

A partire dal 2013, i governi progressisti latinoamericani hanno mostrato segni di criticità, nonostante successi iniziali in termini di avanzamento democratico e diritti delle comunità amerindie. Le sfide includevano il superamento del modello economico estrattivista legato all’esportazione delle materie prime grezze (commodities), inoltre hanno influito: mancate riforme strutturali (riforma agraria), applicazione di sole politiche redistributive, recessione economica in Brasile, potenza economica latinoamericana, e una contrazione delle quotazioni delle materie prime. Problemi politici interni e una nuova offensiva imperialistica degli USA nel subcontinente hanno contribuito alle difficoltà.

Dal 2014, l’America Latina ha affrontato una congiuntura economica sfavorevole, a causa della riduzione delle quotazione delle commodities dalle quali è dipendente circa l’80% dell’export del Sud America e il 54% dell’intero subcontinente.

Dopo il lieve calo del PIL nel 2015 (-0,1%), l’accentuarsi della contrazione delle materie prime nel 2016 (-4,0%) ha causato recessione in Brasile (-3,6%), Argentina (-2,2%), Venezuela (-9,7%) e in tutta l’America Latina (-1,1%), con ripercussioni negative a livello sociale e politico, soprattutto in Sud America.

Nel 2017 c’è stata un’inversione positiva nel ciclo economico latinoamericano (+1,1%), grazie al trend positivo delle quotazioni delle commodities (+12%). Tuttavia, nel 2018, la crescita è rimasta bassa (1,1%) e nel dicembre 2019, prima della pandemia, la Cepal rilevava per l’anno in corso una decelerazione economica diffusa (+0,1%), con pressioni sociali crescenti che invocavano una riduzione delle disuguaglianze, intanto di nuovo aumentate.

Il periodo 2014-2020 è stato indicato come il settennio più debole degli ultimi settanta anni per le economie latinoamericane, con una crescita media annua del 0,5% e il PIL pro capite in contrazione del 4% tra il 2014 e il 2019. Questo quadro negativo, già evidente prima della pandemia, supporta l’analisi di Miguel Saavedra, che definisce la situazione economica latinoamericana come una “stagnazione strutturale neocoloniale” (grafico 3).

Grafico 3: tasso di crescita economica media per settennio dal 1951 al 2020. Fonte: Cepal

IL RITORNO DELLE DESTRE

I primi segnali di crisi nel ciclo progressista latinoamericano iniziano a fine 2015 con la vittoria delle destre alle parlamentari in Venezuela e l’elezione del liberista Mauricio Macri in Argentina, segnando la fine della lunga stagione del peronismo di centrosinistra dell’era Kirchner (Nestor 2003-07 e Cristina 2008-15).

Il “golpe istituzionale” in Brasile ad agosto 2016, con la destituzione di Dilma Rousseff, sostituita dal vicepresidente Temer che però forma un governo con le forze conservatrici, sposta definitivamente a destra l’asse geopolitico nella macroregione, decretando la fine della prima storica fase dei governi progressisti latinoamericani. Questo influisce direttamente sul Mercosur, con un blocco di Paesi di destra che cambiano la strategia commerciale, preferendo accordi bilaterali con le potenze del Nord, a quelli fra stati sudamericani. Il processo provoca una frattura politica interna che isola il Venezuela. Pressioni politiche portano alla sospensione del Venezuela dal Mercosur nel 2016. L’analisi geopolitica suggerisce un disarticolamento delle organizzazioni regionali, come Mercosur, Alleanza bolivariana, Celac e Unasur, attraverso processi golpisti e sanzioni economiche unilaterali statunitensi.

Le pressioni internazionali, intensificate con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca nel 2017, mirano a riportare l’America Latina sotto l’influenza degli Stati Uniti, soprattutto tramite la caduta del governo bolivariano e la destrutturazione degli organismi sovranazionali incentrati sul Venezuela. Alba e Petrocaribe, modelli aggregativi emancipatori, rappresentavano un baluardo per i paesi progressisti latinoamericani, ma la spinta reazionaria interna, l’azione imperialistica e il ritorno delle destre al potere riescono a fiaccare questa resistenza e spingere in crisi questi organismi. In quella fase gli Stati Uniti cercano anche di frenare l’espansione economica cinese nella regione.

La strategia globale di scontro tra gli Stati Uniti, Cina e Russia ha impatti negativi sull’America Latina, inibendo l’emancipazione dal modello estrattivista. La competizione, soprattutto, tra le multinazionali statunitensi e cinesi per le risorse agricole, minerarie ed energetiche del subcontinente ha consolidato un modello economico di tipo neocoloniale basato sull’esportazione di materie prime grezze, con conseguenze negative sullo sviluppo regionale.

Dal 2017 al 2018, le sinistre latinoamericane hanno subito sconfitte significative, con vittorie delle destre nelle elezioni presidenziali di diversi paesi. L’affermazione di Sebastián Piñera in Cile (2018-22), seguita da quella di Jair Bolsonaro (2018-22) in Brasile, rappresentano un significativo cambiamento negli equilibri geopolitici della macroregione a favore delle destre. Bolsonaro, esponente di estrema destra, ha consolidato le politiche neoliberali già introdotte da Temer (2016-18) dopo la destituzione di Dilma, aumentato la repressione contro i movimenti sociali e ha avuto impatti negativi su tutta l’America Latina e sui suoi organismi sovranazionali. Il Mercosur ha cambiato rotta favorendo accordi di libero commercio con il Nord (uno è in fase di trattativa anche con l’Ue), mentre Unasur e Celac hanno affrontato impasse politiche. Anche l’Alba ha perso sensibilmente slancio, influenzata dalla crisi economica venezuelana in atto dal 2014 e dai cambiamenti politici in Ecuador. Il 2018 ha segnato un ritorno delle destre e dell’imperialismo statunitense nella macroregione, con conseguenze rilevanti sulle condizioni di vita dei ceti subalterni, delle comunità amerindie e sull’ambiente in tutto il Sud America. Con l’Amazzonia nuovamente sotto attacco a causa del riaffermarsi del modello estrattivista in grande stile.

Nel 2019, l’America Latina ha affrontato complessità dovute al rallentamento economico, strategie golpiste e forte dinamismo sociale. L’economia ha registrato una crescita minima (+0,1%), e le elezioni hanno portato ad un consolidamento delle destre, anche tramite il “golpe istituzionale” in Bolivia ai danni di Evo Morales, al quale subentra l’autoproclamata Janine Áñez (2019-20) con un governo di destra, e il radicamento delle politiche estrattiviste e neoliberiste. Proteste e tensioni sono scoppiate in diversi paesi, con manifestazioni di massa in Cile, Ecuador, Colombia, Perù e Brasile. Trump (2017-21) ha rafforzato l’azione imperialistica con la strategia del “golpe giudiziario” (Lula incarcerato per 19 mesi fra 2018 e 2019 e anche se poi scagionato non può partecipare alle elezioni del 2018 spianando la strada alla vittoria di Bolsonaro) e del”golpe istituzionale” (Morales in Bolivia 2019) e le sanzioni unilaterali contro Cuba e Venezuela. Bolsonaro ha contribuito all’affossamento del processo di integrazione regionale, ritirando il Brasile oltre che dall’Unasur anche dalla Celac nel 2020.

Nel complesso, ad inizio 2020 , le forze conservatrici esprimevano presidenti di destra in tutti i principali 10 paesi sudamericani, ad eccezione di Venezuela e Argentina. Il panorama politico sudamericano evidenziava quindi un completo ribaltamento a favore delle destre rispetto al 2009, quando al di fuori di Colombia e Cile, risultavano 8 i presidenti progressisti.

L’America Latina rappresenta una macroregione molto interessante da analizzare perché caratterizzata da un forte dinamismo politico e sociale dovuto ad eredità del periodo coloniale, come le forti disuguaglianze sociali e il modello economico estrattivista, e da fattori attuali, come le aspre contrapposizioni sociali, il processo di integrazione e di emancipazione regionale, la controffensiva delle destre anche estreme (come Milei in Argentina e la golpista Dina Boluarte in Perù) le pressioni imperialistiche statunitensi e la penetrazione delle multinazionali, principalmente nordamericane, europee e cinesi.

Jacopo Marchi 

Attività svolta nell’ambito del progetto Contemporanea..mente

Fonti:

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