L’economia politica di Fedez

Come si nota nel banner che qui fa da immagine di copertina, Fedez ha fatto parte, con Francesco Totti, del Celebrity Hunted di Amazon. Si tratta di un reality che è a sua volta momento di una campagna di marketing tramite persone adatte a valorizzare prodotti ed eventi Amazon oltre che al suo canale in streaming. In questo senso Fedez è hunted, cacciato, braccato come da logica di spettacolo e poi contrattualizzato come brand vivente di valore da usare nella pubblicità come nel reality. Lo stesso Fedez, come abbiamo visto recentemente, si è direttamente proposto come testimonial promozionale del DDL Zan (che prevede l’estensione delle sanzioni previste dalla Legge Mancino sull’odio razziale al campo delle discriminazioni di genere) e come oggetto di scontro sulle nomine del futuro Cda della Rai.

Indubbiamente per molti in tutto questo ci sono delle contraddizioni: uomo immagine di Amazon e dei sindacati che il primo maggio hanno protestato contro Amazon, testimonial del DDL Zan e autore di testi non proprio politicamente assennati sui gay, libero autore musicale e grimadello per aprire uno scontro di potere all’interno della TV pubblica. Tutto questo, è vero, comporta delle criticità ma si sottopone a una logica unitaria: quella dell’economia politica della celebrity che allarga la propria capacità di attrazione dal campo dello spettacolo a quello della politica generando ritorni economici in termini immediati (valorizzazione del marchio ma anche monetizzazione delle presenze sui social) e anche peso politico. Verrebbe da dire che quello visto in diretta TV è un ottimo prodotto di Guerrilla Marketing, quel genere che amava anche ibridare estetica della rivolta e grandi brand (la protesta di Fedez con ben in vista il logo della Nike in diretta TV ne è un esempio).

Fedez segue quindi linee di comportamento da economia politica sia attraverso una logica piena di compravendita di mercato dell’immagine che tramite un’economia del dono (il “regalo” della attrattività di un brand usato in politica che genera poi monetizzazione dei click e rafforzando la propria immagine quando tornerà sul mercato). Naturalmente non si tratta del solo caso italiano, né di un tema sconosciuto alla comunicazione politica. In quest’ultimo caso merita segnalare questo testo, uscito nel 2019, a cura di Nathan Farrell della Bornemouth University.

L'economia politica di Fedez 2

Nel testo di Farrell, oltre a riprendere il dibattito sul ruolo delle celebrity nella comunicazione politica, si trova il caso George Clooney visto come attivista pacifista e testimonial di Nespresso, una sinergia d’immagine, per certi versi, unica e in grado di stare con forza sia sul piano politico che su quello commerciale alimentando entrambi i campi. Nel testo diretto da Farrel troviamo ingredienti strategici per valorizzare in brand all’incrocio tra politica e comunicazione: dall’attivismo, alla filantropia – con i loro riflessi sul lato mercantile dell’immagine – alla gestione degli scandali e delle crisi del settore di business. Un aspetto è qui consolidato da tempo: l’uso dell’immagine, gratuito, in politica, da parte di brand appartenenti allo spettacolo, è un fenomeno che ha effetti politici e commerciali.

In Italia dobbiamo considerare un aspetto: i brand sono sempre più autonomi dalla politica e sempre più forti, rispetto alla debole dimensione del politico, dal punto di vista del peso economico. È uno degli effetti del passaggio dal protagonismo della vecchia televisione in politica (di cui Berlusconi e Grillo sono originari per quanto i percorsi politici siano stati molto diversi) a quello dei social che si intrecciano con le piattaforme di streaming. Una nuova economia politica dell’immagine è atterrata su ciò che rimane della politica e produrrà effetti semplicemente fino a quando non sarà rimpiazzata da altro.

 

Per codice rosso, nlp

 

 

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