LEM, l’eutanasia economica di Luca Salvetti

Seguendo le interrogazioni delle opposizioni in consiglio comunale sulle spese che ruotano attorno al LEM colpiscono alcune cose tra cui 1) la riluttanza della maggioranza a fornire risposte precise 2) l’assenza di modello economico nella politica di trasferimento al LEM. Naturalmente ci sono altre questioni, di rilievo, attorno a questa vicenda tra cui l’opportunità o meno di trasformare il LEM in quello che è diventato (da un centro studi e convegni a un mediatore ed erogatore di servizi), sulla legittimità statutaria di questo passaggio e, via scorrendo i problemi, tutte le criticità possibili di un qualcosa che, di fatto, sembra essere diventato una nuova municipalizzata.

Ma questi temi spettano ad altri, del resto le opposizioni in comune ci sono e i sindacati di base hanno posto questioni precise, mentre è il caso di porsi qualche domanda supplementare, quella che riguarda il modello economico di progetti come il LEM ovvero se un soggetto come questo ha un senso nell’economia di Livorno dei prossimi anni. Già perché alla fine, restando il problema della trasparenza degli atti di un soggetto finanziato pubblicamente, la questione rimane sul tavolo: quale economia profilano queste operazioni?

Purtroppo, sostanzialmente dagli anni ’70 fino all’inizio degli anni 2000, il concetto di economia a Livorno ha fatto sostanzialmente coppia con la questione del reperimento delle risorse, di qualsiasi genere, per la creazione di posti di lavoro, di qualsiasi tipo, la cui allocazione è stata sempre più legata a criteri familistici e clientelari mano mano che la crisi si faceva più stringente. Il problema qui non è stata certa la produzione di posti di lavoro quanto l’assenza di modello nel quale collocare il lavoro prodotto che ha portato Livorno da essere, negli anni ’70, nella top ten delle città capoluogo produttrici di reddito a scomparire presto da quella classifica (ben più reale delle classifiche di gradimento del primo cittadino).  Siccome i cambiamenti in economia hanno senso, lungo quel trentennio, oltre alla ricchezza si è sgretolato tutto ciò che governava questi processi (dai partiti, ai sindacati, alla stessa capacità d’istituzioni politiche e finanziarie d’inserirsi in questi processi).

Ora il fatto che si usino fondi pubblici per il LEM non è un problema, visto che a Livorno ce ne vorrebbero molti di più, e l’attuale esclusione della città dai fondi recovery è un problema grosso, ma le questioni cominciano a farsi serie se guardiamo a quale modello si sta riproducendo oggi. Per farla breve il modello LEM, che è di pura attrazione di fondi pubblici e di loro riallocazione una volta trattenuta una quota per questa operazione, è destinato a produrre occasioni di lavoro in città fino a quando arriveranno fondi dalla pubblica amministrazione. Il che nonostante le denunce legate alla forma precaria di questi rapporti di lavoro ad alcuni lavoratori comunque va bene, sono aumentate le opportunità di occupazione nel settore spettacolo, mentre non va bene in prospettiva, come modello economico.  Salvetti sta riproducendo il modello eutanasia economica degli anni ’90 ovvero lo sfruttamento di fondi pubblici, fin quando possibile, per allocare posti di lavoro e profitti per l’erogatore di servizi già sperimentato nell’epoca SPIL, a cavallo degli anni ’90 e 2000, e il cui sito esiste ancora e magnifica l’operazione Odeon (un disastro di decine di milioni).

Deve essere chiaro, vista l’esistenza dei liberisti de’ noantri per i quali l’investimento pubblico è sinonimo di spreco, che il problema non è l’erogazione di fondi dell’amministrazione comunale per eventi di spettacolo ma la la loro collocazione in un modello economico da perseguire in grado di fare, una volta ripetuti gli investimenti, un salto di qualità producendo spontaneamente posti di lavoro e attraendo risorse.  In assenza di questo è improprio, dal punto di vista economico, parlare di investimento nel LEM, ma anche nello spettacolo,  da parte dell’amministrazione comunale. Si tratta dell’erogazione, verso l’esterno,  di fondi, mediati da un soggetto terzo (sul quale ci sono interrogazioni comunali) che saranno disponibili fino a quando l’amministrazione comunale sarà in grado di finanziare l’operazione. Insomma, siamo di fronte alla solita operazione di spesa corrente, lodevole nel sostegno ad alcuni soggetti e a necessità impellenti del territorio, discutibile nell’uso dei soggetti mediatori in questo sostegno, tanto più coerente con le tendenze del bilancio comunale che vede un uso della spesa corrente a fronte della seria flessione della spesa per investimenti (e qui suggeriamo Bilancio comunale, la ritirata dalla società livornese)

Nel 2014, in occasione della campagna elettorale di quell’anno, si svolse un seminario sul testo, all’epoca molto utile, di Leonard Nevarez New Money, Nice Town . Sostanzialmente Nevarez, un sociologo economico californiano, definiva un modello attrattivo, dal punto di vista delle risorse e della produzione di posti di lavoro, quello nel quale era presente la sinergia tra turismo, intrattenimento e software. In Nevarez investimenti e spesa corrente in un settore, cosi’ intrecciato agli altri, erano in grado di far crescere gli altri e viceversa. Eravamo, come dire, prima di AirbnB, e di tante mutazioni che oggi farebbero ripensare questo modello comunque positivo nella sua capacità di far lievitare contemporaneamente settori. Un modello, adattato alle necessità del territorio livornese, che allora era pensabile alla Nevarez e che oggi può esserlo di nuovo una volta assunti i cambiamenti dell’economia degli anni ’20. Fa bene ricordare che la sinistra di allora, come quella del cartello elettorale successivo, non raccolse né la centralità di questi temi né il metodo di lavoro politico che suggerivano autori come Nevarez puntando piuttosto a costruire la popolarità del candidato sindaco – in due tornate elettorali un alieno economico non in grado di padroneggiare questi temi neanche nello spazio di un mandato –  rimandando, e a volte rimuovendo, la soluzione di questi problemi a una eventuale vittoria elettorale. Non è così che funziona nella realtà ma, soprattutto, oggi i problemi di modello economico tornano a farsi vedere quando si vedono spese, come quella del LEM, legate allo spettacolo ma sganciate da una prospettiva complessiva di sviluppo (se non nelle dichiarazioni a mezzo stampa). Inutile pero’ soffermarsi sul passato quando è veramente importante guardare al futuro. Sul Tirreno di questi giorni è uscito un bilancio dedicato all’economia dei negozi di prossimità a espansione compiuta della grande distribuzione. Come al solito, se no non si tratterebbe del Tirreno, lo sguardo è rivolto al passato: l’ecommerce sta rivoluzionando portata e peso urbano sia dell’economia di prossimità che quello della grande distribuzione. In questo senso un modello turismo, intrattenimento, software – aggiornato agli anni ’20, assume una nuova centralità specie in uno scenario livornese futuro nel quale la stessa economia di prossimità – a causa della nuova rivoluzione tecnologica – va riscritta in termini di modalità d’impatto e significato.

Si tratta di scenari da conoscere, nel momento in cui avvengono operazione come quella del LEM che, come abbiamo visto, non sono solo questioni di correttezza amministrativa. Oltretutto questa debolezza d’impostazione, da parte dell’attuale amministrazione, nella capacità d’individuare un modello di sviluppo rischia di ripercuotersi anche sull’economia dello sport dove si evidenzia ancora la crisi del Livorno.

Per codice rosso, nlp

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