Razzismo, brutalità poliziesca e COVID-19 negli Stati Uniti

di Amy Goodman – Denis Moynihan | 30/05/2020 (*)

Mentre le morti per Covid-19 negli Stati Uniti superano le 100.000, con un impatto sproporzionato sulle comunità di colore, l’assassinio e la violenza da parte della polizia contro persone di colore, perpetrati con la legittimazione dello Stato, continuano apparentemente senza tregua.

Lunedì scorso, il Giorno dei Caduti negli Stati Uniti, George Floyd supplicava per la sua vita mentre Derek Chauvin, agente della polizia di Minneapolis, gli premeva il collo contro il suolo con una delle sue ginocchia. “Per favore. Per favore. Non riesco a respirare, agente. Non riesco a respirare”, ansimava George Floyd, con le mani ammanettate dietro la schiena. I testimoni del fatto chiesero ripetutamente a Chauvin di allentare la pressione, ma l’agente continuò a tenere il ginocchio premuto sul collo di Floyd. Un video devastante di dieci minuti registrò questo assassinio al rallentatore, un respiro difficoltoso dopo l’altro. Alla fine, il corpo inerte di Floyd fu bruscamente collocato su una barella, caricato su un’ambulanza e portato all’ospedale, dove fu dichiarata la morte.

L’indignazione è cresciuta man mano che il video diventava virale. Il fratello di George, Philonise Floyd, ha dichiarato alla rete CNN: “Amo mio fratello. Tutti amavano mio fratello… conoscerlo è amarlo. Gridava ‘mamma, mamma, non riesco a respirare’ ma a loro non importava. Davvero non capisco quello che dobbiamo soffrire nella vita. Non dovevano fargli questo”. Il procuratore generale del Minnesota, Keith Ellison, ha dichiarato in un comunicato: “La sua vita era importante. Aveva valore… Cercheremo giustizia e la troveremo”. In successive dichiarazioni, Ellison ha aggiunto: “Quello che stiamo trattando qui non è un caso isolato, ma un problema sistemico. E sia l’indagine che l’accusa vengono portate avanti con l’obiettivo di arrivare fino alle ultime conseguenze. Sono sicuro che vengono portate avanti con competenza. Ma questo non mette fine alla questione. Il licenziamento degli agenti non gli mette fine. Il procedimento penale che è cominciato non gli mette fine. Il procedimento sui diritti civili non gli mette fine. Abbiamo bisogno di un cambiamento sistemico, profondo e permanente”. Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha dichiarato dopo l’assassinio di Floyd: “Essere nero negli Stati Uniti non dovrebbe implicare una condanna a morte”. Frey chiede l’arresto di Chauvin e la famiglia di Floyd vuole che i quattro agenti siano accusati ​di omicidio.

La reverenda Bernice King, una delle figlie del Dr. Martin Luther King Jr., ha pubblicato su Twitter una foto dell’agente Chauvin con il ginocchio appoggiato sul collo di Floyd accanto a un’iconica foto di Colin Kaepernick, il campione di football americano squalificato dalla NFL per essersi inginocchiato durante l’inno nazionale per protesta contro la violenza poliziesca e l’ingiustizia razziale. Il testo che accompagna il tweet dice: “Se non ti disturba o ti disturba poco il primo ginocchio, ma ti indigna il secondo, allora usando le parole di mio padre sei ‘più consacrato all’ordine che alla giustizia’. E provi più passione per un inno che si presume simboleggi la libertà che per la libertà di vivere di un uomo nero”.

Mentre le morti per Covid-19 negli Stati Uniti superano le 100.000, con un impatto sproporzionato sulle comunità di colore, l’assassinio e la violenza da parte della polizia contro persone di colore, perpetrati con la legittimazione dello Stato, continuano apparentemente senza tregua. Il 23 febbraio scorso, in Georgia, Ahmaud Arbery è stato assassinato a colpi d’arma da fuoco da Travis McMichael e da suo padre, il poliziotto in pensione Gregory McMichael, dopo essere uscito per correre. Il 13 marzo la polizia di Louisville, Kentucky, ha sparato otto colpi contro Breonna Taylor, causandone la morte. Taylor era tecnica in emergenza medica ed aveva 26 anni. La polizia ha fatto irruzione a casa sua in piena notte, entrando nell’appartamento sbagliato mentre cercavano un sospetto che era già sotto custodia.

Fortunatamente, non dobbiamo aggiungere il nome di Christian Cooper a questa tragica lista. Chris Cooper, afrostatunitense, stava osservando gli uccelli nel Central Park di New York il Giorno dei Caduti quando rispettosamente chiese a una donna che stava anche lei passeggiando da quelle parti che rispettasse le regole e mettesse il guinzaglio al suo cane. Lei rifiutò nettamente, cosa che lo indusse a registrare l’interazione. La donna chiamò il 911 e disse a Cooper: “Gli dirò che c’è un uomo afrostatunitense che sta minacciando la mia vita”. Christian Cooper inviò il video a sua sorella, che lo pubblicò sui social network, dove rapidamente è arrivato a 42 milioni di visualizzazioni. Qualcuno ha identificato la donna come Amy Cooper (nessuna parentela con Christian) e, come risultato della sua reazione violenta, è stata licenziata dal lavoro e il canile gli ha ripreso il suo animale.

Ibram X. Kendi, direttore fondatore del Centro Ricerche e Politiche Antirazziste dell’Università Americana, ha contestualizzato storicamente questa interazione nel corso di un’intervista per Democracy Now!: “Quello che ha fatto Amy Cooper è il tipico inizio del terrore razzista. Spesso, i poliziotti credono davvero che questa donna bianca sia minacciata da questo cosiddetto superaggressore maschio afrostatunitense. Troppo spesso ne risulta che questa vittima disarmata ne esca ferita o anche assassinata”. Nel 1955 un avvenimento simile portò alla tortura e al linciaggio di Emmet Till, 14enne.

Il professor Kendi ha lanciato “The COVID Racial Data Tracker”, un sito web per documentare le disparità razziali sulla letalità della pandemia, che colpisce in modo sproporzionato le comunità di colore. I dati vengono utilizzati per confutare l’argomento secondo cui le persone di colore risultano più colpite dalla Covid-19 per le loro patologie preesistenti. Kendi ha spiegato: “Almeno fino alla fine di marzo, e certamente all’inizio di aprile, erano persone latine, afrostatunitensi e indigeni statunitensi quelli che si stavano contagiando e morivano in modo sproporzionato. Per accorgersene ci sono volute molte richieste da parte dei movimenti di base perché venissero pubblicati i dati razziali, perché gli stati si rifiutavano di farlo. L’indicatore predittivo fondamentale dei tassi di contagio e morte nella popolazione nera è l’accesso all’assistenza medica, l’accesso alle assicurazioni sanitarie, e anche la contaminazione dell’aria e dell’acqua e il tipo di lavoro. Tutti questi determinanti sociali della salute sono indicatori predittivi molto più forti per i tassi di mortalità e di contagio nella popolazione nera delle sue patologie preesistenti”.

Gli afrostatunitensi rappresentano il 13% della popolazione deglio Stati Uniti, ma rappresentano come minimo il 25% delle 100.000 morti per Covid-19 del Paese. La stessa disparità nel tasso di mortalità emerge tra i 5.000 statunitensi assassinati dalla polizia da partire dal 2015: gli afrostatunitensi hanno il doppio delle probabilità di essere assassinati dalla polizia rispetto ai bianchi. La violenza poliziesca è una delle principali cause di morte dei giovani di colore.

La pandemia rivela quello che i video dei telefoni cellulari e le body cameras hanno mostrato in modo crescente e quello che le comunità di colore sanno da tempo: il razzismo è ben vivo negli Stati Uniti ed ha conseguenze letali.

© 2020 Amy Goodman

Fonte: Racismo, brutalidad policial y COVID-19 en Estados Unidos

Traduzione: Andrea Grillo

Nota:

Amy Goodman è la conduttrice di Democracy Now!, un notiziario internazionale che viene trasmesso ogni giorno da più di 800 emittenti radio-televisive in inglese e da più di 450 in spagnolo. È co-autrice del libro “Los que luchan contra el sistema: Héroes ordinarios en tiempos extraordinarios en Estados Unidos”, edito da Le Monde Diplomatique Cono Sur.

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