Editoriali

Sanità: ora siamo davvero alla frutta

di Ciro Bilardi

Poco più di un mese fa nel nostro articolo “Sanità: covid e shock economy” avevamo descritto la gravissima situazione della sanità toscana chiedendoci se tutto questo non fosse, anziché il frutto di una cattiva amministrazione (regionale o governativa), il deliberato obiettivo di una precisa scelta politica finalizzata a distruggere il sistema sanitario pubblico e aprire definitivamente la strada alle compagnie assicurative e al privato (più o meno sociale). Quanto sta emergendo in questi giorni conferma questa ipotesi: la gestione della pandemia ha portato il sistema sanitario regionale a circa mezzo miliardo di deficit, ma le previsioni più ottimistiche parlano di un possibile rimborso governativo di appena un centinaio di milioni, il 20%.

Un rimborso mancato o parziale significa ovviamente la condanna a morte del servizio sanitario pubblico, dal momento che non è pensabile che una Regione possa far fronte a un tale sbilancio con risorse proprie.

Tanto per fare un esempio, i tagli per l’Azienda USL Toscana Centro (quella che comprende le ex ASL di Firenze, Empoli, Prato e Pistoia) dovrebbero arrivare a 100 milioni in tre mesi e per le altre Aziende a 50.

Sono stati chiusi anticipatamente gli hub vaccinali (90, nei quali peraltro si era speso anche in maniera scriteriata), bloccati gli acquisti, gli straordinari e le assunzioni, mettendo in ginocchio l’intero sistema.

Bloccare le assunzioni in un momento in cui chi può sta scappando (tra pensioni e dimissioni) e molti operatori no vax sono stati sospesi, aggravando così una carenza di personale ormai cronica, significa rendere ingestibile la situazione: molti reparti chiuderanno e all’orizzonte non si vede alcuna soluzione praticabile per l’utenza se non il ricorso al privato.

Oltre ai tagli la Regione pensa a una manovra finanziaria con la quale, aumentando l’addizionale IRPEF e altri tributi, si possano recuperare risorse e arrivare alla scadenza di bilancio (marzo 2023) evitando il commissariamento (si sa che la sanità rappresenta circa l’80% dell’intero bilancio regionale).

Anche in altre regioni si sta assistendo alle stesse dinamiche. In riferimento all’Emilia Romagna, leggiamo per esempio sul sito temponews.it “Sanità, è in arrivo uno tsunami: quello che stiamo vivendo è solo l’inizio di un terremoto che sta colpendo l’ospedale e il territorio, il personale medico e quello infermieristico, ed è frutto di errori di programmazione di cui subiremo le conseguenze per almeno dieci anni, ammesso che si voglia cambiare da domani con numeri e investimenti adeguati. (…) La situazione è insostenibile da tempo e la pandemia ha semplicemente svolto una funzione di accelerante”.

Eppure al momento della concessione dei fondi europei per il Piano di recupero si sbandieravano cifre colossali a disposizione del settore pubblico e in particolare della sanità, partendo dalla nuova consapevolezza indotta dalla pandemia che i tagli degli anni precedenti avevano reso il sistema incapace di affrontare le priorità sanitarie fondamentali.

In particolare era largamente condivisa la critica del cosiddetto “modello lombardo”, caratterizzato da una estrema privatizzazione dei servizi e dallo smantellamento della medicina territoriale. Erano queste, si diceva, le cause della cattiva gestione dell’emergenza COVID e della conseguente altissima mortalità registrata in Lombardia.

Per questo sarebbero arrivate assunzioni a gogo, finanziamenti mai visti e un potenziamento senza precedenti del sistema sanitario. Assistenza territoriale, medicina di comunità, telemedicina… Draghi parlava del “più grande piano d’investimenti dal dopoguerra a oggi”. Certo che qualche dubbio veniva, osservando che la sanità era il fanalino di coda dei vari settori da finanziare, ma i fondi previsti nel PNRR erano comunque talmente ingenti da far pensare che in qualche modo le esigenze fondamentali sarebbero state coperte.

Le vicende attuali dimostrano invece che si trattava soltanto di chiacchiere. Non solo il governo non rimborserà – se non in minima parte – le spese sostenute per la pandemia, ma negli anni a venire il Fondo sanitario ordinario diminuirà ancora.

Le responsabilità del governo, beninteso, non diminuiscono di un millimetro le responsabilità di un ceto politico-amministrativo regionale assolutamente inadeguato: basta ricordare il famoso “buco” di 400 milioni dell’ex ASL di Massa Carrara o i criteri, da manuale Cencelli, con cui vengono scelti i vertici regionali e aziendali.

Se si considera che a governare le Regioni ci sono amministratori che fanno riferimento alle stesse forze politiche che sostengono il governo, è difficile non pensare che siamo di fronte a un gioco delle parti e che in fondo siano tutti d’accordo ad affossare la sanità pubblica. Del resto fin dalla sua approvazione, nel 1978, il servizio sanitario nazionale ha dovuto subire ridimensionamenti e snaturamenti che hanno profondamente alterato l’originario carattere universalistico e gratuito. Un dato è sufficiente a spiegare questo concetto: sarebbero tre milioni le persone che tra marzo e dicembre 2020, a causa di difficoltà dovute alla pandemia, hanno smesso di curarsi per motivi economici, che si aggiungono ai nove milioni stimati negli anni precedenti. Alla faccia della sanità gratuita…

La situazione non è mai stata così grave e, come dicevamo, la sensazione sempre più netta è che ci trovi di fronte a una vera e propria “shock economy”, cioè alla scelta di usare un’emergenza come pretesto per far passare una politica che in condizioni normali non sarebbe accettata.

Il rischio, sempre più concreto, è che ci si trovi nel giro di pochissimo tempo a dover rinunciare a una conquista – l’assistenza sanitaria pubblica e gratuita per tutti – che molti probabilmente ritenevano scontata: si accorgeranno invece che senza il protagonismo popolare non c’è diritto inamovibile.

Certamente chi non sarà minimamente preoccupato da tutto questo saranno le turbe che ululano contro i vaccini e che aggrediscono il personale sanitario nei Pronto Soccorso, anzi vedranno con favore la distruzione dei capisaldi della “dittatura sanitaria”. Tanto a garantire a tutti cent’anni in salute ci sarà sempre l’imbonitore di turno che userà l’aceto balsamico o le foglie di basilico.

Non resta che sperare nella mobilitazione degli operatori della sanità, anche se nel passato molte sigle sindacali, soprattutto quelle confederali, hanno largamente supportato le scelte di governo nazionale o regionale, si sono fatti partecipi di meccanismi clientelari e ancor peggio hanno accettato l’inserimento nei contratti di diverse categorie delle polizze integrative che sono il cavallo di Troia nella sanità delle compagnie assicurative.