1945-2021: Attualità del 25 aprile

di Nello Gradirà

Il 19 giugno 1946 il leader socialista Pietro Nenni riassumeva così nel suo diario la giornata parlamentare di quel giorno: “Oggi Consiglio dei Ministri per elaborare il testo dell’amnistia (…) Tendenza di De Gasperi: mettere fuori tutti i fascisti. Tendenza di Togliatti: mollarne il meno possibile”. Il testo di legge che fu approvato appena tre giorni dopo rispecchiava la prima impostazione, anche perché il PCI, come scrive lo storico Mimmo Frassinelli, “voleva trasformarsi in partito di massa, e aveva la necessità di rompere il ghiaccio con quei settori della società italiana che avevano servito il regime”.

Il segretario del PCI Palmiro Togliatti era all’epoca il Ministro della Giustizia ed era laureato in Giurisprudenza. Volle scrivere di suo pugno la legge, contrariamente a quanto spesso si è letto sul fatto che sarebbero stati i funzionari ministeriali a ispirarla, “fregando Togliatti” (come ebbe a dire Pietro Secchia). I funzionari e i magistrati, spesso di provenienza fascista, furono però quelli che una volta chiamati ad applicare la legge ne utilizzarono tutte le ambiguità per darne un’interpretazione molto “benevola”: in appena quattro giorni la Corte d’Assise di Roma scarcerò ottantanove fascisti accusati di collaborazionismo o di altri gravi reati.

L’elenco dei criminali liberati è impressionante: si va da Grandi a Federzoni, da Bottai a Scorza, da Alfieri a Caradonna, da Acerbo ad Ezio Maria Gray, da Renato Ricci a Giorgio Pini, da Teruzzi a Junio Valerio Borghese, da Cesare Maria de Vecchi ai collaboratori della banda Koch.

L’amnistia suscitò ovviamente grande sconcerto e indignazione negli ambienti della Resistenza: in tutto il Nord vi furono rivolte, manifestazioni di protesta, appelli e petizioni. Molti partigiani proposero di riprendere le armi e tornare in montagna. In provincia di Cuneo decine di ex combattenti si asserragliarono per più di un mese nel paesino di Santa Libera. A Casale Monferrato, nel 1947, fu necessario l’intervento dei carri armati, la mediazione del leader della CGIL Di Vittorio e la promessa che non sarebbe stata concessa la grazia per calmare gli animi durante il processo ad alcuni criminali fascisti.

Abbiamo visto uscire -disse Sandro Pertini- quelli che hanno “incendiato villaggi e violentato donne”. E in effetti le sentenze pronunciate dai tribunali hanno del clamoroso: comandanti di plotoni d’esecuzione assolti per non aver sparato e violentatori condannati solo per “oltraggio al pudore”.

I commenti più duri vennero dal Partito d’Azione. Ernesto Rossi definì la legge “una dimostrazione di imbecillità e incoscienza”, mentre Piero Calamandrei “il più insigne monumento all’insipienza legislativa”.

Già nell’agosto del 1945 la Corte di Cassazione aveva sentenziato che il Partito Fascista Repubblicano non doveva essere ritenuto un’associazione sovversiva o antinazionale.

Ad appena un anno e mezzo dalla Liberazione, ancor prima dell’approvazione della XII disposizione finale che vieta la ricostituzione del partito fascista, era già nata una forza politica palesemente neofascista e piena zeppa di vecchi arnesi del regime, il Movimento Sociale Italiano. Il caporione missino Giorgio Almirante nel 1974 scriverà: “Sarebbe ingeneroso non ricordare l’amnistia voluta da Togliatti per i fascisti”. Ed è comprensibile dato che due terzi dei parlamentari del MSI ne avevano beneficiato. La legge permetteva agli amnistiati perfino di ricoprire cariche pubbliche.

Sotto il primo governo De Gasperi (febbraio 1946) era stato abolito l’Alto Commissariato per l’epurazione e nel contempo era iniziata la rimozione di prefetti e questori nominati dalla Resistenza, che vennero sostituiti con funzionari di carriera.

“Il dispositivo di polizia per tutti gli anni ’50 è interamente nelle mani di funzionari di provenienza fascista. Dei 64 prefetti non di primo grado e 241 prefetti, soltanto 2 prefetti di primo grado non hanno fatto parte dell’ingranaggio fascista. Dei 135 questori e 139 vicequestori, che hanno tutti iniziato la loro carriera con il fascismo, solo 5 vicequestori hanno avuto rapporti con la resistenza. La continuità del ceto che esercita la funzioni repressive dello stato tra fascismo e post fascismo, quindi non potrebbe essere più netta”1 .

Su 1200 richieste di estradizione dei criminali di guerra fascisti da parte dei Paesi che erano stati vittime dell’occupazione italiana (Etiopia Jugoslavia, Grecia) non ne fu accettata neppure una.

Si raccontava e si continua a raccontare la balla degli “Italiani brava gente”, contrapponendo alla ferocia dell’Olocausto e alle atrocità commesse sulle popolazioni civili dall’alleato tedesco una presunta “umanità” delle truppe italiane. Un falso storico: basti ricordare in Etiopia l’utilizzo di gas tossici contro la popolazione civile, mentre la stampa italiana pubblicava vignette dove i soldati italiani cacciavano gli abitanti con l’insetticida, i bombardamenti degli ospedali della Croce rossa e la strage di Debra Libanos del 19372 ; in Grecia il massacro di Domenikon con 150 ostaggi fucilati per rappresaglia, o nella ex Jugoslavia dove nella sola provincia di Lubiana in 29 mesi vennero fucilati circa 5.000 civili ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7.000 persone (su 33.000 deportati), in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento, con circa 13.100 persone uccise su 339.751 abitanti3 .

Allo stesso modo furono occultate le responsabilità dei fascisti nelle stragi naziste avvenute in Italia, come quella di Sant’Anna di Stazzema dove i testimoni raccontano di individui con il volto coperto che parlavano italiano e guidavano le truppe tedesche.

Nella narrativa degli “italiani brava gente” le leggi razziali contro gli ebrei sarebbero state approvate senza molta convinzione e solo per compiacere i nazisti. In realtà sulla natura razzista e non solo antisemita dell’ideologia fascista non possono esserci dubbi. Basta citare quanto ebbe a dire Mussolini in un discorso tenuto a Pola nel 1920: “Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara, io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Ma nel dopoguerra, con la Guerra Fredda e l’Europa divisa dalla “cortina di ferro”, nessuno ha interesse a fare veramente i conti con i vecchi regimi. Eliminati i gerarchi nazisti più in vista dopo il processo di Norimberga, giustiziato Mussolini, l’apparato burocratico e militare fascista torna utile nella battaglia contro il comunismo.

In Italia formalmente la dialettica politica avviene all’interno del cosiddetto “Arco costituzionale”, che esclude il Movimento Sociale Italiano, ma i neofascisti sono ben presenti nelle attività occulte dirette a contrastare l’avanzata delle sinistre, tra le quali la forza paramilitare clandestina Gladio che agisce sotto l’ombrello della NATO e la direzione dei servizi segreti.

Fin dai primi anni del dopoguerra inizia la strategia della tensione, con la strage di Portella della Ginestra nel 1947, che vede la complicità di funzionari di provenienza fascista tra i quali quell’Ettore Messana che era stato questore di Lubiana durante l’occupazione.

Nel 1960 la Democrazia Cristiana tenta una prima rottura della pregiudiziale antifascista cercando con il governo Tambroni un’alleanza con il MSI, ma il tentativo fallisce grazie a una grande rivolta popolare partita da Genova ed allargatasi a tutto il Paese.

Nel decennio successivo, con la crescita delle lotte operaie e studentesche, la strategia della tensione assume un ruolo centrale nel contrasto ai movimenti popolari, e vede protagonisti insieme a malavita organizzata, logge massoniche e servizi segreti deviati, i gruppi neofascisti che fanno da manovalanza.

Nel 1963 nasce il primo governo di centrosinistra, presieduto da Aldo Moro. L’anno successivo viene ideato il “Piano Solo”, noto anche come “golpe de Lorenzo” dal nome dell’allora comandante dei Carabinieri, secondo cui l’Arma, supportata da gruppi di ex parà repubblichini, avrebbe dovuto prendere il controllo della vita politica del Paese e deportare in Sardegna 731 esponenti di sinistra inseriti negli elenchi preparati da tempo dal SIFAR, il servizio segreto di cui De Lorenzo era stato a capo. Il piano era condiviso dal presidente della Repubblica Segni e godeva di importanti “sponsor” finanziari.

Il 7 dicembre 1970 Junio Valerio Borghese, ex capo della famigerata X Mas repubblichina, che avrebbe dovuto essere giustiziato come criminale di guerra subito dopo la Liberazione, mette in atto un tentativo di colpo di stato che vede la partecipazione dei neofascisti di Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo e del Fronte Nazionale. Il tentativo viene fermato da una misteriosa telefonata (le ipotesi più accreditate sull’autore fanno riferimento a Giulio Andreotti) quando gli insorti sono già penetrati nella sede del Ministero dell’Interno4 . La minaccia di un golpe, anche se non portato a termine, era un messaggio chiaro alla sinistra e ai movimenti.

Intanto era iniziata la stagione delle stragi di Stato, con la bomba di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Nonostante il tentativo di incolpare gli anarchici, dopo anni di depistaggi la sentenza della Cassazione stabilirà che la strage fu opera di “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo” e “capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”, non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo.

Il 28 maggio 1974 a Brescia una bomba fatta esplodere durante un comizio sindacale uccide 8 persone e ne ferisce 102. Anche qui manovalanza fascista e soliti tentativi di depistaggio come una velina del SISMI che parlava di una ridicola pista cubana.

Il 3 agosto 1974 c’è la strage del treno Italicus, che secondo la commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2 ”è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale».

Il 18 marzo 1978 i fascisti assassinano a Milano Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Fausto e Iaio), militanti del Centro sociale Leoncavallo, che indagavano sui traffici di droghe pesanti gestiti nel loro quartiere dalla malavita organizzata e da estremisti di destra. Altro che lotta alla droga!

Il 2 agosto 1980 la strage più cruenta, quella della stazione di Bologna, con più di 80 morti. A fine luglio del 1980 il capo della P2 Licio Gelli e un suo collaboratore, il faccendiere Ortolani, avrebbero consegnato un milione di dollari ai fascisti incaricati di compiere la strage. Verranno condannati come esecutori Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e altri militanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Altri soldi finirono a Mario Tedeschi, piduista, missino, direttore del giornalaccio fascista “Il Borghese”, per depistare le indagini ipotizzando una fantomatica pista palestinese.

La caduta del muro di Berlino segna il “liberi tutti” e il ceto politico della sinistra ufficiale, che ha come unico obiettivo quello di arrivare nelle stanze dei bottoni superando un veto durato quasi mezzo secolo, si libera di tutti gli orpelli ideologici primo tra tutti l’antifascismo5 .

Con Tangentopoli si chiude definitivamente un ciclo, nascono nuove forze politiche e nella Seconda Repubblica vengono sdoganati da una parte gli eredi del PCI e dall’altro quelli del MSI. Ora la pregiudiziale nel discorso politico ufficiale non è più a destra, ma verso tutti quei soggetti sociali che nel decennio ’68-’77 avevano messo in discussione ogni forma di potere e ogni autorità. Non c’era stata una rivoluzione ma l’Italia uscì da quegli anni profondamente trasformata: basti pensare allo statuto dei lavoratori, alle leggi sul divorzio, sull’aborto, sulla chiusura dei manicomi, alla riforma sanitaria e al nuovo diritto di famiglia.

Ma i politici ex PCI avevano una vera e propria ossessione: liberarsi della contrapposizione tra fascismo e antifascismo e più in generale dei valori della sinistra. Questa mentalità trova una delle sue massime espressioni nel discorso di Luciano Violante per l’insediamento a presidente della camera, il 10 maggio 1996, nel quale omaggia i “ragazzi di Salò”6 .

Il 14 ottobre 2002 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in proposito dichiara che i giovani di Salò sbagliarono, ma lo fecero “credendo di servire ugualmente l’onore della propria patria”, animati da un sentimento di “unità” nazionale.

Nel 2003 esce il primo romanzo revisionista dell’ex vicedirettore di Repubblica Giampaolo Pansa, “Il sangue dei vinti”. I libri di Pansa sono presentati come inchieste e saggi, ma sono in realtà opere di fantasia, nelle quali si denigra la resistenza e si presentano i fascisti come vittime7 .

L’anno successivo si arriva all’istituzione della cosiddetta “giornata del ricordo” dedicata alla vicenda delle foibe istriane. Come scrive Wu Ming, “è una ricorrenza ideata e imposta dalla destra «post»-fascista in risposta alla Giornata della Memoria. Lo scopo dei camerati era contrapporre alla Shoah una propria narrazione vittimistica. Una narrazione nella quale il collaborazionismo coi nazisti diventasse «eroismo» e «martirio» -con tanto di medaglie a veri e propri criminali di guerra– e scomparissero i crimini di guerra italiani nei Balcani. La strategia consisteva nel trasbordare nel mainstream e -forti dello «sdoganamento» politico del vecchio MSI- nell’ufficialità istituzionale un insieme di narrazioni squinternate e odiose, ricostruzioni storiche infondate e vere e proprie leggende metropolitane che fino a quel momento erano rimaste confinate nelle cerchie di estrema destra”8 .

Scrive ancora Wu Ming: “Tra foto farlocche, onorificenze a nazifascisti assortiti e discorsi ufficiali privi di qualunque fondamento storico, il Giorno del ricordo sembra essere diventato uno dei pilastri dell’identità nazionale italiana, a suggello di un ripugnante ‘patteggiamento della memoria’ tra ‘ex comunisti’ e ‘post fascisti’. L’epitome perfetta del paese reale”.

La scelta del 10 febbraio come giorno in cui ricordare le foibe non è casuale: non solo perché si trova a ridosso della Giornata della Memoria dedicata all’Olocausto (27 gennaio), in una specie di indegna “par condicio”, ma perché il 10 febbraio 1947 è il giorno in cui venne firmato il trattato di pace di Parigi che assegnava l’Istria alla Jugoslavia. Una scelta apertamente nostalgica che ha provocato perfino le proteste del governo croato, che in relazione al discorso dell’ex presidente Napolitano del 2007 parlò di “elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e ricerca di vendetta politica”9 .

La giornata delle foibe è la Chernobyl culturale dalla quale hanno origine 300 onorificenze consegnate agli eredi di criminali di guerra, aggressioni agli antifascisti, insulti alla Resistenza, infiltrazioni nelle scuole con iniziative di aperta propaganda neofascista. Nel 2012 il sindaco di Affile, in Ciociaria, paese natale del criminale di guerra Graziani, ha fatto erigere in suo onore un monumento, suscitando lo sdegno della comunità internazionale, mentre in Italia la polemica si è limitata all’utilizzo di fondi pubblici per la sua costruzione10 .

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita di una moda culturale che ha portato un certo ambiente giornalistico, intellettuale e politico di centrosinistra a farsi promotore dello sdoganamento dei gruppi neofascisti e neonazisti, primo tra tutti Casa Pound 11

Si è arrivati a creare un comitato di solidarietà per Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati per la strage di Bologna, con il sostegno di numerosi parlamentari di destra e di qualche utile idiota. Per anni si erano costruiti l’immagine di eroi romantici e di militanti duri e puri e hanno avuto buon gioco a camuffare omicidi a freddo di avversari politici da “atti di guerra”, ma è chiaro che con questo cliché il ruolo da loro giocato al servizio dei massoni deviati proprio non si adatta.

Pompato dai mass media che straparlano di invasione extracomunitaria il vecchio razzismo fascista diventa cultura di massa: viene riproposta perfino la storiella del complotto giudaico-massonico, rispolverando il “Piano Kalergi” o addirittura i protocolli dei Savi di Sion. Ma oltre al razzismo, nel discorso politico della destra di oggi in Italia si ritrovano tutti i caposaldi dell’ideologia fascista con cui in passato non sono stati fatti i conti: un cattolicesimo reazionario e superstizioso, il maschilismo più retrivo (vedi campagne in difesa della “famiglia tradizionale” e contro la cosiddetta “ideologia gender”, il darwinismo sociale, il militarismo, una visione predatoria delle risorse naturali con il conseguente negazionismo dei problemi ambientali, il disprezzo per la cultura. Cambia solo, rispetto al fascismo storico, la visione dello Stato che oggi ha un carattere “minimalista” in ossequio alla visione neoliberista secondo cui lo Stato deve limitarsi ad assicurare le condizioni di sicurezza che permettano il funzionamento dei meccanismi del mercato senza interferire. La visione complottista del mondo fa breccia in settori sociali disorientati dalla crisi e istupiditi dall’analfabetismo funzionale, mentre il neoliberismo estremo (flat tax, privatizzazioni) o le grandi opere inutili rispondono agli interessi di una borghesia ladra e ignorante e di consorterie criminali assortite.

Conclusioni

La Liberazione dal nazifascismo non si è compiuta il 25 aprile 1945 e celebrare questo anniversario non significa ricordare un avvenimento del passato. La contrapposizione tra fascismo e antifascismo attraversa tutta la storia d’Italia e prosegue tuttora. L’esperienza ci insegna che chi si dichiara “né di destra né di sinistra” è di destra. Contrastare l’ideologia delle vecchie e nuove destre e la loro egemonia culturale, combattere il revisionismo e difendere la memoria storica non è un esercizio accademico ma una battaglia che riguarda i diritti di tutti e i valori fondamentali su cui si basa la vita collettiva. E se cominciassimo a pensare all’abolizione della giornata delle foibe?

NOTE

1. C. Bermani, La democrazia reale, 1990

2. Il “macellaio del Fezzan”, Rodolfo Graziani, scontò quattro mesi di carcere per collaborazionismo e poi divenne presidente onorario del MSI.

3. https://www.anpi.it/articoli/1069/lubiana-la-citta-circondata-dalla-memoria

4. Parla di questo episodio il documentario Trame nere di Massimo Bongiorno, che anche se prodotto dalla Rai non è mai stato trasmesso dall’emittente pubblica.

5. Nel 1989 esce il documentario inglese Fascist Legacy sui crimini del fascismo nei territori occupati. Viene tradotto in italiano e la RAI ne acquista i diritti, ma non lo trasmetterà mai.  Stessa sorte toccherà al documentario “La guerra sporca di Mussolini” del 2008 sui crimini fascisti in Grecia: lo trasmette perfino Retequattro ma non la RAI, che si dichiara “disinteressata”.

6. “Bisogna sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò […] Questo sforzo, a distanza di mezzo secolo, aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro Paese, a costruire la Liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il semplice e fondamentale fatto di vivere in questo Paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo, di volerlo piu’ prospero e piu’ sereno”.

7. Sul revisionismo di Pansa cfr. https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/01/in-morte-di-giampaolo-pansa/

8. https://www.wumingfoundation.com/giap/tag/foibe/

9. https://www.repubblica.it/2007/02/sezioni/cronaca/foibe-memoria/croazia-napolitano/croazia-napolitano.html

10. https://www.diecifebbraio.info/

11. Nel 2010 Piero Sansonetti, ex direttore del quotidiano di Rifondazione Comunista Liberazione, in compagnia di altri collaboratori firma un appello a favore della libertà di CasaPound di manifestare; poi CasaPound nella campagna elettorale del 2017 organizza una serie di incontri con personaggi che dovrebbero appartenere ad ambienti antifascisti, come i giornalisti Corrado Formigli ed Enrico Mentana e l’esponente del PD e del movimento LGBT Paola Concia. Formigli dichiara di essersi trovato di fronte un “movimento vitale e pulito”, Mentana sostiene che è normale confrontarsi con una forza che si presenta legittimamente alle elezioni con un proprio programma e con propri candidati, accettando quindi in tutto e per tutto le regole della democrazia”, per Concia “i diritti degli omosessuali non sono né di destra né di sinistra” e che “su certi diritti CasaPound è meglio del mio stesso partito”. Il leader del Movimento 5 stelle Beppe Grillo sostiene che “l’antifascismo non gli compete” e che condivide il programma di CasaPound (“non possiamo non essere d’accordo sui concetti”); Roberta Lombardi, altra esponente grillina, sentenzia che “il fascismo prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”. E potremmo continuare.

Foto tratta da https://thevision.com/cultura/donne-resistenza/

 

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