Livorno calcio: per una ripartenza vera
Poco più di quattro anni fa, nell’agosto del 2021, il Livorno retrocesso in serie D falliva e si iscriveva al campionato di Eccellenza. Una ripartenza auspicata da tutti dopo gli orrori della gestione Spinelli, che dopo un declino decennale aveva deliberatamente voluto la cancellazione del Livorno dalla geografia del calcio consegnando la società a personaggi da operetta e avanzi di galera esperti in fallimenti pilotati.
Personaggi che peraltro prosperano in un calcio dove l’”economia dei fallimenti” sembra diventato l’affare più appetibile soprattutto nelle serie minori. Vi sono società che hanno accumulato debiti per decine di milioni di euro senza che nessun ente di controllo muovesse un dito. E tutti gli anni i campionati vengono falsati da penalizzazioni e ritiri.
In questi quattro anni il Livorno è tornato nel calcio professionistico e non era un esito scontato. Certo, tra i 200 club falliti dal 2000 al 2024 c’è stato chi come il Parma in tre anni è tornato addirittura dalla D alla A, ma ci sono squadre che invece non si sono più risollevate e sono entrate in una spirale che sembra infinita.
Il ritorno in serie C non è stato una cavalcata trionfale: basta pensare al campionato di Eccellenza vinto soltanto per l’assurdo suicidio del Figline, l’eliminazione dalla Coppa per mano del Cenaia o la doppia sconfitta per 4-1 e 7-1 con il Ghiviborgo dell’anno scorso.
Tuttavia la vittoria del campionato e la conquista dello scudetto Dilettanti avevano allontanato molte perplessità.
Ma quello che è successo da giugno a oggi ci ha riportato alla realtà, che è ben peggiore di quello che si poteva immaginare appena cinque mesi fa: gli attuali proprietari del Livorno calcio non hanno né la solidità finanziaria, né le competenze, né lo spessore culturale e relazionale necessari per gestire una squadra professionistica di grande tradizione che rappresenta una città importante come la nostra.
Che Joel Esciua a Livorno fosse un corpo estraneo era già chiaro a tutti – tranne ovviamente i soliti cortigiani di tutte le stagioni – da un bel po’. Per questioni sportive ed extrasportive. Ma in questi ultimi mesi è evidente che siano venute meno le fonti di finanziamento che l’anno scorso avevano permesso un investimento sufficiente per costruire una squadra vincente guidata dall’allenatore più titolato della categoria.
La sensazione è che si rischi seriamente non solo la retrocessione (il campo per ora è stato impietoso) ma anche un nuovo fallimento che avrebbe conseguenze ancora peggiori del precedente. Le domande che “sorgono spontanee” sono: ma Esciua chi è veramente? Che lavoro fa? Dove li prende i soldi? Perché è venuto a Livorno? E chi ce l’ha portato? E quali interessi lo spingono a rimanere anche in mezzo alla contestazione e senza alcun futuro?
Il pensiero va a quella famosa commissione dei saggi che aveva valutato le offerte degli interessati a rilevare il Livorno scegliendo Toccafondi e valutando positivamente Esciua.
Si dirà: non c’erano candidati che davano maggiori garanzie.
Questo può essere vero ma si impongono due considerazioni importanti: la prima è che in una commissione di questo genere più che figure con competenze sportive servono esperti in contabilità, finanza e revisione dei conti per poter accertare l’affidabilità di chi si propone ed evitare operazioni poco trasparenti.
I club di serie C oggi sono strutturalmente in perdita e quindi – se non vi sono imprenditori locali appassionati di calcio – o la loro gestione si lega a investimenti collaterali quali la costruzione di nuovi stadi o centri sportivi o è facile che siano il bersaglio per affari quali riciclaggio di denaro sporco o speculazioni finanziarie. In una città dove il porto è a rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata il pericolo è ancora più alto.
La seconda considerazione è che per attirare investitori credibili, come abbiamo detto più volte, gli amministratori locali devono mettere sul piatto la possibilità di cogestire gli impianti sportivi. Livorno ha una delle più belle zone sportive d’Italia, e un progetto importante che riguardi una cittadella dello sport può essere la chiave per superare lo stallo in cui ci troviamo. Questa operazione non dev’essere vista come una svendita e una privatizzazione di impianti pubblici ma come una sinergia tesa a valorizzare strutture oggi inutilizzate (vedi ippodromo) o bisognose di una radicale ristrutturazione che il settore pubblico non ha la possibilità finanziaria di realizzare (lo stesso stadio di Ardenza).
Le vicende attuali del Livorno calcio (compresa anche la vicenda penosa delle giovanili) hanno fatto capire che dal 2021 in poi c’è stata una ripartenza su basi sbagliate che alla fine ha consegnato la società nelle mani del peggior presidente della storia dell’Unione e che non fa intravedere nessuna prospettiva. Va staccata la spina a Esciua e se davvero si vuole la sopravvivenza del calcio a Livorno tutta la città deve impegnarsi in un progetto di grande respiro, prima che l’interesse per questo sport rimanga limitato a una nicchia sempre più ridotta di nostalgici. In questo senso anche il famoso azionariato popolare può essere un elemento importante di partecipazione degli sportivi, ma non si può pensare che da solo possa consentire la gestione di una società professionistica.
Per Codice Rosso Nello Gradirà

