Il cinema britannico al tempo della Thatcher
Nell’ambito della disamina relativa alla produzione culturale britannica degli anni Ottanta condotta da Silvia Albertazzi nel suo volume TINA. La cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher (Machina, 2026), l’autrice si sofferma anche sulle opere cinematografiche del periodo guardando tanto ai film che, più o meno consapevolmente, hanno fatto da grancassa ai valori propagandati dall’Iron Lady insediatasi a Downing Street dal maggio 1979 al novembre 1990, quanto realizzazioni che hanno espresso valori e stili di vita non in linea con l’esaltazione del libero mercato, dell’individualismo, dell’edonismo, del nazionalismo e del moralismo del nuovo corso conservatore, contrastando, talvolta con rabbia, altre con ironia, il dogma della mancanza di alternative a questo modello riassunto dal mantra thatcheriano “There Is No Alternative” (TINA).
Passando in rassegna le pellicole affrontate da Albertazzi, si possono, per quanto schematicamente, distinguere due principali filoni cinematografici britannici differenti per scelte stilistiche e modalità di rapportarsi all’immaginario del nuovo corso thatcheriano. Da un lato si hanno i cosiddetti heritage films, opere caratterizzate da un’estetica patinata, da ambientazioni e costumi sontuosi, che tradiscono uno sguardo nostalgico nei confronti del “glorioso” passato imperiale britannico insinuando il desiderio di un suo acritico recupero, in linea, più o meno volontariamente, con lo slogan “Make Britain Great Again”. Dall’altro lato si hanno film che preferiscono guardare alla quotidianità degli anni Ottanta, soprattutto giovanile, adottando un registro cinematografico più diretto, estetiche non patinate e una certa dose di autoironia per mostrare le complessità delle molteplici comunità che compongono la società inglese, evidenziandone le problematiche economiche, razziali, di genere e gli stili di vita non convenzionali rispetto ai canoni tradizionali.
A rendere gli heritage films compatibili con l’immaginario nostalgico e patriottico propagandato dal nuovo corso thatcheriano concorre l’estetica patinata con cui viene riproposto il passato imperiale, scelta che già di per sé tende a soffocare eventuali ambizioni di critica sociale proponendosi come fantasia compensativa alle brutture del presente. Anche quando sono presenti tematiche spinose non in linea i valori thatcheriani, queste finiscono per dissolversi nell’estetica patinata e nella magniloquenza dei costumi e delle ambientazioni dei “bei tempi” andati. Lo sguardo rivolto al passato, insomma, in questi film, sembra rivelarsi funzionale a evitare il confronto diretto con la realtà dimessa del presente. Tra i campioni di incasso di questo filone figurano pellicole come Momenti di gloria (Chariots of Fire, 1982) di Hugh Hudson, Passaggio in India (A Passage to India, 1984) di David Lean, Gandhi (1982) di Richard Attenborough e Quel che resta del giorno (The Remains of the Day, 1993) di James Ivory.
In Momenti di gloria la denuncia di Hudson dei pregiudizi della classe dirigente nei confronti dei meno abbienti finisce per essere soffocata dalla retorica dell’affermazione individuale come base per la vittoria del gruppo e dallo spirito patriottico degli atleti inglesi impegnati nelle olimpiadi parigine del 1924. In Passaggio in India il difficile rapporto tra inglesi e indiani nei territori coloniali al tempo dell’impero, fondamentale nell’omonimo romanzo del 1924 di Edward Morgan Forster a cui si rifà il film, viene in buona parte accantonato dal regista Lean in favore di una narrazione votata all’esotismo. A soddisfare il desiderio di esotismo con cui gli occidentali guardano l’India provvede Gandhi di Attenborough, film che, ricorrendo a un registro magniloquente e retorico depotenzia le vicende storiche di un personaggio storicamente non amato dalla cultura imperiale britannica riducendolo a una sorta di santino decontestualizzato. In Quel che resta del giorno il regista Ivory propone uno sguardo nostalgico del passato imperiale britannico anziché affrontare la sua decadenza, questione che è invece centrale nell’omonimo romanzo del 1989 dello scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro da cui deriva il film.
Alle contraddizioni del presente britannico hanno invece guardato film decisamente meno in linea con l’immaginario del nuovo corso conservatore. A denunciare la miseria autodistruttiva della corsa al successo propagandata dal thatcherismo provvede, ad esempio, il film L’ambizione di James Penfield (The Ploughman’s Lunch, 1983) di Richard Eyre su sceneggiatura dello scrittore Ian McEwan. Il film narra di come un redattore radiofonico sia disposto a tradire la sua provenienza sociale alla luce delle ambizioni di affermazione sociale, finendo per restare schiacciato dalle macchinazioni dell’ambiente conservatore da cui pensava di poter trarre vantaggio e che, invece, si rivela più sprezzante e cinico di lui. La celebrazione del successo della narrazione ufficiale e il palesarsi dei primi segni di gentrificazione dei quartieri non possono nascondere il dilagare della disoccupazione, della disgregazione sociale, del cinismo, dell’odio, del sessismo, del razzismo e della violenza nel Paese. A mostrare lo sconforto, la disperazione, l’indigenza e il diffondersi della tossicodipendenza nelle comunità lacerate degli anni Ottanta provvedono film come The Last of England (1987) di Derek Jarman, incentrato sul degrado e l’abbandono dei docklands londinesi. La precarietà e la disoccupazione, al centro di numerosi film di Ken Loach degli anni Novanta, fanno da sfondo a pellicole come Lettera a Breznev (A Letter to Brezhnev, 1985) di Chris Bernard, opera incentrata su due ragazze dei sobborghi di Liverpool che cercano di sfuggire dal grigiore quotidiano sfruttando ogni occasione che possa offrire loro un effimero momento di felicità. La ricerca individuale di due ragazze dei quartieri popolari di fuggire allo squallore quotidiano sfruttando le occasioni che capitano è al centro anche di Rita, Sue e Bob in più (Rita, Sue and Bob too, 1986) di Alan Clarke. Diversi film degli anni Ottanta, ricorda Albertazzi nel suo libro, sono ambientati nelle comunità migranti o non allineate con l’esaltazione thatcheriana della famiglia tradizionale. Ad offrire uno spaccato della complessità della comunità emarginate provvedono il regista Stephen Frears e lo sceneggiatore anglo-pakistano Hanif Kureishi con My Beautiful Laundrette (1985) e Sammy e Rosie vanno a letto (Sammy and Rosie Get Laid, 1988). Per quanto ambientata negli anni Sessanta, anche la commedia di Bruce Robinson Shakespeare a colazione (Withnail and I, 1987), nel suo mantenersi a distanza del mito della swinging London, non manca di alludere al grigiore con cui sono costretti a fare i conti i giovani dell’Inghilterra thatcheriana.
A denunciare l’autoritarismo patriarcale, l’incomunicabilità e la subalternità femminile che contraddistinguono le famiglie tradizionali esaltate dalla Thatcher sono registi come Mike Leigh e Terence Davies. Se il primo, in film come Belle speranze (High Hopes, 1988), riflette con sarcastica ironia la ricadute del nuovo corso politico nei drammi familiari, il secondo, con un registro più tagico e visionario, con riferimenti autobiografici, narra dei traumi derivati dall’autoritarismo paterno e dall’educazione religiosa in film come La Trilogia di Terence Davies (The Terence Davies Trilogy, 1980) e Voci lontane… sempre presenti (Distant Voices, Still Lives, 1988).
Infine, ricorda Albertazzi, a modalità narrative decisamente più visionarie ricorrono invece il regista di origine statunitense Terry Gilliam e Peter Greenaway. Con Brazil (1985) il primo opta per un’opera di genere fantascientifico che ricorre a una narrazione surreale e grottesca per denunciare le limitazioni che un sistema distopico burocratizzato e tecnologizzato pone ai sogni dell’individuo, in cui non è difficile cogliere la spersonalizzazione a cui sta conducendo il nuovo corso politico britannico. Il secondo, con un film come Il cuoco, il ladro, sua moglie e il suo amante (The Cook, the Thief, His Wife and Her Lover, 1989), piegando la ricercatezza estetica a scopi tutt’altro che celebrativi, in un mescolarsi di cibo, sesso, violenza e morte, riduce l’edonismo consumista del periodo thatcheriano a un feroce atto di cannibalismo autodistruttivo.
Per Codice Rosso, Max Renn

