Affondata la SuperLega di JP Morgan. Ci riproveranno?

In questi giorni, dopo 48 ore di tensione globale, si celebra l’affondamento della Superlega di JP Morgan, entità finanziaria di assalto planetario e attore forte di un secolo e mezzo di vita americana.

Si tratta quindi di capire perché la Superlega con a capo Florentino Perez e Andrea Agnelli, supportati da una sporca mezza dozzina di imprenditori del mondo globale che vivono dell’intreccio tra finanza e sport, è fallita così velocemente. Stiamo parlando di un progetto, quello della Superlega, che ha avuto tre anni di incubazione, poche settimane per l’accelerazione e un clamoroso, spettacolare fallimento. Sono cose che accadono nella finanza di rischio e la vicenda ci fa capire quanto il calcio professionistico sia sempre più indistinguibile da quel mondo in una maniera più accentuata anche rispetto ai primi anni 2000 quando l’estensione globale dei profitti da diritti tv aveva trasformato definitivamente il football delle serie maggiori in un asset finanziario governabile solo come tale.

Se andiamo a vedere alcune analisi dei giorni successivi alla ritirata della Superlega (ufficialmente si tratterebbe di una sospensione del progetto) si riesce a capire perché quello che abbiamo visto è un fenomeno ben conosciuto nel mondo finanziario odierno. Ma andiamo per gradi notando, prima di tutto, che la BBC, in una delle sue analisi online, ha evidenziato come, dal punto di vista mediatico, l’annuncio della Superlega sia stato seguito da un silenzio troppo lungo da parte dei promotori sui dettagli successivi al lancio dell’evento. Proprio lo spazio di tempo necessario, sottolinea sempre la BBC, per far occupare pienamente la scena alle voci della protesta. Un errore grave, segno di disorganizzazione e di mancanza di coesione, che ha impedito la cementazione di un consenso mediatico sulla Superlega, essenziale in un mondo dove si prezza all’istante il comportamento dei media e dei social attraverso il machine learning. Lasciamo perdere chi analizza gli eventi secondo gli schemi, e le suggestioni, di un mondo politico che non c’è più: sul Journal of Ambient Intelligence and Humanized Computing si sostiene che l’uso di programmi di apprendimento automatico (machine learning, appunto) per le previsioni finanziarie raggiunge anche oltre l’ottanta per cento di accuratezza. Questi sono gli strumenti che contano nelle previsioni sulla sostenibilità di investimenti finanziari complessi, analizzando contenuti ad alta volatilità come quelli dei social e dei media. Qui l’ondata di notizie negative sulla Superlega, per sensori di questo genere, ha significato che l’investimento finanziario di JP Morgan sul progetto di Florentino Perez & C. non aveva più senso.

Va quindi capito il significato del corsivo del Washington Post sulla Superlega specie nel momento in cui nell’editoriale del quotidiano statunitense ci si lamenta del fatto che, su questa vicenda, “ha vinto il populismo”. Il problema non è tanto, o solo, politico ma legato ai conflitti finanziari: come nella vicenda Gamestop, dove la speculazione dal basso dei piccoli investitori ha messo in difficoltà i grandi cacciatori di rendimenti di Wall Street, l’irruzione di una ondata social contraria al progetto JP Morgan di Superlega ha letteralmente fatto saltare il quadro che si stava creando facendo fare marcia indietro ai programmi di machine learning di analisi delle opinioni e delle notizie (in buona parte legate a programmi automatici di compravendita e investimento). Si capisce quindi come il populismo per il Post sia un bel problema che va ben oltre il terreno politico-elettorale, dimensione l’altro contenuta per un pò dopo la sconfitta di Trump.

Ci sono ovviamente altri motivi che si sovrappongono, per capire l’affondamento della Superlega, per allargare il quadro di analisi. Sono legati agli interessi consolidati: se è vero, come ricordano le testate finanziarie angloamericane, che JP Morgan già a gennaio aveva espresso la propria disponibilità a fornire impressionanti livelli di liquidità all’operazione era chiaro perché PSG e Bayern, già allora, erano contrarie. Ovviamente chi usa schemi di lettura pigri, e legati alle proprie suggestioni politico-istituzionali, ha parlato di asse franco-tedesco contro la Superlega. Ovviamente non è così: ha parlato solo Macron (e Draghi, mostrando una certa affinità con la Francia) mentre Germania e UE (a presidenza tedesca) si sono di fatto defilate (JP Morgan non è un’entità finanziaria da attaccare a cuor leggero). Allo stesso tempo sono entrati, di forza, in campo, gli interessi televisivi del presidente del PSG che con la sua BeIN Sports, che detiene diritti globali della Champions in undici lingue tra cui il francese, che con la Superlega avrebbe visto evaporare velocemente l’immenso valore di questi profitti. E cosa dire dell’Adidas (cioè il Bayern, al netto della melassa retorica sull’azionariato popolare)?  Se si va a vedere la relazione per gli investitori della multinazionale con sede in Baviera il progetto JP Morgan-Superlega metteva in discussione, al momento, due aspetti fondamentali della strategia Adidas 2025: il brand, e quindi il valore economico-finanziario al suo stato creativo, che era legato a un’idea di sport per tutti con una forte presenza nel calcio (idea negata dalla Superlega) e il complesso dispositivo di investimenti, ben oltre il calcio, da rimettere in discussione con l’eventuale nascita del progetto JP Morgan.

Se proprio vogliamo territorializzare, secondo il vecchio schema della geopolitica, questi interessi consolidati vediamo una sovrapposizione di interessi qatariota-bavarese e russo-renana, guardando alla governance del Dortmund ma anche al peso di Gazprom nell’area e nella sponsorizzazione della Champions,  un paio di primi ministri dell’Europa continentale (tra cui un ex banchiere centrale) uno del paese che si è appena staccato dalla Ue: tutto nella logica del jeopardized capitalism, il capitalismo ad alto rischio nel quale le alleanze tra territori e istituzioni sono mobili, veloci, anche inedite, si cementano nello spazio digitale e mediale degli interessi finanziari, e si dissolvono nel momento in cui l’interesse materiale che le ha generate entra in crisi.

Quindi l’impatto sulle previsioni di investimento finanziario dei social e delle news, unito alla forza degli interessi finanziari consolidati (il solo campo dei conflitti legali aperto dall’ipotesi Superlega sui diritti tv è esteso come un continente) e alla capacità di tenuta della Uefa e della Fifa (due entità organizzate essenziali del rapporto tra diritti tv globali e investimenti finanziari che hanno visto minacciati i propri equilibri) hanno velocemente affossato il progetto JP Morgan della Superlega. Va anche detto che l’impatto eventuale della Superlega sull’economia del calcio sarebbe stato, potenzialmente, devastante. Facciamo un esempio: il calcio è, come sostengono in molti, un’economia di fornitura che in questo caso si concretizza spesso nel passaggio di giovani dai paesi emergenti alle leghe più ricche. La Fifa, che detiene i diritti legali di questo genere di passaggio su scala planetaria, da tempo pensa di aumentare la percentuale di valore destinato alle squadre che formano giovani calciatori nel passaggio da un paese all’altro. Ovviamente non per beneficenza ma per alimentare questa catena di produzione del valore. La Superlega ha, fin da subito, messo in discussione proprio il ruolo della Fifa in questa catena del valore senza fornire alcuna alternativa, e alcuna garanzia, ai paesi emergenti che, in questa catena, fanno da fornitore. Nel complesso si capisce quindi come una veloce sovrapposizione di interessi, come dicevamo tipica del jeopardized capitalism, che vanno dai paesi emergenti, alla base dei tifosi e ad interessi finanziari consolidati abbia prodotto un’onda d’urto tale da spazzare, in poche decine di ore, il progetto Superleague.

Merita una citazione a parte, in questo scenario, il caso inglese con un premier, Boris Johnson, che ha avuto un ruolo primario sia nella Brexit che, paradossalmente, nel salvataggio dell’Uefa, simbolo di unione tra continente e Gran Bretagna, minacciando una severa tassazione per i club inglesi scissionisti. Segno che quell’industria dei servizi finanziari e spettacolari che è la Premier League, la prima nel settore calcio globale, con i suoi legami con la Uefa, e un immenso mercato finanziario dei diritti tv,  era affare troppo serio per lasciarla alle forze spontanee del conflitto tra interessi. Anche qui la forza d’urto degli interessi consolidati si è sommata a quella di quella particolare forza lavoro del calcio che sono gli allenatori e i calciatori che sono si condizionati dalle scelte del club ma anche da quelle dell’economia dei social di cui sono parte attiva specialmente nel settore dei ritorni pubblicitari. Sui tifosi è stato detto molto ma, visto il dibattito surreale alle nostre latitudini, fa bene evidenziare, come ha fatto il Guardian, che l’azionariato popolare in questa storia non c’entra nulla: i tifosi che hanno promosso la protesta erano vicini o organizzati attorno a Supporter Trust (es. del Chelsea) oppure a un sindacato dei tifosi (come Spirit of Shankly del Liverpool). Questo per evidenziare che la pressione delle tifoserie c’è stata perché sganciata dal vincolo della proprietà rispetto alla società ma agganciata a quello dell’appartenenza.  Ci si dovrebbe infatti chiedere perchè due società storicamente legate all’azionariato popolare come vincolo diffuso di proprietà (Barcellona e Real Madrid) non solo siano soprattutto un esteso asset finanziario, gestito con grande difficoltà dalle banche di riferimento dei club, ma anche protagoniste del tentativo di scissione dal calcio globale chiamato Superleague.

Naturalmente molti si chiedono delle reazioni, mancate, in Italia a questa vicenda a parte qualche sondaggio di agenzie vicine al gruppo Gedi (Repubblica quindi Agnelli) . Ma stiamo parlando di un paese che oggi conta qualcosa? Esprime qualcosa? I media sono precettati, servono come ufficio stampa delle istituzioni e come attrattori di pubblicità tramite la banalizzazione del quotidiano, i social sono veicolo di pulsioni, come accade ovunque, ma difettano, a differenza delle altre aree linguistiche nazionali, in capacità di promozione e valorizzazione della protesta. E, inoltre, il covid ha inciso sulle abitudini collettive riguardo alla protesta di strada. Una cosa è certa,è fallita la separazione netta di tre squadre a proprietà estera (la Juve è nell’orbita di Atlantis, società multinazionale con sede a Amsterdam, l’Inter è in quella dei cinesi di Suning e il Milan del fondo americano Elliot)  dagli interessi nazionali della Figc e dalla Lega. Ma cosa accadrà in futuro?

In un articolo precedente abbiamo parlato di Superlega come attacco non tanto al calcio ma, da destra (nel senso della frammentazione degli interessi e del legame sociale) alla stessa civilizzazione europea fatta di equilibrio -sempre instabile, sempre conflittuale, sempre tradito, sempre negoziato – tra grandi interessi e reti sociali. Chi scrive non è esattamente un fan di questo genere di equilibrio ma, quando si cerca di capire le dinamiche dei fenomeni, bisogna vedere cosa accade non esprimere giudizi di valore. E si tratta quindi di guardare al futuro: o il calcio definanziarizza, riducendo progressivamente il peso della finanza di rischio e del banking nel proprio mondo, o è destinato ad assistere ad altri tentativi di fare il colpo grosso economico-finanziario, spaccando tutto, come quello visto nei giorni scorsi. Questo perché le difficoltà finanziarie dei club della Superlega rimangono, i conflitti con Uefa e Fifa pure (assieme alle storture di entrambe le organizzazioni) e lo stesso sport, nel suo rapporto con lo spettacolo, muta ogni giorno. Così se la Sueddeutsche Zeitung è convinta che presto, per motivi economico-finanziari, i nodi di oggi torneranno va sottolineato un aspetto, quello che vede il mondo attorno alla finanza di rischio legata agli esport, le partite in videogioco online praticate da miliardi di persone con un pubblico in forte crescita in streaming, come il vero fattore permanente di instabilità legato al calcio di oggi. Certo, se JP Morgan si è ritirata dalla “sua” Superlega parlando di “errore di valutazione” è vero che il calcolo di una delle entità finanziarie più pericolose del mondo era legato proprio alla crescita, impetuosa, di questo mondo, frequentato almeno due miliardi di persone, in grado di cambiare la percezione del calcio legata soprattutto a partite tra mega club come si fosse nella serie di videogiochi Fifa o PES , con una attenzione non necessariamente continua, con un consumo di highilight forse più che della partita stessa e su device ben diversi dalla tv tradizionale. Sia chiara una cosa: qui ci sono le ipotesi di investimento e grossi possibili capitali, qui negli esport crescono audience e fatturato e da questo mondo – che si vuole capace di assimilare il calcio dalle proprie regole sociali e finanziarie – può partire di nuovo l’attacco al football (e alle reti sociali di cui fa parte). Accadrà? Niente è scontato, diciamo può accadere se si sa rispettare una regola aurea dell’investimento di rischio: proporre sempre nuovi prodotti per nuovi investimenti finanziari che cambiano la società (e i mercati).  Certo, in questi processi sono anche possibili i fallimenti. E’ accaduto, da inizio anno, per la Superlega come per il fondo Archegos. Entrambe, su piani molto differenti, idee dirompenti con una logica unitaria: cercare di proporre prodotti finanziari che innovano, cambiano il piano su cui operano e producono il big shot, grossi profitti. A volte accade, a volte qualcuno si fa male. È la finanza non un videogioco, almeno sul piano di realtà dal quale scriviamo.

 

Per codice rosso, nlp

 

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