Da Pasolini a Bauman, le nuove forme del capitale

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un singolare processo: il distacco tra il potere e la politica in senso stretto. Come sostiene Zygmunt Bauman già in una intervista del 2012, in occasione della sua presenza al Festival Letteratura di Mantova, “la globalizzazione ha globalizzato il vero potere scavalcando la politica”[1]: “I governi non hanno più un potere o un controllo dei loro paesi perché il potere è ben al di là dei territori. Sono attraversati dal potere globale della finanza, delle banche, dei media, della criminalità, della mafia, del terrorismo… Ogni singolo potere si fa beffe facilmente delle regole e del diritto locali. E anche dei governi. La speculazione e i mercati sono senza un controllo mentre assistiamo alla crisi della Grecia o della Spagna o dell’Italia”[2]. In sostanza – dice Bauman – si sta verificando un processo secondo il quale il capitalismo va a coincidere, fin nel profondo, con la politica tout court. Non crediamo, del resto, che il potere politico e quello del capitale siano mai stati separati: come ci insegna Foucault, non esiste una sola forma di potere, ma più forme interconnesse fra di loro. Quel “potere globale” di cui parla Bauman non è altro che l’unione di tutti quei poteri, al quale oggi ne possiamo aggiungere altri due, quelli rappresentati dalle multinazionali del digitale e della chimica farmaceutica. È il potere del capitale che, al giorno d’oggi, coincide in tutto e per tutto con quello politico.

Il processo che lo studioso rileva nella sua intervista non è certo avvenuto negli ultimi anni. Si tratta del risultato di un fenomeno ben più profondo e antico, che ha cominciato a circolare nel mondo occidentale, più o meno, dal secondo dopoguerra. Infatti, già nel 1972, Eugenio Cefis, eletto nuovo presidente dell’Eni dopo l’uccisione di Enrico Mattei, in un discorso agli allievi ufficiali dell’Accademia Militare di Modena dal titolo La mia patria si chiama multinazionale, afferma che il potere, ormai, non è più nella mani degli stati nazionali ma in quelle del capitalismo multinazionale: “I maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale”[3]. Cefis conclude il suo discorso affermando che le future “guerre permanenti” i militari le dovranno combattere non tanto contro altri eserciti quanto, invece, sul fronte interno, dentro la società. Pier Paolo Pasolini intendeva inserire questo discorso di Cefis (insieme ad altri due) in Petrolio, il romanzo politico che stava scrivendo quando venne assassinato all’idroscalo di Ostia nel 1975, poi  pubblicato postumo nel 1992. I discorsi dovevano servire a “dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito”[4]. Pasolini aveva intuito il cambiamento delle strategie di potere in corso anche in Italia e, con Petrolio, intendeva offrire un affresco di tale nuova situazione. Il romanzo, oltre che di stragi di stato, di sottili connessioni fra politica, servizi segreti e terrorismo nero, aveva al suo centro la nuova economia globalizzata e i cambiamenti ai vertici dell’Eni. Eugenio Cefis, nel romanzo, appare sotto le vesti del potente personaggio Aldo Troya, giunto a capo dell’Eni dopo l’eliminazione di Mattei. In una serie di Appunti (Petrolio, infatti, non concluso dall’autore, ci è giunto sotto le vesti di numerosi “appunti” numerati), Pasolini traccia l’impero di Troya, facendo i nomi di diverse multinazionali del petrolio (appunti 22a- 22d), tutte interconnesse fra di loro, legate da una fitta rete di ramificazioni. Sono le ramificazioni e le connessioni di quel nuovo potere economico che si sta progressivamente sostituendo al potere politico.

Pasolini ci aveva visto giusto: Petrolio, in questo senso, non è soltanto un’opera letteraria, estrema testimonianza di uno dei più significativi autori del secondo Novecento italiano, ma è anche un importante documento di natura politica ed economica. Mostra, per mezzo della trasposizione letteraria della cronaca di anni cruciali per la storia italiana, il rinnovamento del potere nel suo passaggio dalla sfera della politica in senso stretto (un’idea quasi cinquecentesca di politica, molto machiavellica e slegata dagli interessi del capitale) a quella dell’economia delle multinazionali. Negli anni Ottanta, questo processo non fa altro che acuirsi, con l’avvento delle televisioni private e, successivamente, l’ingresso in politica di Berlusconi. Ma stiamo attenti: non facciamo l’errore della cosiddetta “sinistra” che considera l’imprenditore milanese come l’unico colpevole della devastazione socio-politica dell’Italia. Come già osservato, si tratta non solo di un potere ma di una complessa e ramificata connessione fra poteri e di questo mutamento, di questo progressivo asservimento all’economia delle multinazionali, la “sinistra” non è meno colpevole di Berlusconi. Sia la sinistra che Berlusconi sono gli alfieri di un’idea di politica sottomessa al diktat del capitale. Il nuovo potere aveva già mostrato i denti, aveva già fatto uscire allo scoperto il suo apparato militar-disciplinare durante le contestazioni di Genova 2001, massacrando di botte i manifestanti e uccidendo Carlo Giuliani. Il G8 di Genova era già ampiamente manovrato da quel capitalismo delle multinazionali che i movimenti dal basso contestavano: per questo andavano soffocati, massacrati, eliminati, uccisi. Come disse Cefis nel 1972, “non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta adeguata sul piano politico ai problemi che esse pongono”[5].

A meno di vent’anni da Genova 2001, da quella  brutale e terribile dimostrazione di forza e di disciplinamento sociale, il nuovo potere ha trovato nell’emergenza Covid un’ancora sicura cui aggrapparsi. La pandemia ha fatto emergere allo scoperto nuove pratiche di disciplinamento della popolazione che hanno covato sotto la cenere in tutti questi anni. Mentre  imponeva l’obbligo delle mascherine alla popolazione, quello stesso potere ha gettato la sua, di maschera. Le multinazionali che guidano il mondo globalizzato, oggi, sono quelle del digitale e della chimica-farmaceutica, nella direzione di una maggiore “liquidità” – per usare un termine coniato da Bauman – di una maggiore ‘incorporeità’. Il potere che disciplina si trasforma in spettro, in fantasma: diviene inconsistente come un misterioso virus che circola indisturbato in microscopiche particelle. Adesso, a giugno 2021, possiamo affermare con certezza che l’emergenza Covid non viene gestita dalla politica, ma dal capitalismo digitale e farmaceutico. La politica, infatti, è il capitalismo digitale e farmaceutico.

Guy van Stratten

 

[1] Bauman, la politica è liquida, intervista a cura di Massimo Di Forti, “Il messaggero”, 10 settembre 2012.

[2] Ibid.

[3] E. Cefis, La mia patria si chiama multinazionale, “L’Erba voglio”, 6, giugno-luglio 1972.

[4] P.P. Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino, 1992, p. 118. Cfr. anche C. Benedetti, G. Giovannetti, Frocio e basta, Effigie, Milano, 2012, pp. 110-112.

[5] E. Cefis, La mia patria si chiama multinazionale, cit.

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