Ecologia e letteratura, un’alleanza militante

Nella contemporaneità, le connessioni fra ecologia e letteratura sono indubbiamente molto strette. L’ecologia, intesa come lo studio dei legami fra gli organismi viventi e il loro ambiente si è progressivamente sempre più legata all’immaginario suscitato dalle opere letterarie. L’ecologia mette in discussione i paradigmi tradizionali attraverso cui percepiamo e rappresentiamo la natura come, ad esempio, la relazione asimmetrica basata sul controllo della natura da parte dell’uomo. Ultimamente, le problematiche di natura ecologica hanno assunto una vera e propria dimensione di urgenza e la letteratura, in questo caso, si è assunta il compito di condurci verso una stringente riflessione su queste tematiche. La letteratura non offre situazioni pronte ma individua le contraddizioni, rappresenta forme di relazioni conflittuali e cerca di comprenderne le cause. Non è esagerato affermare, perciò, che la letteratura, negli ultimi anni, ha assunto un vero e proprio ruolo militante per quanto riguarda le tematiche ecologiche.
Queste ultime, del resto, sono sempre state avvolte da una pregnante dimensione politica e sociale: Adorno, Horkheimer e Marcuse prima, André Gorz poi, hanno rivestito di connotazioni politiche i rapporti di forza tra natura e dominio dell’uomo. Gorz, in particolare, si chiede se è possibile fare dell’ecologia la base per un socialismo a venire nel quale si mettano le basi per una liberazione dal lavoro alienato. Tematica ecologica e necessità di affrancamento dall’alienazione imposta dal capitale per mezzo dello sfruttamento del lavoro, come si vede, si affiancano in legami sempre più stretti fino alle recenti teorie della decrescita e al rifiuto in toto della stessa entità del lavoro salariato enunciato da Robert Kurz e dal Gruppo Krisis. Dobbiamo chiederci, perciò, quale sia il ruolo della letteratura all’interno di questo complesso rapporto di forze. Da sempre, la letteratura ha portato allo scoperto il nostro lato più oscuro e nascosto, più angoscioso, ha svelato problemi e conflitti, ha scoperchiato la sfera più irrazionale degli individui. Il suo compito non è tanto quello di portare armonia e ordine quanto, invece, quello di individuare i problemi e i disordini più reconditi nella sfera sociale; non è un caso che nella modernità essa sia entrata in sinergia sempre più stretta con l’universo della psicanalisi.

Le problematiche ecologiche fanno quindi parte di questa tendenza naturale della sfera letteraria a problematizzare, a portare allo scoperto contraddizioni e conflittualità latenti. Anche una particolare branca della critica letteraria, la cosiddetta ecocritica (ecocriticism), sviluppatasi recentemente soprattutto in area nordamericana nell’ambito dei cultural studies, cerca di sondare, all’interno delle opere letterarie, le tematiche più strettamente ecologiche. Sempre in area nordamericana si sviluppa l’ecothriller, un genere in cui i protagonisti devono fronteggiare e possibilmente sventare un’emergenza biologica o ambientale. Spesso, in questi romanzi, il disastro ambientale viene provocato da una distruzione sconsiderata della natura messa in atto dallo sfruttamento capitalista: industrie, fabbriche, disboscamenti e trivellazioni dei ghiacci. Fra gli autori più interessanti incontriamo Margaret Atwood (ricordiamo, ad esempio, L’anno del diluvio, The Year of the Flood), Edward Abbey con I sabotatori (The Monkey Wrench Gang, 1975), che narra le avventure di un gruppo di ecoguerrieri impegnati nel sabotaggio di impianti industriali. Il romanzo di Abbey è poi diventato un testo di riferimento per l’azione di gruppi ecologisti come Earth First, fondato nel 1979 e dedito ad azioni di disobbedienza civile ispirate dal pensiero di Thoreau. Ma si possono ricordare anche autori come Philip K. Dick, James Graham Ballard o Kurt Vonnegut, del quale è doveroso ricordare il romanzo-culto Ghiaccio-nove (Cat’s Cradle, 1963).

Sempre in ambito statunitense degno di nota è il romanzo epopea di Don DeLillo, Underworld (1997), nel quale viene tematizzata una problematica molto attuale come quella dello smaltimento dei rifiuti. All’interno del gusto tipicamente postmoderno per l’accumulo, i rifiuti, nel romanzo di DeLillo, assumono una indubbia valenza simbolica: essi sono la rappresentazione più emblematica della società contemporanea, caratterizzata dal feticismo delle merci e dal loro sempre più pervasivo accumulo. Un personaggio del romanzo osserva infatti che percepisce ogni oggetto – anche nuovo, negli scaffali dei negozi – solo come spazzatura mentre le montagne di spazzatura finiscono per superare i rilievi naturali e le macchie di immondizia, nell’Oceano, sono grandi come continenti.

Tematiche di natura ecologica sono del resto state affrontate anche dalla letteratura italiana. Basti ricordare un autore come Italo Calvino che riveste di tematiche ambientaliste un romanzo apparentemente lontano dalla contemporaneità come Il barone rampante (1957). Alla fine della storia, l’io narrante, fratello del protagonista Cosimo, afferma che, a causa del disboscamento, quest’ultimo non potrebbe più condurre la sua vita sugli alberi. Nella finzione siamo in una fantastica Italia del Settecento ma i rimandi all’Italia del boom economico sono palesi: prati, boschi e interi pezzi di campagna vengono annientati, fra anni Cinquanta e Sessanta, per lasciare spazio all’edilizia selvaggia. Calvino, in molte altre sue opere, affronta tematiche ecologiche in modo allusivo, per mezzo del travestimento fiabesco, come del resto fa anche un altro grande autore come Gianni Rodari. E se Pasolini, per illustrare gli effetti della mutazione sociale provocata dal consumismo degli anni Sessanta e Settanta, negli Scritti corsari utilizza l’immagine della “scomparsa delle lucciole” causata dall’inquinamento, Paolo Volponi con Il pianeta irritabile (1978) mostra un’Italia del futuro tratteggiata in forma distopica. Siamo nel 2293 e il mondo è stato devastato da una grande esplosione atomica: in questo scenario postapocalittico si muovono degli animali fuggiti da un circo (una scimmia, un elefante e un’oca) affiancati da un nano. Mediante la tecnica dello straniamento, Volponi guarda al mondo degli umani mediante l’ottica animale: se l’uomo si è sempre di più allontanato dalla natura e dagli animali non potrà che giungere ad una terribile autodistruzione, riflessione che si inserisce pienamente in un contesto di critica politico-sociale.

Sempre all’interno del filone distopico e apocalittico si situa un interessante romanzo molto più recente come Qualcosa, là fuori (2016) di Bruno Arpaia, nel quale viene affrontato il problema del surriscaldamento globale. In un’Italia del futuro, Livio, anziano professore napoletano di neuroscienze che da giovane aveva fatto parte di un movimento ambientalista, è costretto a emigrare, insieme a miriadi di altri disperati, verso l’Europa del Nord e la Scandinavia, gli unici luoghi del pianeta ancora vivibili. Il deserto si è infatti esteso a tutti i paesi mediterranei e gli italiani, insieme ad altre popolazioni europee, si sono trasformati in migranti climatici costretti a lasciare le proprie città devastate. Gli scenari catastrofici del romanzo riprendono quasi alla lettera i possibili effetti del mutamento del clima delineati in saggi scientifici, dei quali lo scrittore riporta anche dati e previsioni che potrebbero avverarsi nel caso non vengano prese misure adeguate. Oltre al problema del surriscaldamento globale, il romanzo affronta anche il tema delle migrazioni: gli italiani e gli altri europei vengono bloccati alle frontiere e respinti dalla Scandinavia esattamente come i migranti africani nel Canale di Sicilia. Lo scenario inquietante delineato da Arpaia fa venire in mente un altro bel romanzo italiano di questi ultimi anni, Nina dei lupi (2011) di Alessandro Bertante – venato comunque di tonalità più fantastiche – nel quale si narra di una “sciagura” che avviene in Italia e nel mondo e che provoca una grave crisi finanziaria. Anche nella storia di Bertante, le città vengono abbandonate, tutti si chiudono in se stessi e vige il diritto del più forte: quelli che nella società erano stati i più cinici ed egoisti (rozzi manager e uomini di potere) adesso imbracciano armi e fucili e si organizzano in bande violente. Solo il montanaro anarchico Alessio, intrepido e generoso, erede della Resistenza e dei partigiani, riuscirà, in un paesino perduto fra le montagne, a salvare e proteggere la piccola Nina dalle violenze e dal disastro.

Come abbiamo visto, le connessioni fra ecologia e letteratura, nella contemporaneità, assumono un indubbio valore militante in funzione anticapitalista. La letteratura non parla in modo diretto e razionale come fa la saggistica bensì allude, crea sottili rimandi alla società per mezzo di un sistema simbolico, solleva problemi che scaturiscono dal lato più oscuro della sfera sociale. Un caso particolare e un’eccezione, in questo senso è il romanzo di Arpaia che, invece, riprende quasi alla lettera dati e previsioni di testi scientifici. In questo caso, la letteratura si basa su dati reali per metterci in guardia, per allarmare, per sollevare sempre nuovi problemi. Se la progressiva distruzione della natura e l’inquinamento vengono portati avanti dall’imperante sistema capitalistico che non guarda in faccia a niente e a nessuno, la letteratura, sollevando problematiche e scoperchiando i lati più oscuri della società, non fa altro che ribadire la necessità di agire, qui e ora, per cambiare questo stato di cose.

Guy van Stratten

 

Riferimenti bibliografici:

Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori, Guanda, Milano, 2016.

Stefano Righetti, La ragione ecologica. Saggi intorno all’Etica dello spazio, Mucchi, Modena, 2017.

Niccolò Scaffai, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma, 2017.

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