Il futuro del sindacalismo: gli algoritmi

L’uscita dalla pandemia, che non sarà facile, è comunque destinata a riaccendere conflitti di varia natura tra cui quelli legati al lavoro. Del resto la prevista fine del blocco dei licenziamenti già non promette niente di buono sul piano della tenuta dei livelli occupazionali. Il punto però è che gli obiettivi tradizionali del conflitto sindacale in questi anni sono cambiati e il ritorno alla “normalità” rappresenta, in quest’ottica, un importante e nuovo banco di prova: quello del conflitto tra le esigenze del lavoro e quelle dell’intelligenza artificiale e della robotica che si sviluppano grazie a investimenti pubblici e capitale di rischio servendo la razionalizzazione produttiva nel capitalismo delle piattaforme. Certo, non che mancheranno, in futuro, terreni di scontro tradizionale ma questo conflitto è solo auspicabile. Significherebbe, infatti, che il lavoro, con le reti sociali che lo sostengono, è entrato in contatto dove davvero si esercita il comando capitalistico sul piano produttivo e non. E, scolasticamente, è dove il comando viene messo in discussione che è possibile far avanzare livelli di emancipazione nella nostra società. Le condizioni materiali per l’accendersi di questo conflitto ci sono già da anni tanto che intelligenza artificiale e robotica sono presenti, in modo strategico, dalla produzione, all’amministrazione, al controllo sociale via via fino ai servizi turistici (si pensi come app come Uber, AirBnb e Booking, per citare le più note prima della crisi che hanno cambiato lavoro e pratiche sociali nel settore).

Tutto comincia a cavallo della metà degli anni ’10 quando emergono, sempre di più’,  testi e studi sulla “rivoluzione robotica”, vista come fattore leader dell’economia globale dei venti anni successivi, in grado di tagliare i costi del fare business ma anche di accentuare la disuguaglianza sociale,  sia contenendo il  piano salariale che occupando le professioni degli umani perché le macchine, come pensate per gli anni ’20, si occupano di tutto, dalla cura degli anziani alla cucina degli hamburger. La situazione non è migliore per il lavoro cognitivo: accanto ai robot che eseguono lavori manuali, come l’aspirapolvere in soggiorno o l’assemblaggio di parti di macchine, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, previsto in quel periodo, significa che i computer sono sempre più in grado di “pensare”, eseguendo compiti analitici una volta considerati richiedenti il ​​giudizio umano.

In un rapporto di 300 pagine che fece effetto durante gli anni ’10, gli analisti della banca d’investimento Bank of America-Merrill Lynch parlarono chiaramente di un impatto pari a una quarta rivoluzione industriale, dopo il vapore, la produzione di massa e l’elettronica. Nasce così il concetto di rivoluzione industriale 4.0 e in questo report di Merrill Lynch, che comunque si preoccupava di lanciare nuovi prodotti finanziari, si trovavano citazioni di questo tipo “stiamo affrontando un cambiamento di paradigma che cambierà il modo in cui viviamo e lavoriamo” oppure“il ritmo dell’innovazione tecnologica dirompente è passato da lineare a parabolico negli ultimi anni. La penetrazione di robot e intelligenza artificiale ha colpito ogni settore industriale ed è diventata parte integrante della nostra vita quotidiana “. Qualche anno fa, dando per scontato l’avvio di questa rivoluzione, si prevedeva che la ristrutturazione del lavoro potesse lasciare sul campo, una volta concluso un ciclo ventennale, fino al 35% dei posti di lavoro nel Regno Unito e il 47% di quelli negli Stati Uniti, questo secondo uno studio dell’Università di Oxford allora ritenuto uno dei migliori

A metà anni ’10 si calcolava che il mercato globale totale dei robot e dell’intelligenza artificiale dovesse raggiungere i 152 miliardi di dollari entro il 2020 con un aumento di produttività del 30% in alcuni settori. Poi, come sappiamo, oltre alla complessità del mercato è arrivato il covid e tutto, compreso l’investimento in queste tecnologie ha subito una contrazione. Allo stesso tempo si è fatta avanti la convinzione che il settore AI e robotica, durante la fase “rivoluzionaria” incontri serie difficoltà a sostituire il lavoro umano in molti settori. Sia per gli enormi investimenti necessari, uniti alla complessità delle fasi sperimentali di tante tipologie di prodotto, che per la difficoltà a sostituire molti naturali movimenti umani. Emergono così un concetto e una tecnologia, la cobotica, già presenti negli anni ’10 ma che oggi assumono un maggiore significato: quello di mettere assieme, nella stessa rete di concetti e nella medesima catena produttiva, umani, AI e Robot. Avendo, in questo modo, ben chiari i problemi da risolvere ovvero rendere produttivi gli investimenti, facilitare le fasi sperimenti dei prodotti, mettere compiutamente nel nuovo regime produttivo la flessibilità umana. Tra gli autori che hanno inquadrato, bene, l’intelligenza artificiale come strumento di comando, ma anche terreno di conflittualità di processi come quello che viene indicato convenzionalmente come cobotica, troviamo Cathy O’ Neil

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La O’Neil  parla dell’intelligenza artificiale intesa anche come strumento di offesa e nel suo testo, ben distanti dall’essere modelli matematici oggettivi e trasparenti, gli algoritmi che ormai dominano la nostra quotidianità si rivelano vere e proprie “armi di distruzione matematica“: non tengono conto di variabili fondamentali, incorporano pregiudizi e se sbagliano non offrono possibilità di appello. Queste armi pericolose giudicano insegnanti e studenti, vagliano curricula, stabiliscono se concedere o negare prestiti, valutano l’operato dei lavoratori, influenzano gli elettori, monitorano la nostra salute. Basandosi su case study nei campi più disparati ma che appartengono alla vita di ognuno di noi, la O’Neil espone i rischi della discriminazione algoritmica a favore di modelli matematici più equi ed etici. Nella sfera della produzione, o comunque in quella più generale del “lavoro”, i suggerimenti sui modelli matematici equi della O’Neil valgono e quindi, a maggior ragione, nella sfera sindacale trasformando così l’algoritmo da oggetto tecnico in terreno politico sindacale, quello nel quale il modello matematico incorpora non tanto le esigenze del capitale ma quelle del lavoro. Si tratta di una possibile svolta radicale nella conflittualità sindacale nel momento in cui identifica l’algoritmo per come è: un intreccio di tecnologia, produttività e indirizzo etico, economico e persino politico. E tratta di una questione tanto più importante in settori come la sanità, la logistica terrestre e marittima dove sono gli algoritmi a dettare, con forza, i ritmi di lavoro. Per non parlare dei settori dove il posto di lavoro è una app.

Certo, con la quarta rivoluzione industriale non siamo di fronte a un processo lineare, anche perché non esistono processi lineari nelle nostre società, e il covid ha complicato le cose, e rendere più astratta la conflittualità, come lo è quella sulla produzione di algoritmi, richiede un profondo aggiornamento dello stesso fare sindacato e non è affatto un processo scontato. Ma è scontato, come indicava questo storico testo, la cui copertina è sotto riprodotta, di Levy e Murnane nel 2005, che sono i computer (oggi un concetto generico ma che rende comunque l’idea) a creare il nuovo mercato del lavoro. Quello nel quale gli investimenti in tecnologia devono oltrepassare gli ostacoli e il lavoro lo si vuole flessibile per arrivare dove la tecnologia non può arrivare nel processo di estrazione di valore. Di conseguenza se la conflittualità sindacale non si sposta anche sul piano della contrattazione di algoritmi quello che viene a mancare è quello che un tempo si chiamava il controllo operaio sulle macchine e ogni aggregato sociale, nel processo di produzione, è ridotto a semplice, inerte forza lavoro.

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La questione che si apre, se la si vuol vedere è molto forte: il nuovo sindacalismo, se vuol proteggere il lavoro e il salario dei prossimi lustri, deve essere in grado di contrattare quella quota di potere, di organizzazione del lavoro, di diritti, di criteri di profilazione contenuti nella produzione di algoritmi. È un compito durissimo quanto vitale e far questo deve comprendere bene l’itinerario reale della rivoluzione 4.0, per quanto differente da quella più lineare pensata a metà degli anni 10. Una rivoluzione che non solo ha fatto i conti con il covid ma anche con la complessità dell’agire umano che è chiamata a sostituire, con la difficoltà di finanziamento dei progetti e con l’evoluzione dell’economia. La rivoluzione 4.0, destinata ad andare pienamente a regime come la prima rivoluzione industriale, impone però, oltre che di essere compresa, nuovi piani di conflitto sindacale. Non solo su quello giuridico, sul piano quindi delle leggi, ma anche su quello regolazione tecnica quindi degli algoritmi. Certo, il salto, non solo concettuale ma anche organizzativo e sociale, per evitare la minorità da parte del sindacalismo di domani si presenta enorme. Ma evita di perdersi in una mimesi della conflittualità o nei conflitti della disperazione e pone le condizioni per reali cambiamenti positivi nella vita di tutti.

Per codice rosso, nlp

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