Palestina: chi ha diritto a difendersi, il boia o la sua vittima?

María Landi, 17/05/2021

A noi che sosteniamo la causa palestinese risulta intollerabile quasi quanto le vite perse in ogni nuovo attacco israeliano il modo in cui i media egemonici disinformano su ciò che sta accadendo. L’economista e politico greco Yanis Varoufakis ne ha parlato così oggi: «Immaginate se i servizi informativi sugli scontri di Soweto contro l’Apartheid non avessero mai citato l’Apartheid, ma si fossero concentrati unicamente sulla violenza dei giovani o sulla perdita di vite e beni causata dai militanti neri. Questo è ciò che troviamo oggi nei servizi dei mezzi di comunicazione occidentali sulla Palestina. Quando la verità viene sostituita dal silenzio, ha detto una volta un dissidente, il silenzio è una menzogna. E quando questa menzogna si riferisce alla pulizia etnica di una popolazione nativa e all’instaurazione di uno Stato di apartheid, chi perpetua consapevolmente la menzogna è partecipe del crimine

Mentre leggo le cifre crescenti dei morti a Gaza (più di 100, compresi 27 bambine/i), è impossibile non ricordare il brutale massacro commesso là da Israele nel luglio-agosto 2014: 2.200 persone assassinate in 20 giorni, di cui 550 bambine e bambini, decine di migliaia ferite e mutilate. È impossibile dimenticare anche che quando tre anni fa la popolazione di Gaza decise di protestare pacificamente contro il blocco nella cosiddetta Grande Marcia del Ritorno, fu anche in questo caso massacrata da franchi tiratori appostati sul muro di recinzione che circonda Gaza. Il saldo di queste proteste settimanali pacifiche fu ugualmente cruento: centinaia persero la vita e decine di migliaia riportarono ferite irreversibili; centinaia di giovani subirono amputazioni perché i soldati israeliani usarono pallottole speciali che polverizzano le ossa.

E tuttavia i media continuano a condannare la violenza di Hamas. Nel migliore dei casi si parla di un “conflitto”, e la comunità internazionale fa appello a “entrambe le parti” a cessare le ostilità. Come se si trattasse di due Paesi vicini che si contendono un territorio. Non si dice che da un lato c’è una potenza militare e nucleare (la quarta del mondo) che riceve milioni in aiuti statunitensi e dall’altro un popolo oppresso che non ha esercito né carri armati né aerei da guerra, e che resiste come può alla rapina quotidiana della sua terra e acqua, all’assassinio e all’incarceramento dei suoi giovani e a una vita intera priva di tutti i diritti fondamentali.

Ma questa falsa asimmetria scompare dal discorso quando si afferma che “Israele ha diritto a difendersi”. Forse il popolo palestinese non ha diritto a difendersi? Davvero il carnefice ha diritto a difendersi dalla sua vittima? Diciamolo chiaramente: secondo il Diritto Internazionale Umanitario in vigore per la Palestina, una potenza occupante non ha diritto a difendersi dal popolo che tiene sotto occupazione. Al contrario: Israele come potenza occupante ha il dovere di garantire la sicurezza della popolazione e del territorio che occupa.

Il linguaggio del ‘conflitto’ e delloscontroche mette sullo stesso piano l’occupante e l’occupato, il colonizzatore e il colonizzato, nasconde che l’origine della questione palestinese-israeliana è un progetto coloniale di insediamento –il sionismo− nato in Europa alla fine del secolo XIX che si propose di conquistare la terra di Palestina, espellere la sua popolazione araba nativa e sostituirla con persone ebree provenienti da tutto il mondo. Dopo un massiccio processo di inmigrazione ebrea europea, facilitato dal Mandato Británico nei primi decenni del XX secolo e accelerato dal nazismo, lo Stato di Israele fu creato nel 1948 sulle rovine di 500 località palestinesi distrutte dopo una violenta campagna di pulizia etnica (Nakba o ‘catástrofe’ in arabo) che assassinò circa 30.000 persone, espulse altre 800.000 e le trasformò in profughi ai quali fino ad oggi non si permette di ritornare (né ai loro discendenti) perché sono una minaccia demografica per lo Stato ebraico.

Il falso mito fondativo sionista che prometteva “una terra senza gente per un popolo senza terra”, ignorando e disprezzando, come ogni progetto coloniale, la popolazione nativa, si traduce nella pratica di impossessarsi del massimo di terra con il minimo di arabi. Di questa popolazione eccedente bisogna disfarsi, sia con metodi violenti (come ora a Gaza) o perversamente sofisticati, come il complesso sistema di occupazione e colonizzazione in Cisgiordania e Gerusalemme, o le più di 50 leggi e infinità di politiche che discriminano la popolazione palestinese con cittadinanza israeliana. L’obiettivo è che tutti se ne vadano. Perché oltre la retorica per il consumo occidentale sui “due Stati”, nel progetto sionista non c’è mai stato posto per la popolazione palestinese.

Questo sistema di dominazione è stato finalmente definito apartheid dalla principale organizzazione internazionale per i diritti umani, Human Rights Watch, e dalla più importante di Israele, B’Tselem. Superando la falsa separazione tra l’Israele ‘democratico’ e i territori che occupa e colonizza, si afferma inequivocabilmente che «In tutta la regione tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, il regime israeliano implementa leggi, pratiche e violenza statale con un disegno diretto a solidificare la supremazia di un gruppo: quello ebraico, sull’altro: quello palestinese».

Ma di questo non parlano i media occidentali. Per loro la notizia comincia sempre con la prima vittima israeliana o il primo razzo sparato da Gaza, senza precedenti né contesto. Quando non lanciano razzi, i media ignorano la lenta agonia che è la vita quotidiana per i due milioni di persone rinchiuse in questo grande carcere israeliano che è la Striscia di Gaza, bloccata dall’aria, dalla terra e dal mare da 14 anni. Non fa notizia che a causa del blocco l’acqua sia contaminata, l’energia elettrica limitata ad alcune ore del giorno, gli ospedali privi di forniture, l’economia distrutta, la disoccupazione generalizzata e le prospettive di futuro ridotte in macerie come le case con ogni periodico bombardamento israeliano. Come ha scritto un giovane di Gaza: «Qui stiamo sanguinando in silenzio, tutto il tempo. Indipendentemente da questa o quella guerra. (…) dobbiamo scegliere tra una morte rapida in tempo di guerra o una morte silenziosa sotto il blocco».

Allo stesso modo, i media occidentali hanno ignorato l’escalation di attacchi e provocazioni di coloni e truppe israeliane che la popolazione palestinese di Gerusalemme Est stava subendo dall’inizio del Ramadan. Hanno ignorato le marce di ebrei estremisti per le strade della Città Vecchia dove si gridavano slogan razzisti come “morte agli arabi” e si prometteva di bruciare le loro case e villaggi. Hanno ignorato le recinzioni collocate dalla polizia israeliana sulla spianata della Porta di Damasco, la principale entrata alla Città Vecchia (e centro nevralgico della vita sociale ed economica palestinese) per impedire le riunioni festive che durante il mese del Ramadan si svolgono lì al calar del sole, quando si rompe il digiuno, sotto le ghirlande di luce che adornano la spianata.

Hanno ignorato anche l’imminente espulsione di famiglie palestinesi del quartiere Sheikh Jarrah da parte di organizzazioni di coloni ebrei che –manipolando le leggi e i tribunali che li favoriscono sempre– pretendono di impossessarsi delle loro case. Non ha fatto notizia che dopo decenni in cui ha difeso le sue case in una lotta impari, Sheikh Jarrah si sia trasformata in simbolo di resistenza alla pulizia etnica e all’ebraicizzazione violenta che Israele mette in atto a Gerusalemme. Né ha fatto notizia la brutale repressione quotidiana della polizia e i continui attacchi di coloni armati contro la gente di Sheikh Jarrah e di molte località palestinesi di Israele (perché quella della Cisgiordania non ha il permesso di entrare a Gerusalemme) che è arrivata per solidarizzare.

Non ha fatto notizia nemmeno la violenza arrogante con cui le forze israeliane hanno fatto irruzione sulla Spianata delle Moschee durante le preghiere del venerdì e del sabato; neppure quando lunedì hanno invaso la moschea di Al Aqsa (il luogo più sacro per il popolo palestinese) in assetto di guerra, sparando, gassando e ferendo più di 400 fedeli e trasformando la moschea in un campo di battaglia. Forse non ci sono state prime pagine né titoli perché le vittime erano musulmane, i carnefici ebrei e il tempio distrutto non era una sinagoga né una chiesa. Ma le immagini dell’attacco hanno fatto il giro del mondo in tempo reale e hanno causato indignazione sui social network. E sono arrivate anche a Gaza.

I media non hanno dato neanche l’informazione che Hamas ha fatto una cosa che non aveva mai fatto prima: ha dato un ultimatum a Israele esigendo che prima delle 6 del pomeriggio ritirasse le sue truppe da Al-Aqsa e da Sheikh Jarrah. L’ultimatum è stato ignorato, e i primi razzi sono stati lanciati da Gaza. Questa volta non cercavano di richiamare l’attenzione sul blocco intollerabile che subiscono gli abitanti, ma dire a Israele che non può attaccare Gerusalemme per settimane e sperare che la resistenza non risponda.

Come hanno dichiarato Ibrahim e Afaf, giovani di Gaza: «Non è solo una connessione religiosa. Il popolo palestinese vede Gerusalemme come una parte inseparabile della sua identi nazionale e della sua storia. Negli ultimi giorni, centinaia di palestinesi di Gaza sono scesi in piazza a manifestare la propria rabbia per quello che sta accadendo a Gerusalemme e a Sheikh Jarrah». «È un sentimento. E il fatto è che alla fine dei conti noi palestinesi siamo dispersi per tutto il mondo. (…) Però quando si tratta di Gerusalemme siamo tutti uniti. In una real di totale segregazione tra le diverse comunità palestinesi, questa città è l’ultimo frammento della nostra uni. Questo è ciò che ha alimentato la rabbia a Gaza verso quello che sta succedendo a Sheikh Jarrah, la Porta di Damasco e la Moschea di Al-Aqsa

Nel corso della Storia nessun popolo oppresso ha smesso di resistere. La violenza continua perché la Nakba −della quale ricorre il 73° anniversario questo mese− continua ogni giorno sulla terra di Palestina. «I vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno» affermò Ben Gurión. Ma questo popolo ha memoria e si rifiuta di scomparire. Anche in esilio o nei campi profughi, le famiglie conservano le chiavi delle case che gli hanno rubato e le passano alle nuove generazioni; e queste imparano fin dalla culla che la Palestina è la loro patria e che “esistere è resistere”.

Tratto da www.rebelion.org, traduzione per Codice Rosso Andrea Grillo

Foto tratta dal New York Times

 

Print Friendly, PDF & Email

In questo sito usiamo cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire al sito di funzionare correttamente e per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Privacy policyCookie policy.