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Recensione a Gruppo Krisis – Manifesto contro il lavoro e altri scritti


Di seguito la recensione di Mario Coglitore  al libro del Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro e altri scritti, edito da Mimesis, Milano, 2023.

Il Manifesto contro il lavoro del Gruppo Krisis è apparso per la prima volta in Germania, a chiusura di Millennio, nel 1999, e poi tradotto in italiano nel 2003 per i tipi di DeriveApprodi. L’ultima edizione, di tre, in lingua tedesca è del 2019, con pregevole postfazione di Norbert Trenkle, uno degli animatori dell’originario sodalizio. Una lunga e interessante vicenda editoriale, dunque.
Come osserva Massimo Maggini nell’introduzione al volume: “[…] molta acqua è passata sotto i ponti” da quel lontano fine secolo XX. Alluvioni antropologiche, economiche, politiche, sociali hanno reso ovunque paludoso e talora carsico il tessuto della nostra realtà quotidiana. Certo la meccanica capitalista continua ad agitare le acque limacciose dell’incertezza, dello sfruttamento, dell’ambiguità inquinante della finanza internazionale e quel che più può spaventare, l’affacciarsi risoluto del “capitalismo della sorveglianza”, per dirla con Shoshana Zuboff, animato da intelligenze artificiali e diabolici agglomerati corporativi, Amazon, Google, Facebook, che farebbero invidia persino alle migliori narrazioni Cyberpunk.
Nell’eccellente traduzione che ci propongono Rossi, Cerea, Jappe e lo stesso Maggini, ripercorriamo durante la lettura l’evoluzione, il senso, l’incardinarsi socioculturale del concetto di lavoro e il suo dispiegarsi nei decenni come dimensione, non soltanto occidentale, dell’incatenamento di anime e corpi. Il rapporto con gli oggetti del mondo che ci circonda, la sua fisicità materiale ci mettono in diretto contatto con l’idea di lavoro; ogni cosa che sta attorno a noi, nemmeno la Natura fa eccezione da un certo momento in avanti, procede da una manipolazione della materia che perlopiù è funzione del lavoro. Nel corso del tempo i sistemi di produzione che si sono avvicendati hanno fatto del lavoro il nodo centrale della relazione con gli esseri umani e tra gli esseri umani. Condizione precipua dell’esistenza, della nuda vita cui in via esclusiva sembra attribuire un significato, il lavoro nella meccanica capitalista ha plasmato l’homo faber, che sotto altri soli produceva per se stesso e la propria comunità, riducendolo, nella maggioranza dei casi, a uno schiavo, a volte intelligente, altre volte totalmente spossessato da se stesso e capace di ottimizzare profitti in cambio di una pallida remunerazione. La merce, secondo quanto Marx, figlio di quella borghesia “al lavoro” di cui scarnificò gli intendimenti e denunciò l’opera di costante e ineluttabile rapina, ha regnato sovrana per decenni, si badi bene anche molto prima che il filosofo ed economista di Treviri cominciasse a descriverne i caratteri compositi e la cartografia graffiante, legando il proprio destino a quello del denaro fino a che l’immaterialità delle transazioni finanziarie ha finito addirittura per sostituirla, imprimendo all’ultimo Capitale la spinta necessaria a diventare simulacro di se stesso digitando su una tastiera numeri e calcoli algoritmici di una qualche laboriosità. Attonita, l’umanità del terzo millennio perde persino i suoi paradigmatici punti di riferimento e quasi si adonta di una mancanza di sfruttamento che gli sottrae il lavoro, ormai considerato “essenzialità” del vivere individuale e comune.
Manifesto contro il lavoro rimette in discussione ogni nostra certezza e incalza mentre, di pagina in pagina, vengono snocciolate le aporie di un dispositivo di potere che irregimenta intere popolazioni e interi territori ancorché l’acqua calda scorra nelle tubature di casa nostra, il cibo, perlomeno nei Paesi ricchi del mondo, sia ancora disponibile sugli scaffali dei supermercati, e la sopravvivenza minima, strappata non di rado al monopolio delle coscienze da parte dell’ordalia produttiva, venga bene o mal assicurata. Il lavoro, Leviatano cancerogeno, è articolazione strutturante di buona parte della nostra giornata, e come potrebbe non esserlo, del resto, quando le sue qualità emancipative vengono declinate lungo traiettorie di vita nel corso delle quali siamo stati indotti ad accettarne il ruolo dirimente, la compiaciuta qualità di insostituibile mezzo per rendere lecita la nostra contribuzione all’efficienza del dispiegamento relazionale che regge l’intelaiatura di fondo dell’esistere. Esistere per lavorare, lavorare per esistere.
L’avvento dell’era informatica, che è stata spesso spacciata per epifania di un nuovo modo di intendere il lavoro addirittura meno invasivo e corroborato dall’ausilio di macchine che hanno perso la loro micidiale forza distruttiva e anzi accorrono in aiuto alla “persona” semplificando procedure e accelerando i tempi di produzione per consentire agli operatori maggior flessibilità e minore fatica, segnerebbe una cesura tra un prima e un adesso incalcolabilmente differenti; ma si tratta, a guardar meglio, di un altro degli inganni della mistificazione capitalista, poiché, fino a quando l’intelligenza artificiale non renderà obsolete le forme di vita al carbonio che rappresentiamo, sempre di lavoro stiamo ragionando, vale a dire di uno scambio diseguale tra ciò che produco e ciò che ricevo in cambio per la mia attività. Non c’è libertà nel lavoro, comunque lo si voglia intendere.
Nel turbinare inarrestabile della dinamica del Capitale, da almeno due secoli il terreno di coltura dei nostri disagi esistenziali, si profilano orizzonti decisamente cupi e giorni durante i quali cade una pioggia insistente, ripensando alla megalopoli compulsiva di Blade Runner e alle snervanti atmosfere dilavanti in cui si inzuppano i suoi protagonisti.
Pure, ha ragione Jappe quando, nella Postfazione al testo del 2003 riproposta come Prefazione con un titolo diverso in questo volume, denuncia “la crisi del capitalismo” e la sua vocazione a proclamarsi evento ineludibile della modernità, o forse post-modernità, a seconda dei punti di vista. L’overbooking del sistema capitalista si annuncia ovunque, nel mentre insiste sulla “richiesta di cornucopia” che “[…] presuppone […] che il capitalismo sia tuttora florido e che si debba solo costringerlo a concedere tutto ciò che possiede ma che non vuole mollare. In verità, il sistema di produzione di merci è entrato in una crisi irreversibile, perché sta rendendo superfluo quel lavoro il cui sfruttamento costituisce al contempo la sua unica ragione di esistere.” Una dinamica secolare in esaurimento. Il capitalismo non è più in grado di generare pieno impiego della forza-lavoro, né di vendere l’intera e abbondante quantità di merci che immette nel mercato, per eccesso di offerta e per mancanza di un numero di sufficiente di acquirenti solvibili. Se è vero che la stessa società capitalista sta cercando di abolire il lavoro, siamo giunti a un rovesciamento dei rapporti di forza foriero di sommovimenti sociali e antropologici di cui la crisi del 2008, primo scoppio di una bolla finanziaria mondiale che prelude ad altre e maggiormente devastanti esplosioni, è marcatore evidente. Tuttavia, argomenta Jappe stringendo ancora il cappio, l’uscita dal lavoro per come lo abbiamo inteso fin qui, diventa vero e proprio incubo “finché perdura l’obbligo di lavorare per poter mangiare”.
Dobbiamo concentrare la nostra critica, le nostre azioni e le nostre riflessioni sull’enucleazione di una forma di vita sociale non più basata sul lavoro: una rivoluzione delle coscienze che non ha confronto con quanto sino a questo momento è stato detto, pensato, vissuto, agognato. Tenuto conto che la soppressione del lavoro è già acclarata testimonianza di uno stravolgimento epocale in molte parti del pianeta, l’interrogativo che sorge è uno e uno solo: cosa accadrà dopo. Cosa sta per accadere. Bisogna interrogarsi su forme di vita sociale che riscrivano, condividendole collettivamente, le comuni decisioni da prendere sull’impiego delle risorse disponibili per farne circuito virtuoso e non parossistico sfruttamento.
Manifesto contro il lavoro, nonostante la complessità di alcune sue pagine che vanno ben soppesate, rilette e meditate, ci aiuta a capire dove siamo, da dove arriviamo e dove potremmo andare con uno sforzo cognitivo che ci permetta di abbandonare l’inverno del Capitale, possibilmente verso una nuova primavera dello spirito. E del corpo, beninteso.
Affidiamo a Norbert Trenkle, e a un suo articolo del 2022 che troverete verso la fine del libro, una conclusione, che, sebbene dal sapore sin troppo ottimistico, è perlomeno di buon auspicio.
L’abolizione del lavoro è quindi molto di più di una semplice riduzione quantitativa del lavoro salariato, come quella predicata nelle attuali utopie tecniciste; è una rottura qualitativa con la forma sociale reificata di attività e di relazione che si trova alla base del dominio capitalista, e una precondizione necessaria per l’emancipazione sociale”.

Mario Coglitore

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