Visioni

“Dune – Part Two”: una rivolta a passo di danza

Del primo capitolo di Dune (2021) di Denis Villeneuve avevamo proposto una lettura (qui) filtrata dalle analisi di Gilles Deleuze e Félix Guattari svolte in Mille Piani rifacendoci ai concetti di “macchina da guerra nomade” e di “deserto” come “spazio liscio” che si contrappone allo “spazio striato” degli apparati di controllo. In Dune – Part Two (2024), tratto dalla seconda parte del primo romanzo della saga di Dune scritto da Franck Herbert, si assiste allo scontro fra l’apparato di Stato, irreggimentato nelle sue catatoniche file e colonne geometriche, e, appunto, la “macchina da guerra nomade” dei Fremen, i nomadici abitatori del deserto, gli uomini delle sabbie “lisce” e incontrollabili. Non è un caso, tra l’altro, che Deleuze e Guattari, disquisendo del movimento dei nomadi, citino una frase tratta da un capitolo successivo della saga di Herbert, I figli di dune (Children of Dune, 1977). Secondo i due studiosi, il “Numero numerante”, cioè “l’organizzazione aritmetica autonoma” propria della macchina da guerra, “è ritmico e non armonico. Non c’è cadenza o misura: soltanto negli eserciti di Stato, per ragioni di disciplina e di parata si marcia con passo cadenzato; ma l’organizzazione numerica autonoma trova il suo senso altrove, ogni volta che bisogna un ordine di spostamento nella steppa, nel deserto – là dove i lignaggi di foresta e le figure dello Stato perdono la loro pertinenza. «Avanzava seguendo un ritmo spezzato che imitava gli echi naturali del deserto, ingannando chi stava a spiare i rumori regolari dell’uomo. Come tutti i Fremen, era stato educato all’arte di questo modo di camminare. Vi era stato condizionato a tal punto che non aveva più bisogno di pensarci e i suoi piedi sembravano muoversi da soli secondo ritmi non misurabili»” (G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, trad. it. Orthotes, Napoli-Salerno, 2017, p. 538).

I Fremen, che nell’immaginario mondo di Arrakis creato da Herbert possiedono un chiaro rimando alle popolazioni arabe, si muovono in modo ritmico e non armonico, non condizionato da un nomos legislatore, secondo un movimento che fluttua espandendosi nelle volute di una danza sinuosa. Dallo spazio “bucato” che, secondo Deleuze e Guattari, affianca lo “spazio liscio”, emergono i vermi delle sabbie i quali si configurano come un’estensione della macchina da guerra dei nomadi: questi ultimi, cavalcando i vermi, costituiscono un’arma micidiale lanciata contro l’apparato sedentario dello Stato. Nella splendida scenografia allestita da Villeneuve, il movimento sinuoso dei vermi, sui quali si trovano i nomadi che brandiscono le loro armi e le loro bandiere, si contrappone all’esercito imperiale rigidamente schierato, ordinato da un’armonia meccanica e geometrica. I vermi sono allora i folli vascelli corsari che, bucando lo spazio, penetrano sussultando nei meandri della Terra, sotto la terra che continuamente si deterritorializza in una guerra incessante. I loro movimenti ricalcano le danze dei Fremen, un incedere quasi musicale che riproduce il territorializzante ritornello che si lega alla terra perché, per l’appunto, nella loro terra essi vogliono restare e intendono riprodurre un movimento di liberazione, di resistenza e di attacco continuo. La ribellione dei Fremen assume i caratteri di una decolonizzazione attuata mediante un sinuoso passo di danza, quello del ribelle che si oppone all’ordine schiavizzante del potere.

I passi di danza dei Fremen organizzano la rivolta in un ritmo incessante e continuo. È il ritmo che intende liberarsi dal ciclo della ripetitività infinita della guerra perché quest’ultima pare derivare da istanze di carattere tribale che proliferano fino a sussumersi – oggi e nella realtà – in evanescenti conflitti economici e digitali. La guerra incessante che attraversa questo secondo capitolo di Dune è quella che buca i teleschermi della virtualità e dell’immaginazione e penetra nei telegiornali della sera e nei talk show televisivi. È la crudeltà reale che si ripete in una conflittualità meccanica e ottusa come la sopravvivenza della macchina del capitale. Una rivolta a passo di danza, come quella dei Fremen, manda in tilt i meccanismi dell’apparato di Stato e manderebbe in tilt le stesse logiche abuliche delle guerre del capitale.

Guy van Stratten

Print Friendly, PDF & Email