“Dune”: il deserto e la macchina da guerra nomade

Dune (Dune: Part One, 2021), il film che recentemente Denis Villeneuve ha tratto dall’omonimo romanzo di Frank Herbert, tematizza l’immagine del deserto in modo assai più pregnante del precedente, celebre adattamento cinematografico del romanzo realizzato da David Lynch. Se in quest’ultimo film erano presenti molte suggestive ‘ossessioni’ lynchane come, ad esempio, la rappresentazione dei fumi e dei vapori emessi dalle macchine (che circondavano anche i macchinari di una Londra solcata dalla Rivoluzione Industriale affrescata in The Elephant Man), la rappresentazione iconografica dello spazio desertico nonché l’immaginario a esso legato sono sicuramente alcuni punti di forza di questa nuova versione che, tra l’altro, rappresenta solo il primo capitolo della saga cinematografica.

Giusto un accenno sulla trama: in un futuro lontano, l’Imperatore dell’universo sottrae il controllo del pianeta Arrakis alla crudele casata degli Arkonnen per offrirlo agli Atreides (in realtà, per farli cadere in una trappola). Il deserto di Arrakis è l’unico luogo dell’universo dal quale si può estrarre la “spezia”, una sostanza che permette il viaggio spaziale delle navi commerciali ed è ritenuta sacra dai Fremen, una popolazione di nomadi che vive nello stesso deserto. Se l’unico obiettivo degli Arkonnen è l’estrazione della spezia per ricavarne profitto economico, gli Atreides vorrebbero gestire il pianeta in modo più rispettoso nei confronti dei suoi abitanti. Paul Atreides, giovane rampollo della Casata, molto probabilmente si configura come l’Eletto, capace di straordinari poteri per ristabilire gli equilibri dell’universo. Il rifacimento cinematografico di Villeneuve si presenta interessante anche perché sembra rappresentare, sotto il travestimento fantastico e fiabesco, i difficili e delicati equilibri fra Nord e Sud del Mondo presenti nell’attuale società capitalistica. Il pianeta Arkonnen, desertico e arido, sembra quasi possedere in sé dei rimandi all’Africa o, comunque, ai paesi più poveri e sottosviluppati, mentre il pianeta natale degli Atreides, languidamente tinteggiato con tonalità fredde e ‘nordiche’ (un pianeta che, del resto, possiede diversi rimandi alla Scozia, dall’onomastica all’utilizzo delle cornamuse), potrebbe rappresentare i paesi più ricchi e avanzati. Da questi ultimi molto probabilmente provengono anche i crudeli Arkonnen, rappresentati fisicamente come esseri grassi e sudati, che altro non rappresenterebbero, allora, se non lo sfruttamento capitalista e coloniale dei paesi ricchi nei confronti dell’Africa e di altri paesi poveri. Tra l’altro, viene detto esplicitamente che ci sarebbe stata la possibilità di estrarre l’acqua e di trasformare alcuni lembi del pianeta in terre fertili e coltivabili ma ciò non è stato possibile a causa della “spezia”, la quale rappresenta una indiscussa fonte di profitto per chi ne controlla l’estrazione. Ad essa, infatti, è legata la capacità di poter viaggiare nello spazio ai fini di commercio e quindi, in un certo senso, di poter permettere il funzionamento di una macchina capitalistica intergalattica.

Il deserto di Arrakis (chiamato anche “Dune”, appunto, dalla conformazione fisica del deserto stesso) è una sostanza atemporale, una distesa di spazio che sfugge allo scorrere del tempo. Paul Atreides, in quanto “eletto”,  ha delle visioni in cui riesce a vedere il passato e il futuro come immagini fuori dal tempo. Infatti, come scrive Deleuze, “il visionario, il veggente, è colui che vede nel cristallo e ciò che vede è lo zampillio del tempo come sdoppiamento, come scissione[1]. Paul vede il deserto in una proiezione fuori dal tempo, e una giovane Fremen che lo percorre e in esso si muove. Il deserto di Arrakis è infatti una buona rappresentazione cinematografica dello “spazio liscio” abitato dai nomadi che Deleuze e Guattari oppongono allo “spazio striato” della città[2]. Su Arrakis, infatti, la città fortificata, segnata da muri, protezioni, difese dal sole e dai nemici esterni, è lo “spazio striato” dalle griglie del controllo, è lo spazio che si contrappone al deserto e alla sua capacità di perdere, di far perdere. Lo spazio liscio, invece, è “marcato soltanto da «tratti» che si cancellano e si spostano con il tragitto. Anche le lamine del deserto scivolano le une sulle altre producendo un suono inimitabile. Il nomade si distribuisce in uno spazio liscio, occupa, abita, tiene tale spazio, ed è questo il suo principio territoriale[3]. Le lamine del deserto, sotto le forme della “spezia” che assume una conformazione cristallina, si muovono sul deserto insieme ai venti impetuosi che ne solcano le dune.

I Fremen, la misteriosa popolazione del deserto dagli occhi azzurri, rappresentati come un gruppo di beduini scuri o neri di pelle avvolti nelle loro particolari tute per difendersi dal sole e dal calore, sono i nomadi che percorrono le sabbie desertiche col loro passo di danza, una speciale andatura per mezzo della quale è possibile muoversi senza risvegliare i micidiali vermi delle sabbie. Per mezzo della loro andatura fluttuante essi operano una sempre maggiore “deterritorializzazione“, segno del loro nomadismo incessante: infatti “il nomade abita questi luoghi, resta in questi luoghi e li fa crescere. Di conseguenza si può dire che il nomade forma il deserto non meno di quanto il deserto formi lui. È vettore di deterritorializzazione. Aggiunge il deserto al deserto, la steppa alla steppa, con una serie di operazioni locali in cui l’orientamento e la direzione non smettono di variare[4]. I Fremen e i “vermi delle sabbie” si presentano come una vera e propria “macchina da guerra nomade”; essi sono il popolo nomade perché “il movimento vorticoso e turbinante appartiene soltanto alla sua macchina da guerra[5]. I Fremen, infatti, combattono “come demoni” e si muovono in modo fluttuante, come dei fantasmi che continuamente fanno perdere le loro tracce; in modo fluttuante e serpentino, con apparizioni improvvise, si muovono anche i giganteschi esseri mostruosi che vivono nel deserto. Per questo, essi saranno la “macchina da guerra” lanciata contro l’apparato di Stato che mira sempre a “striare” lo spazio, a creare griglie di controllo: quell’apparato di Stato rappresentato dall’Imperium dell’universo e dall’Imperatore, il cui unico scopo è quello di perseguire maggiore potere politico, militare ed economico per mezzo della “spezia”, allargando i suoi territori. La “macchina da guerra nomade”, fluttuante e danzante, si oppone alla rigidità ordinata e catatonica dell’esercito imperiale. Ma per assistere allo scontro dovremo aspettare il prossimo capitolo. Intanto, Paul e i Fremen hanno preso la via del deserto, perdendosi in una dimensione cristallina e atemporale, fra le dune che pulsano e si muovono incessantemente come corpi sempre nuovi e sempre mutanti.

Guy van Stratten

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[1] G. Deleuze, L’immagine-tempo. Cinema 2, trad. it. Ubulibri, Milano, 1989, p. 96.

[2] Cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, trad. it. Castelvecchi, Roma, 2010, pp. 451-458.

[3] Ivi, p. 452.

[4] Ivi, p. 453.

[5] Ivi, p. 452.

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