Il Divin Codino: questo è davvero Roberto Baggio?

Il 26 maggio 2021 è uscito il film “Il divin Codino” della regista Letizia Lamartire e distribuito dalla piattaforma Netflix.
Il film tratta della storia personale di Roberto Baggio, cresciuto in una famiglia numerosa, in cui la figura dominante era quella del padre, particolarmente severo con Roberto.
Il rapporto conflittuale con il padre domina il film che risulta diviso in alcune serie temporali che evidenziano determinati momenti particolari della carriera del giocatore: gli esordi nel Vicenza, il passaggio alla Fiorentina, il primo infortunio, l’avvicinamento al buddismo, USA 1994, il rapporto difficile con Sacchi, il rigore sbagliato nella finale con il Brasile, gli anni 2000 in cui Baggio trova posto nel Brescia di Mazzone, il nuovo infortunio alle soglie del mondiale 2002, il veloce recupero, l’esclusione dai convocati 2002 da parte di Trapattoni.
Molte le critiche che sono state fatte al film: dalla mancata caratterizzazione dei personaggi alla trama troppo leggera che poteva andare bene per una serie TV messa in onda da Mediaset oppure quelle che evidenziano la mancata inclusione nel film di momenti decisivi: il travagliato passaggio dalla Fiorentina alla Juventus, il pallone d’oro nel 1993, le sue esperienze con Milan, Inter e Bologna e molti episodi tecnici di rilievo.
Al di là delle critiche specifiche, di natura cinematografica o storica, è possibile fare alcune riflessioni sulla nostra società e sul nostro modo di vivere il calcio.

Netflix

Il capitalismo digitale sta mettendo a regime l’intera vita di una persona e non lo fa solo con i suoi motori di ricerca e con le sue applicazioni. Non esiste solo un sistema di controllo e sorveglianza; noi usiamo continuamente Google, Facebook, Amazon, Instagram, Amazon ma siamo anche parte integrante di questa produzione continua di eventi e relazioni, immaginari e orizzonti. Le grandi piattaforme TV come Netflix e HBO, i colossi Warner Media e Disney hanno cambiato radicalmente il modo di fare, produrre e distribuire un film. Le serie TV degli ultimi anni hanno modificato il nostro modo di stare insieme, vedere e riflettere su un film e soprattutto di essere relazione con un insieme sociale, economico e culturale.
Non è quindi un caso che Netflix sia interessata al calcio e ai suoi campioni, come del resto hanno fatto Amazon Prime e Sky Cinema  con Totti.

Gli anni 90

Nel film molte cose non sono state prese in considerazione; ma la principale mancanza è la relazione con quell’Italia profonda, difficile, contorta, segnata da forti cambiamenti strutturali, economici, culturali, l’euforia degli anni 80 che si stava lentamente sgretolando, l’arretratezza d’interi settori industriali che stavano operando una ristrutturazione selvaggia fatta di tagli, licenziamenti, mancanza d’innovazione tecnologica, svalutazione progressiva di settori fondamentali come scuola e sanità, la fine del conflitto sociale, manca soprattutto il riferimento a un calcio che si stava trasformando, velocemente, da fenomeno sociale a sistema di produzione di spettacolo e consumo. Un film, in un paesaggio intravisto, in un tipo di ripresa utilizzata e in un dialogo minimo deve comunque arrivare a mettere in contraddizione il mondo che attraversa la vita personale di ogni personaggio, reale o fantasma che sia.

Il vissuto individuale

Nel film sembra quasi che la storia personale sia caratterizzata da tre padri: quello vero, severo e tradizionale, Sacchi quello che porta idee nuove e che lo limita nelle sue qualità creative e Mazzone che diventa il padre buono che concede spazio al suo estro.
Siamo sempre lì: una grande porzione della produzione culturale degli ultimi decenni, il giornalismo che ci viene proposto in continuazione e il bombardamento mediatico di TV, Social e pubblicità a effetto rimanda sempre a un vissuto individuale: il rapporto contorto con i genitori, l’infanzia difficile, la psicoanalisi interminabile, la debolezza del carattere, il conflitto interiore. A furia di parlare di padri importanti, di bamboccioni, di uomini veri, di maestri di vita e di famiglie decisive, ci siamo dimenticati della società, del contesto, dell’insieme, della memoria collettiva, del racconto in cui siamo narrati, del dominio pervasivo di una parte della società rispetto al maggior parte degli esseri umani. Ma un film, qualsiasi tema o mito voglia affrontare, deve essere relazione, tecnica riflessiva, storia sociale, memoria collettiva.

Le due scuole del calcio

Nel film possiamo intravedere due modi di fare calcio: quello rigido, tattico, fatto da precise linee, schemi e movimenti come quello di Arrigo Sacchi e quello individuale, tecnica pura, fantasia, genio e sregolatezza di Roberto Baggio. Le cose naturalmente non sono così semplici; se è vero che spesso, nella storia del calcio, ci sono stati scontri tra una visione tattica rigida e prestabilita di alcuni allenatori e l’estro e la fantasia di un singolo fuoriclasse, è vero anche che le grandi squadre della storia del calcio mondiale, con schemi fondati su un gioco di squadra forte, dettagliato nei minimi particolari e con tattiche precise, sono sempre state forti e determinanti anche per l’apporto di giocatori incredibili (basti pensare all’Ajax di Michels e di Cruijff, al Milan di Sacchi, ma anche di Van Basten e molti altri campioni, al Barcellona di Guardiola dove giocavano insieme Messi, Iniesta e Xavi) o per un insieme di fattori societari, tecnici, settori giovanili, preparazioni atletiche e molto altro ancora.

Il rigore più lungo del mondo

Il film ha come punto di riferimento temporale e spaziale il rigore sbagliato da Baggio nella finale di Usa 1994: quel tiro calciato alle stelle sembra, nella narrazione del film, sembra rappresentare il segno del destino inequivocabile che lo perseguita, la promessa mancata a suo padre (vincere un Mondiale), la conferma di essere un campione a metà.
Ancora una volta la realtà nel calcio è un altra cosa. Quel rigore era già stato sbagliato da Baresi e da Massaro e il Brasile, dopo il rigore di Baggio, avrebbe beneficiato di un ulteriore tiro dal dischetto. La nazionale italiana era già uscita ai calci di rigore nella semifinale d’Italia 90 con l’Argentina e uscirà nel 1998, nei quarti di finale, ai mondiali di Francia, proprio nella lotteria dei calci di rigore, con i futuri campioni del Mondo.
Il rigore rappresenta solo uno delle mille angolature dove riconoscere e vivere il mondo del calcio, non certo il suo aspetto decisivo.
L’unico rigore che rimarrà nella storia del calcio è quello fantastico del racconto: “Il rigore più lungo del mondo” di Osvaldo Soriano… Ma quella è letteratura, quella vera.

Baggio è il calcio

Il calcio rappresenta molte cose; come disse Bill Shankly , ex calciatore scozzese e allenatore del Grande Liverpool dal 1959 al 1974, “Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Sono molto deluso da questo atteggiamento. Vi posso assicurare che è molto, molto più importante di quello“.
In questo senso il film manca di molte questioni importanti, sia come cinema sia come storia collettiva. Certo raccontare il Divin Codino non era certo facile.
Su Baggio è stato detto di tutto e il contrario di tutto, dal “pulcino bagnato” di Gianni Agnelli al “Vedere giocare Baggio ci si sente bambini” di Lucio Dalla e il fatto che non sia mai stato legato a lungo a una squadra spesso è sembrato segno di una sua mancanza di carattere o di coraggio.

Forse  invece Baggio non si può raccontare; si può solo vivere o vedere.

Qui, in questi 18 minuti, per esempio:

Print Friendly, PDF & Email

In questo sito usiamo cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire al sito di funzionare correttamente e per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Privacy policyCookie policy.