Visioni

“Lost in space”, una ‘robinsonata’ in TV

Con il termine robinsonaden si indicano le opere che si sono ispirate al Robinson Crusoe (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe, 1719) di Daniel Defoe, sicuramente uno dei testi più condizionanti della nostra civiltà letteraria. Alcune di queste effettuano degli scarti e dei cambiamenti rispetto al modello archetipale di Defoe. Interessante, in questo senso, è Il Robinson svizzero (1812) di Johann David Wiss che narra le peripezie di una famiglia svizzera naufragata nelle Indie orientali mentre si trovava in viaggio verso l’Australia. Una versione al femminile è poi Susanna e il Pacifico (1920) di Jean Giraudoux mentre una molto più ‘ortodossa’ è L’isola dei delfini blu (1960) di Scott O’Dell. Non mancano neppure “robinsonate” per bambini: Robinson Miagolé (1914) di Erminia Vescovi, che vede un gatto vestire i panni di Robinson Crusoe e L’isola di Abelardo (1976) di William Steig, in cui invece il protagonista è un topo (cfr. P. Zanotti, Il giardino segreto e l’isola misteriosa. I luoghi della letteratura giovanile, Le Monnier, Firenze, 2004, pp. 105-106).

Non potevano certo mancare le robinsonaden anche fra le serie TV: un classico esempio è Lost in Space (2018-2021) la cui terza stagione è uscita in Italia lo scorso dicembre distribuita da Netflix. Remake di una serie del 1965, Lost in space ha come protagonista una famiglia di coloni spaziali che, diretti verso Alfa Centauri (dove l’umanità cerca di ricostruirsi una nuova vita) in seguito a un imprevisto attacco alieno, ‘naufraga’ su un pianeta sconosciuto. Dapprima soli, i Robinson (che poco hanno in comune con l’omonima, buffa famiglia di colore protagonista della sitcom comica creata da Bill Cosby) ritroveranno altri gruppi familiari anch’essi dispersi. Fanno parte della famiglia il padre John Robinson, un navy seal dell’esercito statunitense, la madre Maureen, geniale ingegnere aerospaziale, i figli Will, Penny e Judy. La caratteristica principale dei membri della famiglia è di essere praticamente ‘perfetti’ nello svolgere qualsiasi compito e nel districarsi dalle difficoltà più assurde. Essi sono ben noti anche fra gli altri coloni per essere in grado di capovolgere la situazione a loro vantaggio, di creare dal niente la via d’uscita di fronte agli ostacoli più impensabili. Niente di diverso, in fin dei conti, dall’archetipo narrativo di Daniel Defoe e niente di diverso anche dal Robinson svizzero, in cui protagonista era non un individuo solitario ma proprio una famiglia. Anche Lost in Space esalta le inimitabili qualità di quella che si configura come una famiglia perfetta, perfetta quasi quanto quelle che vediamo nelle pubblicità televisive impegnate in colazioni e pranzi felici. Nei momenti iniziali della prima puntata, li vediamo infatti seduti al tavolo nella loro navicella intenti a giocare a carte, con una musichetta ritmata in sottofondo, felici e contenti come nel salotto di casa. L’ultima stagione si incentra invece sulle avventure del gruppo dei figli dei coloni nell’ennesimo pianeta sconosciuto, gruppo guidato, guarda caso, dai figli della famiglia Robinson: il perfetto idealista (alquanto antipatico) Will, la sarcastica (ma imperfetta e abbastanza simpatica) Penny e, soprattutto, la genietta Judy, già medico a neanche 19 anni.

Ma le “robinsonate”, secondo Marx, sono anche le azioni individualistiche che cercano di modificare la natura e lo spazio sociale senza tenere conto, appunto, che si tratta di uno spazio sociale. Robinson è l’archetipo del contemporaneo self made man che, in nome dell’individualismo, non tiene conto di niente e di nessuno. Il personaggio di Defoe vive e produce individualmente, non socialmente. La famiglia Robinson di Lost in space, nella sua assoluta perfezione, dovunque vada riesce a modificare lo spazio in funzione della propria sopravvivenza e della propria produzione. Ognuno utilizza le sue capacità: John, scafato militare che ha partecipato a numerosi azioni di guerra, si trasforma in una macchina invincibile; Maureen, ingegnere geniale, riesce a riparare e costruire qualsiasi cosa per tirare fuori dai guai la sua famiglia; Will, bambino alquanto presuntuoso, si connetterà addirittura con un robot alieno; Penny, con suo grande dispiacere priva di altre qualità, si rivelerà invece una brava scrittrice; Judy, infine, con la sua incredibile perizia medica e organizzativa, offre le sue cure non solo all’intera comunità familiare ma anche a tutti i coloni sopravvissuti. Ai personaggi si affianca un robot alieno tuttofare, versione domestico-spaziale dell’IA, originariamente cattivissimo ma ‘rabbonito’ da Will, novello San Francesco che invece di un lupo converte un robot al culto della famiglia.

Se il vampiro di Nosferatu, il principe della notte (1979), di Werner Herzog, intendeva portare il vampirismo in tutto il mondo, i Robinson sono pronti a portare in tutti i pianeti e in tutte le galassie il contagio dell’ideologia familistica americana, a metà fra self made man e patriottismo becero-pop: del tipo, viva la famiglia americana, meglio se perfetta, colta, benestante e (fondamentalmente) bianca (anche se Judy, adottata, è in realtà la figlia di un astronauta di colore – ma, sia chiaro, ormai divenuto un eroe dello spazio – giusto per il politically correct). Nonostante la discreta sceneggiatura, con diversi colpi di scena ben congegnati, Lost in Space sembra mostrare la diffusione in tutto l’universo di tanti cloni della famiglia perfetta della pubblicità del “Mulino Bianco” (per rifarci a un esempio nostrano). Roba da far venire i brividi; molto meglio il vampirismo.

gvs