Green pass: un feticcio magico-religioso?

Più passa il tempo e più si infittisce il sospetto che il cosiddetto “green pass” sia solamente una specie di amuleto, un feticcio dal valore magico-religioso. È indubbiamente assodato, ormai, che esso non abbia alcuna utilità nel limitare la diffusione del virus. Se ho ottenuto il “green pass” due o tre mesi fa potrei infatti tranquillamente essere positivo asintomatico e, per mezzo di esso, avere accesso libero dappertutto. Probabilmente, l’unico “green pass” con una efficacia effettiva è quello ottenuto tramite i tamponi che mi assicurano, perlomeno, che per 48 ore non sono positivo. Non si capisce poi come mai esso debba diventare obbligatorio per entrare in qualsiasi luogo di lavoro e non per accedere ai centri commerciali, ai supermercati o alle messe. L’unica risposta plausibile è che il governo abbia trovato il suo “oggetto magico”, come nelle fiabe, e che questo, per gran parte degli italiani, sia diventato un vero e proprio feticcio da adorare, come la mascherina indossata all’aperto. Esso è solamente il frutto di una gestione pandemica affidata alla magia e alla superstizione.

La parola “feticcio” viene dal latino facticium, termine nel quale è insita l’idea di artificio, contraffazione, finzione. È da questa parola latina che deriva il termine portoghese (che darà poi origine all’italiano “feticcio”) con il quale i primi missionari indicavano oggetti in pietra e in legno adorati da molte popolazioni dell’Africa occidentale. Come scrive Charles de Brosses nella sua opera Sul culto degli dei feticci (1760), il feticismo rappresenta la fase più primitiva della storia umana, da collocarsi ancora prima del politeismo. Marc Augé, nel suo studio Il dio oggetto (1998), approfondisce alcune tematiche di carattere antropologico e psicanalitico e, in relazione ad alcune aree culturali, come il Togo, mostra come il concetto di “feticcio” possa essere fondamentale per comprendere svariate dinamiche importanti come, ad esempio, l’angoscia nei confronti del non vivente o l’impossibilità di pensare l’inanimato, la materia bruta. Né si deve dimenticare che tale concetto era stato ricondotto a una dimensione atavica e arcaica dallo stesso Marx: il quarto paragrafo del primo capitolo del Capitale si intitola infatti Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano: qualunque oggetto, non appena viene esibito come merce, si trasforma in una cosa “sensibilmente sovrasensibile”.

Nelle mani del potere capitalistico qualsiasi cosa si trasforma in merce che possiede un valore “sovrasensibile”, apparentemente incomprensibile. La stessa cosa è successa al famigerato “lasciapassare verde”. Esso è l’estremo lembo a cui si appiglia la società disciplinare del Capitale: una sorta di amuleto per scongiurare il virus. Ce ne potremo liberare, quindi, solo con la forza della razionalità e della lucidità. E comunque, in quanto a feticci e oggetti magici, preferivamo di gran lunga “Quelo”, nato dalla fantasia di Corrado Guzzanti. Almeno ci faceva ridere di gusto mentre invece, adesso, non c’è proprio niente da ridere.

Guy van Stratten.

 

In copertina: Corrado Guzzanti in “Quelo”.

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