“Pinocchio” favola iniziatica ma pur sempre cinepanettone

Chi si aspetta di ritrovare in Pinocchio, l’ultima fatica di Matteo Garrone, l’atmosfera fiabesca e onirica de Il racconto dei racconti, il film che il regista aveva tratto nel 2015 da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, rimarrà sicuramente deluso. E rimarrà deluso anche chi si aspetta un’impronta stilistica personale di Garrone: lo stile dell’autore di Dogman, Reality, L’imbalsamatore si disperde in uno spersonalizzato universo fiabesco. Ma, ripetiamo, non si tratta di un universo fiabesco ben costruito ed architettato come quello de Il racconto dei racconti, che possedeva anche una indubbia forza visiva negli sfondi paesaggistici ed artistici. Il mondo favoloso di Collodi viene quasi banalizzato in una onnipresente campagna verdeggiante percorsa correndo dal protagonista. Probabilmente, Garrone avrebbe potuto conferire una maggiore impronta personale al film per mezzo di elementi più crudi e dolorosamente reali; è vero, si tratta di una fiaba ma il regista, da par suo, avrebbe potuto mescolare in modo più sapiente elementi fiabeschi e realistici. Inutile dire che anche il libro di Collodi è saturo di un’atmosfera onirica e inquietante, densa di particolare macabri, crudi e realistici. L’impiccagione di Pinocchio e le varie finte morti che si susseguono precipitano il lettore in un universo inquietante e orrorifico: non è un caso, infatti, che la fiaba nasca proprio in epoca romantica, lo stesso periodo in cui, grazie anche al Frankenstein di Mary Shelley, vede la luce e si sviluppa il moderno romanzo dell’orrore. Le avventure di Pinocchio non sono una banale favola per bambini ma rappresentano l’immersione in un mondo denso di orrore e di angoscia.
Una scelta non del tutto azzeccata, poi, è quella di fare interpretare Geppetto a Benigni il quale, fin dall’inizio, gigioneggia in modo eccessivo, facendo il buffone anche nei momenti in cui il Geppetto magistralmente interpretato da Nino Manfredi nello sceneggiato televisivo di Comencini offriva indimenticabili momenti di malinconia. Una malinconia e un dolore più autentici che sarebbe vano ricercare nel film di Garrone. La figura di Benigni, poi, rimanda al Pinocchio di cui egli stesso era stato interprete e regista, un film indubbiamente da dimenticare. Anche il Gatto e la Volpe interpretati da Papaleo e Ceccherini non sono sicuramente fra i personaggi più riusciti (forse sarebbe stato meglio scegliere attori non professionisti) e nemmeno il Grillo Parlante, eccessivamente caratterizzato come un bambino lamentoso. Fra questi personaggi, probabilmente quello rappresentato nel modo migliore è proprio il protagonista Pinocchio; è comunque difficile riportare sullo schermo un romanzo che si è trasformato in una vera e propria memoria culturale, che ha offerto a ogni lettore un imprinting più o meno personale di tutti i personaggi, i quali fanno ormai indubbiamente parte dell’immaginario collettivo.
Nel film ci sono anche dei momenti riusciti, come l’episodio del teatro dei burattini di Mangiafoco, interpretato da un quasi irriconoscibile Gigi Proietti, o quello della Fata Turchina. In particolare, i burattini di Mangiafoco sono delineati in modo suggestivo per mezzo di una iconografia che rimanda contemporaneamente alla Commedia dell’Arte e all’universo della fiaba: il loro aspetto è quello di tenui e delicate maschere rivestite di connotazioni artistiche e popolari. L’episodio del primo incontro con la Fata è invece caratterizzato da un’atmosfera favolosa che rimanda anche al romanzo gotico: la vecchia villa abbandonata e ‘infestata’, gli interni lugubri e decadenti, il cocchio guidato dal personaggio di Medoro (che sembra un’ambigua e animalesca maschera veneziana settecentesca) che percorre un malinconico bosco invernale, la Lumaca, che rimanda ai personaggi dal corpo fantastico de Il racconto dei racconti. Lo stesso personaggio della Fata, prima bambina e poi adulta, è uno dei più riusciti del film.
Probabilmente, a dispetto di svariati elementi di debolezza, il principale punto di forza del film è da ricercare nell’aspetto picaresco ed iniziatico che il regista conferisce alla vicenda (che abbraccia soltanto i principali momenti narrativi del romanzo di Collodi). Il personaggio di Pinocchio è un vero e proprio picaro moderno: un personaggio, cioè, che rimanda nella sua caratterizzazione ai protagonisti del romanzo picaresco, il quale fiorisce nel 1600 in Spagna. Esso è caratterizzato da personaggi spesso emarginati e vagabondi che si spostano in modo casuale da un’avventura all’altra. Lo stesso nucleo fondante delle avventure del romanzo di Collodi avviene sulla strada, a contatto con ambientazioni sordide ed equivoche come le taverne e le locande. Garrone è stato abile a riportare sullo schermo questo importante aspetto del romanzo, in un’atmosfera popolare e boccaccesca. Il regista sembra poi calcare il valore iniziatico del romanzo. Come già accennato, Pinocchio non è banalmente soltanto una favola per ragazzi: è un vero e proprio romanzo iniziatico in cui il protagonista deve affrontare una serie di peripezie che comprendono anche la discesa negli abissi della propria coscienza, nei lati più oscuri ed inquietanti di se stessi e della realtà. Infatti, lo stesso episodio del Pescecane può essere equiparabile quasi ad una discesa agli Inferi, un’avventura inquietante che dovevano affrontare anche gli eroi dell’epica antica. L’aspetto iniziatico più importante del romanzo è poi da ricercare indubbiamente nella trasformazione finale da burattino in bambino, come coronamento e premio delle innumerevoli peripezie. Ma è importante anche un’altra metamorfosi, quella in asino. E in questo caso viene recuperato un sostrato culturale che risale alle letterature classiche: sulla metamorfosi in asino e sulle vicissitudini per riacquistare la forma umana è basato il romanzo di Apuleio Le metamorfosi o L’asino d’oro (II sec. d. C.). Anche in questo caso si tratta di un romanzo iniziatico perché il protagonista Lucio potrà riacquistare la forma umana solo dopo aver mangiato delle rose sacre a Iside. Esiste poi una quasi contemporanea versione greca delle Metamorfosi apuleiane, il Lucio o l’asino attribuito a Luciano di Samosata (II sec. d.C.), in cui la vicenda è più o meno la stessa, però molto più semplice e senza l’aspetto iniziatico. Lo stesso personaggio di Lucignolo, che condurrà Pinocchio al paese dei Balocchi e alla metamorfosi in asino, è ricollegabile, nel nome, al Lucio protagonista di Apuleio e a quello di Luciano (in questo caso, lo stesso nome dell’autore suona in modo simile a quello del personaggio). L’aspetto iniziatico possiede in sé indubbi risvolti socio-culturali; la stessa fiaba, secondo l’analisi di Propp, riflette le inestricabili radici storiche e sociali, gli elementi culturali che continuano inevitabilmente a sussistere nella realtà. Con sguardo ‘proppiano’, allora, possiamo guardare al film di Garrone come a una sorta di travestimento fiabesco della realtà e dei suoi aspetti più dolorosi ed emarginanti. Il film sembra accentuare anche gli elementi oscuri e incomprensibili di una società basata sull’assurdità dell’ordine costituito e delle leggi: l’episodio del paese di Acchiappacitrulli in cui Pinocchio viene condannato alla prigione da un vecchio gorilla si trasforma in una sorta di tribunale kafkiano, in cui uno squinternato scimpanzé è un giudice che condanna gli innocenti e mette in libertà i colpevoli. A completare il quadro sono due imponenti e inquietanti figure di gendarmi che, quasi come due guardiani infernali, bloccano e catturano l’indifeso protagonista: immagine, forse, di una legge e di una giustizia che troppo spesso si tramutano in assurda e cieca violenza per opera dei suoi apparati di controllo.
Il burattino che passa da un’avventura all’altra, sempre debole e indifeso (se non fosse per la Fata Turchina), potrebbe poi ricordare il “canaro” protagonista di Dogman, interpretato dal bravissimo Marcello Fonte. Quasi come se si trattasse della rilettura fiabesca – in un universo in cui la realtà sordida e picaresca convive con esseri magici e soprannaturali – delle cupe vicende di una piccola malavita della più disastrata periferia romana viste, comunque, con sguardo addolcito e poetico.
In ogni caso, una differenza fondamentale separa Dogman da Pinocchio: il primo è un film dalla limpida impronta personale, ben definito all’interno del percorso stilistico del regista, mentre il secondo continua a sembrare troppo un cinepanettone ben confezionato per l’uscita nel periodo natalizio, secondo una logica che ne impone il consumo soprattutto da parte delle famiglie. È difficile, perciò, pensare che quella strada maestra sordida e picaresca, percorsa dal “canaro” di Dogman, prosegua fino al mondo fiabesco, ricostruito fra Toscana e Puglia, di Pinocchio. Forse perché quel mondo fiabesco ci appare troppo banale o forse perché si tratta di un film poco personale, oggettivizzato in una rappresentazione distaccata dell’universo narrativo del romanzo, inglobato dal fagocitante meccanismo commerciale capitalistico che trasforma qualsiasi espressione artistica in oggetti di consumo ben confezionati per un pubblico determinato, predisposti per l’uscita in periodi stabiliti come tante consumistiche bombe a orologeria.

Guy van Stratten

 

Riferimenti bibliografici:

Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Einaudi, Torino, 1982.

Carlo Alberto Madrignani, Fiaba magica o parabola esoterica, in AA. VV. C’era una volta un pezzo di legno. La simbologia di Pinocchio, Atti del convegno organizzato dalla Fondazione nazionale Carlo Collodi di Pescia, 1980, Milano, Emme Edizioni, 1981, pp. 139–41.

Vladimir Jakovlevič Propp, Le radici storiche dei racconti di fate, trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1972.

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