Rojava: dalla conquista dell’autonomia all’aggressione turca

Da quando i curdi siriani, nel 2012, avevano cacciato le truppe governative di Assad e proclamato la loro autonomia nei territori del Kurdistan siriano nel nord della Siria (Rojava) misero in pratica l’originale programma del Confederalismo democratico, un modello organizzativo incentrato sull’inclusione di tutte le minoranze etniche e religiose nella gestione politica, sull’emancipazione femminile, sul decentramento del potere e sull’implementazione di una agenda socialista ed ecologista (carta 1).
I curdi del Rojava, hanno goduto per alcuni anni anche dell’appoggio degli USA che li avevano scelti come interlocutori per fronteggiare sul campo l’espansione dell’Isis e il terrorismo jihadista tramite delle forze di autodifesa curde Ypg (Unità di protezione del popolo) e Ypj (Unità di protezione delle donne). A partire dal 2014 gli USA stanziarono, infatti, le loro truppe sul confine turco-siriano impedendo l’invasione da parte della Turchia, acerrima nemica dell’autonomia curda nella Siria settentrionale, laica, femminista e antitotalitaria.

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Carta 1: i 3 cantoni del Rojava nel febbraio del 2014. Da ovest: Efrin, Kobane e Jazira (Cizirè).

 

L’eroica resistenza curda di Kobane (13 settembre 2014 – 15 marzo 2015), che dette inizio alla controffensiva (carta 2), sfociò nella liberazione della capitale siriana dell’Isis, Raqqa, nell’ottobre del 2017 da parte delle Forze Democratiche Siriane (Sdf), alleanza di milizie curdo-arabe appoggiate dagli Stati Uniti. Tuttavia, successivamente questi ultimi si dimostrarono via via sempre più accondiscendenti verso il recalcitrante alleato turco rispetto ad un suo improvviso attacco contro la Siria del Nord.
Dall’altra anche la Russia, dopo l’intervento militare diretto in Siria a sostegno dell’Alleato Assad (settembre 2015 – marzo 2016) e aver subito l’abbattimento di un suo caccia da parte turca (novembre 2015), ha dovuto, in parte assecondare le richieste di Erdoğan in virtù dell’equilibrio raggiunto tra le due potenze negli accordi di Astana a fine 2016, finalizzati a trovare una soluzione condivisa nella Guerra in Siria. Iniziativa messa in campo da Erdoğan dopo il fallito golpe in Turchia del luglio dello stesso anno, a seguito del quale dal leader turco ha inaugurato una politica estera più aggressiva e autonoma rispetto agli Stati Uniti e alla Nato, come ritorsione per la mancata tempestiva solidarietà nel tentativo di colpo di stato. Insomma: i curdi cominciarono ad essere scaricati dai vari alleati, per poi essere lasciati in pasto alle mire espansionistiche del “Sultano” Erdoğan, così definito per la sua nuova politica “neottomana”, repressiva all’interno e aggressiva all’esterno.

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Carta 2: la situazione sul campo nella Guerra in Siria nel giugno 2015, massima espansione dell’Isis

Nel Gennaio 2018 la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan si accordano affinché le truppe dell’esercito russo si ritirino dal cantone di Afrin, una delle città più importanti per la rivoluzione del Rojava. Il 20 Gennaio 2018 il Ministro della Difesa turco dichiara l’inizio dell’operazione finalizzata a eradicare l’autonomia curda del cantone di Afrin.
Inizialmente, per circa un mese, l’esercito turco avanza a stento e le forze curde di autodifesa riescono a riconquistare addirittura alcuni villaggi. Dalla seconda metà di febbraio 2018, invece, la superiorità tecnica e militare dell’Esercito turco comincia a farsi sentire. Le forze partigiane continuano inesorabilmente a cedere terreno sotto i bombardamenti aerei e l’avanzata delle truppe meccanizzate.
La città di Afrin cade il 18 Marzo e per evitare un massacro di civili e combattenti, i comandanti della Sdf (coalizione di forze plurietniche a guida curda) decidono di evacuare in tutta fretta la città. I jihadisti e i militari di Erdoğan dilagano per le strade di Afrin.
Il mondo occidentale che ha armato e sostenuto la Turchia, e questa a sua volta le sue milizie jihadiste, volta lo sguardo dall’altra parte, per non intaccare gli interessi economico-militari tra le potenze: le forze rivoluzionarie che avevano sbaragliato lo Stato islamico vengono abbandonate ad un massacro.
Così come accaddé nel 2018, il 9 Ottobre 2019 le truppe turche invasero il Rojava. Questo perché l’allora Presidente USA Donald Trump annunciò l’intenzione di ritirare le proprie truppe dal nord-est della Siria per spostarle più a est, a presidio di giacimenti petroliferi e di gas naturale. Questa dichiarazione che lasciò sbigottiti ed indignati gli alleati in Rojava, permise alla Turchia di Erdogan, di attaccare liberamente gli odiati nemici curdi.
Anche stavolta il pretesto usato da Erdogan per giustificare l’azione militare è la comunanza ideologica che lega il partito curdo siriano Pyd (Partito dell’unione democratica) con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (Pkk), considerato un’associazione terroristica da Ankara, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.
La comunità internazionale, compresa l’Italia, condannò immediatamente l’invasione turca. Il Ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio preannunciò provvedimenti contro la Turchia, tra cui un decreto ministeriale riguardo “la sospensione degli export di armamenti verso Ankara per tutto quello che riguarda il futuro dei prossimi contratti e dei prossimi impegni” che, però, non verrà mai emanato. Va ricordato infatti che il nostro paese è da anni uno dei principali fornitori di armi in Medio Oriente e che solo nel 2018 l’Italia ha inviato ad Ankara 362 milioni di euro di autorizzazioni di materiali d’armamento, comprendenti bombe, munizioni, siluri, razzi, aeromobili, software, tecnologie, corazzature, apparecchiature per la direzione del tiro. Questi armamenti vengono poi riutilizzati da Erdogan per bombardare il popolo curdo e sostenere i propri progetti espansionistici.
In generale tutta l’Unione Europea, nonostante conosca i loschi legami di Erdogan con Isis, Fronte Al Nusra e altre forze jihadiste, è costretta a rimanere in silenzio poiché sotto ricatto della Turchia, al quale Bruxelles sta versando a rate 6 miliardi di euro per trattenere quattro milioni di rifugiati che inevitabilmente la guerra in Siria ha causato. Non va scordato inoltre che la Turchia fa parte dell’alleanza militare Nord Atlantica (Onu), al pari di Stati Uniti, Italia, Francia, Germania e altri paese europei, col ruolo fondamentale di bastione sud-orientale dell’organizzazione, sul cui territorio sono presenti ben 15 basi militari occidentali (carta 3).
Isolato politicamente e con una forza militare nettamente inferiore alla Turchia, il Rojava è stato costretto a scendere a patti con l’altro storico nemico: l’esercito nazionale siriano di Bashar Al Assad che, pur non riconoscendo l’autodeterminazione del Kurdistan siriano, non poteva tollerare l’invasione di uno stato straniero nei propri territori. Il presidente siriano ha così inviato nelle città di Manbij e Kobane il proprio esercito a sostegno delle truppe curde.

 

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Carta 3: le 15 basi militari Usa e Nato presenti in Turchia

I combattimenti sono proseguiti fino al 23 ottobre quando Putin, altro attore determinante nello scacchiere mediorientale, ha raggiunto a Sochi, in Russia, un’intesa con Erdogan per un cessate il fuoco permanente a patto che i combattenti curdi dello Ypg abbandonassero i territori al confine turco per una striscia di territorio di 30 km, eccezion fatta per la città di Qamishli lasciandoli alla gestione delle truppe russe, siriane e turche.
Il bilancio finale parla di oltre 300.000 civili costretti a lasciare le proprie case, senza distinzioni tra curdi, arabi o cristiani, 352 morti e più di 1500 feriti, la maggior parte donne e bambini. Per Erdogan si tratta, dopo l’invasione del cantone di Afrin, di un altro successo politico e militare che gli garantisce una “zona cuscinetto” in territorio siriano su cui ha dichiarato di voler collocare i profughi siriani presenti in Turchia, per quello che si preannuncia un vero e proprio cambiamento demografico imposto dall’alto, una sorta di pulizia etnica ai danni dei curdi del Rojava (carta 4).
Grande assente in queste trattative è stata, oltre agli Stati Uniti di Trump, ancora una volta l’Unione Europea, a riprova del ruolo geopolitico declinante, anche in Medio Oriente, area dalla fondamentale valenza geostrategica e dalla insostituibile importanza geoeconomica per la presenza di circa un terzo delle riserve mondiali di greggio.

 

Barsotti Emiliano

Attività svolta nell’ambito del corso di “Geopolitica e analisi dei conflitti internazionali” dell’ITE Pacinotti Pisa realizzata a seguito di due incontri effettuati con il rappresentante dell’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia (Uiki), dr Ylmaz Orkan

 

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Carta 4: la situazione sul campo nella Guerra di Siria nel gennaio 2020

 

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