Comunicazione e culture

L’ossessione dell’egemonia culturale della destra italiana

Le ossessioni sono un grave sintomo di instabilità, portano allo smarrimento e spesso all’autodistruzione. Da quando la destra italiana è al governo del Paese si manifesta sempre di più in un logorante piagnisteo che non trova, in una dialettica seria e strutturata, cause e soluzioni al (suo) problema. Ed è proprio in questa mancanza/assenza, come anche altri analisti fanno notare, che la malattia si riacutizza.

Da quando Alessandro Giuli è stato nominato ministro, seguito come un’eco dal nuovo maître à penser della destra nostrana, Francesco Giubilei, la questione gramsciana dell’egemonia nei settori della cultura ha subito mistificazioni assurde, spesso in tentativi dimostratisi fallaci. Non è un arcano che vi è stato fin da subito il tentativo «di un infiltrante impossessamento di alcuni valori culturali, tradizionalmente legati alla sfera di influenza politica della sinistra storica italiana». Per il momento, ma probabilmente anche per il futuro più lontano, il tentativo di ripristino strumentale del pensiero di Gramsci verso le nuove esigenze di un potere per ideologia agli antipodi dai valori del filosofo sardo è da considerarsi ampiamente improduttivo, improbabile e degno di un fallimento senza se e senza ma. Il restyling funzionale e strategico è ridicolo anche perché, nel suo significato più profondo, l’idea di egemonia culturale come struttura, azione politica sistemica e metodo pedagogico non si è mai realizzata a pieno e non si è neanche avvicinata, in effetti, a quanto aveva immaginato Gramsci. Quanto le eteree e labirintiche asserzioni del ministro Giuli abbiano potuto incidere nel tentativo sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto se si ricorda la pubblicazione del 2024, edita da Rizzoli, del libro Gramsci è vivo (e precedentemente anche, per Historica, di Antonio Gramsci – L’egemonia culturale, a cura di Francesco Giubilei). La subalternità e il complesso di inferiorità sono così macroscopici che fanno sorridere, ma c’è di più.

Se è vero che l’Italia come altri Paesi dell’Occidente europeo, su tutti la Francia, ha sviluppato una visione strutturata di società che risponde fortemente a valori riconducibili al «pensiero di sinistra», è anche verosimile che l’ignoranza ha regnato sovrana fra i destrosi quando non ci si è accorti che, al contrario, esistevano intellettuali e artisti in ogni campo «non di sinistra», o dichiaratamente di destra, che hanno rappresentato pietre miliari nei loro «territori» artistici e letterari di appartenenza. Nel dubbio legittimo e condiviso che molti avanzano sulla validità dell’idea di una egemonia culturale propedeutica alla crescita e alla prevalenza del partito su tutto e tutti, in una funzione quasi metafisica, possiamo però rendere onore a tutta la «mastodontica elaborazione filosofica, politica, sociale ed economica della sinistra storica italiana», che è durata un lasso di tempo abbastanza prolungato. Un secondo punto cruciale è che Gramsci fu il fautore incontrastato di una nuova teoria generale del marxismo, interpretandolo con creatività e incisività, senza abiurare a molti dei suoi aspetti fondanti e dotandolo di strumenti culturali strutturati attraverso un’opera di contaminazione proficua, nell’aspirazione a costruire una società migliore. In questa cornice il concetto di egemonia culturale è più che accettabile, anche se le condizioni storiche attuali dimostrano che è ormai una vana prospettiva.

Tornando alla questione/ossessione della destra al potere, il punto di crisi è rappresentato dalla inconsistenza di personaggi che non hanno spessore culturale e critico e che non sanno dare una visione omogenea o credibile ai propri valori. È ancora questa la differenza macroscopica fra destra e sinistra, perché da un punto di vista teorico, senza immaginazione, senza visione utopica, senza progetto pedagogico all’interno di una società, senza riflessioni sui diritti umani e di genere, senza l’idea di forme collettive e di condivisione del progetto di una identità che non sia mai prevaricazione ed esclusione, non si va da nessuna parte. Sulla questione della lingua, ad esempio, il vate della destra sociale italiana Fabio Rampelli ebbe modo di mettersi in mostra con balzane misure coercitive in termini di multe pecuniarie per chi utilizzasse parole straniere, in particolare l’inglese. Misure delle quali non solo non si è più sentito parlare, ma che hanno suscitato comprensibili ilarità in tutti gli ambienti del Paese. Su questo terreno, invece, si sarebbe potuto giocare un ruolo importante, con la predisposizione di commissioni di studio (come in Francia) e forse di “indirizzo”, tenendo conto della mutabilità, varietà e ricchezza della lingua italiana perennemente in evoluzione. Gli interventi del governo di destra in Italia su aspetti fondanti la comunità che hanno riguardato l’arte, la gestione dei beni culturali, il sentimento di appartenenza a modelli umanistici fondamentali sono stati approcciati con retorica, superficialità e ricerca di consensi elettorali. Tanto le diffuse proposte del ministro dell’Istruzione che apporta modifiche tangibili solo in tema di appesantimento burocratico per insegnanti e allievi.

Non si è capito forse che l’idea universalistico-illuminista tipica dell’Occidente ha bisogno di nuovi valori, di rinnovare aspetti teorici che abbiano la capacità di renderne più attuale la funzione e di non farli percepire, come già avvenuto, in un’ottica addirittura colonialista. È un terreno scivoloso perché in molti ritengono che questi valori siano morenti o addirittura in necrosi. Sarebbe però necessario definire se questo malato grave abbia possibilità di salvezza oppure debba essere lasciato alla sua sorte, in pieno delirio apocalittico. Ha sostenuto Habermas nel suo magnifico Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa: «non dovrei sottacere l’occupazione favorita degli intellettuali: essi indulgono sin troppo nel comune lamento di rito sul tramonto dell’intellettuale. Confesso di non andarne del tutto esente neppure io» (J. Habermas, Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa, Laterza, Roma 2011, p. 8). Che non esista in Italia e in gran parte del mondo, non solo occidentale, la percezione della funzione civile dell’intellettuale mi pare una situazione chiara. Sulle cause del disastro molto si è detto, ma per dovere di cronaca bisognerà ricercare le cause ben prima della fatidica discesa in campo di Silvio Berlusconi con la sua telecrazia e il populismo tipico di stampo sudamericano. Neppure ritengo completamente giusta la critica agli anni ’70, con la forte carica antagonista che ebbe a sviluppare, come responsabile assoluto del declino postumo. In realtà bisognerebbe meglio dire che per alcuni aspetti che originavano da ideologie estremiste si è provocato un effetto spesso opposto a quelli desiderati in termini di innovazione e sperimentalismo in ogni settore della società attraverso le arti. Molto si è detto dei gruppi e dei movimenti, ad esempio, che ostracizzavano scrittori non allineati e di quelle avanguardie che assolutizzavano la critica, promuovendo tribunali dell’inquisizione nei confronti di altri intellettuali, come l’esempio tipico di Edoardo Sanguineti contro Giorgio Bassani e Carlo Cassola. Molte idee e tante soluzioni hanno creato tuttavia la conquista di valori e condizioni di vita migliori e permettendo un progresso senza precedenti in termini di diritti umani e della persona, materialmente con leggi che hanno decretato la scuola pubblica, la sanità aperta a tutti, la giustizia praticabile dalla totalità delle persone. E allora piuttosto che profetizzare la fine di tutto questo, qualche intellettuale (soprattutto della sinistra) dovrebbe invece lottare e creare condizioni dialettiche, di studio, di competenza tali da condurre a un miglioramento delle esistenze degli individui, seriamente messe in discussione da teocrazie, autocrazie e autoritarismi in varia forma.

Molto probabilmente dalla caduta del Muro di Berlino il riposizionamento teorico non ha avuto un percorso coerente e disciplinato, né a sinistra né tantomeno a destra, e per quest’ultima in Italia una direzione è completamente inesistente. Proprio durante il fascismo invece gli indirizzi di ordine artistico, letterario, intellettuale ebbero nella prima fase una spinta propulsiva molto accelerata, in campo orientalistico ad esempio l’Italia vantava esponenti di spicco e università come l’Orientale di Napoli, di assoluta importanza mondiale. La destra italiana attuale ignora profondamente aspetti dai quali potrebbe almeno avanzare qualche spunto, nella considerazione che è invece più propensa a sviluppare pratiche distorte di giustificazione da un punto di vista politico e storico di un movimento (quello fascista) e di un governo (espressione della violenza di Mussolini) del Paese, criminale e antisemita, riconosciuto e documentato nella storia del pianeta.

Chi e che «cosa» possa essere un intellettuale oggi è domanda drammaticamente impegnativa, sia per il numero esiguo di pensatori e «agitatori» sia perché il ruolo è effettivamente da decifrare in un momento di transizione e disordine. Non necessariamente gli intellettuali devono essere degli agitatori, ma come ci insegna Gesualdo Bufalino non è neppure necessario che alcune cose si dicano direttamente: la forza dirompente della letteratura e della poesia è già di per sé un impegno civile. Uno dei punti fermi dell’azione intellettuale interpretata come analisi della realtà, nel tentativo di decifrarla e modificarla, risiede nel valore dell’universalismo e dell’umanesimo. Questi ultimi «afflati» sono portatori indiscussi di una idea della persona che travalica quello dello Stato, del potere, infine della coercizione. Questi sono alcuni degli «elementi» che impediscono alla cosiddetta destra sociale italiana di progredire e di porsi come alternativa valoriale a tutto quello che sta al di fuori della loro visione provinciale, minimalista, nazionalista, per certi versi razzista. Infatti in loro non si intravede neppure uno spiraglio di incontro con chi è diverso o culturalmente eterogeneo ai semplici valori dell’appartenenza al branco. Nessuno è disponibile a cancellare la cosiddetta tradizione e ogni traccia del passato per sostituirli con nulla se non con tentativi spesso informi, senza una solida struttura teorica, senza una visione o una credibilità esistenziale degna di porsi come ipotesi di nuovo. Non riuscì neppure alla sinistra degli anni della contestazione, ma ci furono risultati in termini di diritti conquistati davvero fondamentali. Neppure ci si può riferire alla tradizione in modo assoluto come vorrebbe la destra senza cercare una nuova strada da percorrere nel tentativo di essere nel presente, raccontarlo e sublimarlo con ciò che gli uomini e le donne sanno fare: attivare la fantasia e la creatività. Ma questi termini non appartengono al vocabolario della destra sociale italiana. Quando Giovanni Gentile scrisse il Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925 si ispirò e volle mettere in risalto, da subito, la «costanza della civiltà, nel flusso e nella perennità delle tradizioni». La risposta antifascista fu espressa da un altro immenso pensatore, sicuramente non portatore di valori di sinistra (Benedetto Croce), antifascista: oggi il suo messaggio assume un valore peculiare sempre con un richiamo alla tradizione, ma con l’idea che «contaminare politica e letteratura, politica e scienza è un errore». Probabilmente la destra italiana dovrebbe far proprie le parole di Croce e non rimanere ottusamente quella becera dei busti di Mussolini in casa, delle battute omofobe alle gambe poco rasate dell’attivista Carola Rackete, dei treni usati come taxi, dell’amichettismo del ministro Giuli nelle nomine alla guida di importanti istituzioni culturali del Paese, della difesa della famiglia e della fede religiosa in cui con evidenza solare neppure loro credono più. La destra dovrebbe impegnarsi forse in una dialettica autocritica, strappare con il passato ingombrante e magari percorrere sentieri più armonici in termini di proposta culturale e valoriale come è capitato in altri ambienti liberali e conservatori del mondo. Il punto risiede proprio in questo, cioè nella incapacità di discutere, di dire che non si è d’accordo con il potere, che si possono trovare nuove strade. L’incapacità proviene da una idea autoritaria del pensiero, della fede, del potere: una visione che trovo violenta. L’esempio lampante e abusato, sulla «riva sinistra», è nell’opera di Pasolini che sopravvive, fra contraddizioni e soluzioni geniali, ancora oggi come critica a chi detiene il potere: lo era allora contro i democristiani e le logge massoniche, lo era contro il Pci intriso di autorità stalinista. Né la destra né tantomeno la sinistra hanno bisogno di oppositori mainstream, intellettuali da talk show, scribacchini al soldo del padrone.

Dunque, tornando alla questione dell’egemonia culturale, la destra nostrana può vivere solo di ossessione finché non comprende che nella dialettica la crisalide diventa farfalla. Nel futuro vivranno sempre in una situazione di marginalità, in ogni campo artistico, perché le loro scelte, quelle valoriali, non hanno nulla che provenga dalla critica, dall’asimmetria, dalla corrosione del potere gerarchico che non tollera e non ammette. La critica è il sale dell’intellettuale, quella che però vanta soluzioni, proposte, variabilità. Lo ha dimostrato, tra gli altri, Theodor W. Adorno con il suo profondo «antilluminismo», la vera critica alla civiltà borghese come idea di prevalenza in termini di supremazia sociale e culturale. Oppure Elémire Zolla, nel suo profetico Eclissi dell’intellettuale, del 1959.

Antonio Gramsci parlava di servizi pubblici intellettuali: sono i cinema, i teatri, le biblioteche, spazi collettivi di diffusione culturale per la crescita di più persone. Questa idea è oggi rivoluzionaria, perché la direzione impressa ai suddetti servizi va esattamente in direzione opposta, appannaggio di élite, lobby e soprattutto costi altissimi e insostenibili per la maggior parte delle persone. Ma di quale egemonia culturale si parla se non di quella degli amici degli amici e dei compari nelle feste di baraccone?

Per Codice Rosso, Francisco Soriano