Covid-19: Semaforo Verde?

Nei mesi trascorsi durante il lockdown abbiamo patito molto lo stare in casa e tutte le restrizioni di libertà con le procedure di profilassi che dovevamo tassativamente seguire per contenere ed evitare il contagio. Nella mia città, Livorno, il virus rispetto ad altre zone è stato più “indulgente”, ha ucciso sessantatré persone e ne ha costrette in casa, in quarantena domiciliare, poco più di cinquecentoventidue. Sicuramente i comportamenti poco rispettosi delle regole di profilassi si sono aggiunti ai madornali errori, all’incapacità e all’ impreparazione dei nostri politici che hanno sottostimato all’inizio l’epidemia. A tale quadro si sono aggiunte la carenza di mezzi e strutture sanitarie già ridotte all’osso da anni di tagli indiscriminati per cercare di contenere inutilmente il deficit. Le zone del lombardo veneto sono state quelle che hanno pagato il prezzo più alto di tali scelte e alla fine la conta dei morti a livello nazionale ha superato le 35000 unità.
Alla fine dopo diversi mesi di quarantena, si è acceso il semaforo verde ma in poche settimane tutto è ritornato come se niente fosse accaduto. L’insicurezza, il senso di precarietà, l’angoscia, la paura della morte, la rabbia e l’aggressività da isolamento sociale, hanno lasciato il posto all’oblio del ricordo, alla negazione del contagio, ai comportamenti reattivi, disinvolti e opposti a quelli prescritti dalle indicazioni del Comitato tecnico scientifico. L’irrazionalità di tali condotte ha contribuito insieme all’apertura irragionevole delle discoteche, ai viaggi in paesi a rischio senza controlli al ritorno nel paese, al rifiuto di indossare la mascherina, al riaccendersi in poche settimane dei contagi. Il semaforo verde ha diffuso tra la gente la convinzione che il virus fosse praticamente scomparso o depotenziato. Quest’ultima idea ha trovato anche una certa sponda in ambito medico con forte risonanza mediatica. Tutte circostanze che hanno spinto le persone a lasciare da parte precauzioni e protocolli di sicurezza per riassaporare il divertimento, la mobilità senza perimetri di contenimento, il piacere di ritrovarsi insieme, tutti bisogni legittimi di una vita normale, ma che normale ormai non è più.
Senz’altro anche la paura di una crisi economica fuori controllo con scenari di miseria alle porte ha contribuito non poco al semaforo verde. L’adorazione feticistica delle merci, motore della società civile dei consumi, doveva essere riavviato a qualsiasi costo per ridare spunto ai consumi, al turismo e riportare la serenità nella società dopo la vita da eremiti condotta per diversi mesi. Evidentemente non c’è comitato tecnico scientifico che tenga di fronte alla paura del crollo economico e alle forti pressioni esercitate dai settori economico-finanziari sul governo. La nostra anemica economia non poteva reggere ulteriormente il peso del blocco.
Quindi alla fine il governo ha dato semaforo verde agli interessi della proprietà privata già molto in sofferenza e al limite del collasso. Ma chi doveva pilotare e controllare il ritorno alla normalità con cautela e a piccoli passi ha fatto invece come le tre scimmiette per non frenare il lento recupero economico nonostante la crescita dei contagi salisse di giorno in giorno. Così tutti sono ritornati a fare quello che facevano prima felici e sfruttati, liberi di indebitarsi e inebriarsi di merci, senza casa e lavoro e tutele sociali ognuno nel suo guscio individuale e subalterno al capitale e alle sue necessità. Ma in questo secondo atto della tragedia sono ricomparse le disfunzioni croniche del nostro paese quali: la mancanza di organici nei servizi, la scarsità di mezzi, una logistica precaria, una ipertrofica burocrazia, le scarse risorse territoriali e strutturali.
Tutti aspetti necessari per poter assicurare un minimo di efficienza e di efficacia contro il contagio, come ad esempio un adeguato e tempestivo sistema di tracciamento delle persone contagiate e di tamponi. Anche l’assistenza domiciliare per chi deve stare in quarantena risulta quanto meno problematica sul territorio. L’utilizzo di una APP (Circolare n. 18584 del 29 maggio 2020) non può certamente coprire il bisogno di medici e infermieri e di strutture di sanità pubblica che sono ad oggi sottodimensionate per tali compiti. La mancanza di uomini e mezzi sanitari non è purtroppo l’unico tallone d’Achille. In questi mesi siamo stati sommersi da un diluvio di norme, chiacchiere e promesse da parte di un governo che non solo non è riuscito nei mesi di chiusura a sfruttare il lungo periodo di blocco per sanare debolezze strutturali della scuola e dalla sanità, ma non è riuscito neppure ad assicurare assistenza economica ai molti lavoratori messi a casa senza lavoro.
Il governo invece di affrontare l’epidemia come una situazione che richiede tempo per essere risolta, calibrando politiche a lungo respiro, ha prodotto soltanto soluzioni tampone di breve durata navigando a vista e aggiustando la rotta di volta in volta senza un preciso e chiaro piano di volo. Questa sensazione ha trovato riscontro nell’osservazione, di ampia risonanza mediatica che “il paese dovrà d’ora in avanti imparare a convivere ancora a lungo con il virus”. Ovvia osservazione che di per sé non vale nulla se non si apportano cambiamenti strutturali al paese. A tale riguardo paradossale ed equivoca è la vicenda sulla scuola. Qui la burocrazia ministeriale ha svolto un ruolo di primo piano per incapacità e ignoranza verso il mondo della scuola. Le indicazioni operative per la gestione di casi e focolai da covid-19 nelle scuole e nei servizi educativi dell’infanzia sono, come di prassi ministeriale, pervenute allo scadere del novantesimo minuto e sono a dir poco molto discutibili a cominciare dalla creazione del “referente scolastico del covid-19”.
Questa figura che ogni scuola deve avere individuandolo tra il personale scolastico in dotazione farà, dopo un opportuno corso di formazione (ancora oggi non si sa quando, come e dove si farà), da “cinghia di trasmissione” con famiglie, medici e servizi di sanità pubblica delle rispettive ASL. Il servizio di sanità pubblica però non è attualmente nella giusta condizione di poter far fronte alle richieste e al monitoraggio di oltre quarantamila punti di erogazione del servizio scolastico e di quasi otto milioni di alunni.
Durante questi mesi di chiacchiere e riti mediatici sul covid-19 a nessuno è venuto in mente di reintrodurre quello che una volta si chiamava “medico scolastico”. Oltre a ciò il referente covid-19 dovrà rendicontare giornalmente e pedissequamente le assenze degli alunni di ogni singola classe, segnalando quelle superiori al 40%. Il responsabile sarà pure incaricato di raccogliere i segnali di eventuali studenti che mostrano sintomi di un probabile contagio e provvedere all’isolamento dell’alunno allertando le strutture di competenza e la famiglia. Rimangono però da precisare meglio alcune questioni quali: come, quando, e in che modo dichiarare l’allarme per contagio in una scuola o plesso? Per singola classe, gruppo o per l’intera comunità scolastica? Quale è la procedura da seguire per il cessato allarme? Quali sono le modalità e le procedure da seguire per il rientro in classe dopo il contagio? Non sarebbe stato più opportuno, per tutelare penalmente e civilmente gli operatori scolastici e dirigenti scolastici, emanare al posto delle linee d’indirizzo come “supporto operativo” costruito su scenari ipotetici, vista la mancanza di modelli previsionali solidi”, un regolamento con tanto di decreto attuativo per tutte scuole sul territorio nazionale, con relative risorse da dislocare per la sua applicazione (si veda il medico competente un professionista esterno che la scuola si deve pagare)? Inoltre in caso di rientro in servizio o a scuola sia da parte del personale che degli studenti occorre una specifica attestazione da parte medica o della ASL oppure una semplice autocertificazione?
Come si vede il governo tramite l’azione del ministero della pubblica Istruzione e della sanità invece di dotare le scuole di apposite figure sfrutterà un docente caricandolo di competente e responsabilità mediche e amministrative non previste per il suo ruolo. Il Servizio di Medicina Scolastica della Asl dovrebbe essere parte di una struttura complessa di igiene e sanità pubblica. Il dipartimento di prevenzione dovrebbe in questi tempi giocare da cabina di regia ed essere composto da un pool di medici ed infermieri specializzati e sufficienti a coprire il fabbisogno per comuni e provincie, in modo tale da poter operare capillarmente con efficacia su tutto il territorio e sulle numerose scuole.
Anche l’educazione sanitaria nelle scuole dovrebbe far capo a questa struttura, in special modo per quanto attiene alla profilassi delle malattie infettive. Le malattie infettive in questi anni sono cadute in oblio per altre tipologie di indirizzo sanitario come l’intensità di cura o la medicina predittiva. Ciò si è riflesso anche sulle strutture architettoniche degli ospedali privilegiando il meno costoso monoblocco centralizzato rispetto ai più sicuri padiglioni, con tutte le problematiche relativa al contenimento del contagio in caso di epidemie.
Tornando alla farsa della scuola che dire poi degli spazi, delle aule, dell’arredo scolastico necessario ad attrezzare adeguatamente le scuole e dei trasporti non calibrati per rientri scaglionati e forse anche pomeridiani. Siamo ancora in alto mare. Si continua a gettare soldi al vento in modo molto creativo ad esempio: mancano gli spazi scolastici e le aule sono poche e troppo piccole per il numero degli alunni? Affittiamo cinema, teatri palestre, negozi! Tutto quanto fa brodo pur di far partire l’anno scolastico. È ovvio che tale modus operandi è tipicamente emergenziale, come di emergenza e tutta l’azione politica non solo scolastica ma del paese. Il respiro corto e la miopia politica è evidente. Nessuno controlla la legittimità la coerenza di tali scelte.
Si continua a dirottare soldi pubblici verso settori privati senza neppure fare un accertamento sul giusto prezzo e della qualità degli arredi scolastici e degli affitti se equi o da rapina. Intanto il pubblico patrimonio rimane inutilizzato a marcire o preda di alienazioni per edilizia abitativa ad uso residenziale privato, in modo da poter rinforzare gli scarni bilanci comunali.

{D@ttero}

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