Fra potere, spettacolo e devastazione sociale. Intervista a Giuseppe Genna

A partire dal suo ultimo libro, uscito lo scorso luglio per Rizzoli, Reality. Cosa è successo, una tragica e partecipata ‘cronaca’ del periodo più oscuro del lockdown in Italia, segnato da paura e morte, abbiamo fatto alcune domande a Giuseppe Genna sulla società contemporanea, italiana e non.

Il narratore di Reality viene sospinto da un desiderio di testimonianza che trasferisce sulla pagina, in modo ipertrofico, le più diverse, crudeli e profondamente umane sensazioni che egli stesso prova nel suo muoversi in una Milano infernale devastata dalla pandemia. La testimonianza viene attuata per mezzo di uno spostamento incessante che, quasi come la scrittura di Kafka secondo Deleuze e Guattari, appare senza radici, sfuggente e in divenire continuo. Il personaggio e la stessa scrittura entrano in netto contrasto con le oscure logiche di potere, incarnate dalla figura di Capomastro, il dirigente dei servizi di intelligence che mettono in atto la decisione del lockdown. A Capomastro che gli chiede “che ci fai tu qui?”, così risponde il personaggio:

Devo vedere tutto, riportare tutto, ogni parola, ogni gesto compiuto, ogni tattica e ogni azione, comporre il tuo ritratto, descrivere le condizioni interne al carcere, interne ai reparti di terapia intensiva, interne a ogni appartamento di questa città infame, ogni appartamento ricco, ogni appartamento povero, stilare il bilancio, pensare all’oltre, immettermi ovunque, provocare qualsiasi reazione, amare intensamente e più profondamente odiare, confondere le acque e inventarmi una realtà che non c’è, restituire il senso della morte, infittire di parole tutto, tutto ciò che esiste, ogni respiro in affanno, i bronchi saturi di siero, i funerali interdetti, la molecola lunare del virus, le abiezioni prima e durante e dopo il contagio, dissuadere chiunque che esista un dopo il contagio, sollecitare le rivolte e vivere il male fino in fondo, stringere un mercuriale in mano, impersonare il monatto e il delatore e prendere le parti dell’abominio e sacralizzare la vita, le puttane, i preti, i più umili, i più disdicevoli tra noi, tutta l’ostetricia che fa venire alla luce il nuovo mondo, poi cancellarmi da qui, privo di nome e di risguardo, ignoto o ignorato, una sola voce lontana, solo offuscato, e piano piano andarmene… (Reality. Cosa è successo, Rizzoli, Milano, 2020, pp. 137-138).

 

Vorresti parlarci un po’ più approfonditamente del valore di questa testimonianza e come essa entra in contrasto con le dinamiche di un potere che sembra gravare sulla città, sul suo hinterland e sull’intera Italia nello stesso modo della pandemia? Si può pensare al tuo romanzo anche come a una lunga riflessione sul potere?

Fino a un certo punto. In qualunque scrittura personale ho tentato una riflessione sul potere, più sulle sue quintessenze che sui suoi dispositivi. Sul potere, una delle somme ambiguità che non smettono di ipnotizzare la filosofia occidentale, il libro si offre certamente come una modalità di meditazione, ma la questione per me cruciale è quella dell’ambiguità in assoluto, più che il potere. Certo nel libro appaiono e parlano medici, militari, servizi segreti, preti, sindaci, istituzioni statuali. Però il potere è ovunque, cioè non è niente. Il potere degli addetti al lavoro nel forno crematorio, con le salme sballottate sul carrello di entrata, è totale. Anche il potere dei morti è totalizzante e totalitario. Si aggiunga che a oggi il quadro dell’efficacia e dell’inefficacia dei poteri è totalmente rinnovato dalle modalità che si impongono in questa fase dello sviluppo sociale, connotabile come “accelerazione”. È un termine improprio, ovviamente, ma è andato consolidandosi. Per “accelerazione” si intende l’emersione dell’avanguardia tecnologica di massa, sempre più affannosa e travolgente, che coincide con una trasformazione antropologica e biologica senza precedenti. In questi giorni viene molto discusso un ingenuo documentario prodotto e distribuito da Netflix, “The social dilemma”, che è una sorta di danza macabra del mondo “come era prima”. Va detto che tutto il mio libro intende essere propriamente una danza macabra. Nella docufiction, rilasciata direttamente da uno dei giganti dell’intrattenimento digitale, si critica la prassi ubiquitaria del controllo e l’evoluzione del mercato legato ai big data e all’erosione delle soglie di attenzione, alla manipolazione psichica, all’imporsi di modelli libidici ed epistemologici, che le grandi digit company somministrano a un pianeta ormai del tutto sfigurato, rispetto a supposti canoni umani e umanistici di prima, quando eravamo tutti dei buoni selvaggi analogici. Questa critica nel documentario Netflix è praticata da ex manager delle multinazionali digitali e fa un po’ sorridere, perché essa non tiene conto della natura stessa del potere e delle secrezioni più autentiche del fenomeno umano. La consapevolezza di cui si favoleggia è una chimera, la libertà di informarsi e decidere è un irrealismo. Mancano una teoria e una pratica dell’umano. La colpa, al solito, è della tecnologia o del capitalismo. Il retroverso di questa ingenuità è il rischio o addirittura la certezza dell’alienazione, un altro fantasma che giustifica tutto e impone la fine di ogni analisi, di ogni autentica sovversione. Siamo alienati, tutti obnubilati da processi e dispositivi che ci vogliono zombie consumanti. Non la penso così, anche se sono disabilitato dal mondo che avanza, soffro molto il tempo che incede. Ritengo che sia a questa altezza che il Covid vada a debilitare qualunque potere – e al contempo lo surroga e lo irrora, lo distribuisce più intensamente che prima dell’avvento dell’epidemia. È per me francamente intollerabile ogni riflessione sul potere che approfitta della pandemia, per operare un controllo biopolitico che già esso detiene. La meditazione sul virus e il controllo sociale con cui si cerca di affrontare l’invisibile pestilenza, se non vuole intrattenere rapporti con la paranoia e la patologia da complotto, va secondo me riservata al confronto aggressivo tra naturale e artificiale, i cui contorni stavano sfumando ben prima dell’infezione planetaria. Tutti i poteri sono messi in mora e al tempo stesso vengono saldati sul trono, in questo passaggio storico. Capomastro, emblema dell’autoritarismo di Stato, è soltanto una delle figure in cui i poteri consolidati, oppure già oggi evaporati, manifestano il verbo della norma e della sanzione, la quale è del tutto impotente a fronte dell’immane trasformazione che stiamo vivendo.

 

Se da una parte il titolo del tuo libro rimanda alla realtà, dall’altra vi è un palese riferimento ai reality televisivi, una delle estreme appendici della dimensione spettacolare contemporanea. Quest’ultima è ben tratteggiata soprattutto nella descrizione della figura del sindaco di Bergamo (città martoriata e ferita dal virus), ex manager Fininvest e direttore delle reti televisive berlusconiane. La tragedia, la morte, l’orrore che l’io narrante descrive in Reality possono essere considerati quasi come l’altra faccia della dimensione spettacolare che ha devastato e che devasta il nostro paese?

La critica allo spettacolo è un corrispettivo di quella condotta sulle spoglie e sulla legione di anime con cui l’umano mette il giogo addosso a se stesso e all’universo mondo. Lo spettacolo è diventato la panacea della critica. Se dovessi definire un genere per il titolo, parlerei de la Reality, non de il Reality. Il gioco con il Reality Show c’è, ma appunto viene soppresso il termine Show. Qui per Reality io intendo: un’alterazione della realtà, un’aberrazione, un esotismo, nel tempo che fu globale e diventa planetario. Covid segna, a mio modo di vedere, la fine della globalizzazione e il primo passo verso una planetarizzazione compiuta. È la prima volta nella mia esistenza che osservo una paura di dimensioni planetarie. L’estensione e l’intensità planetarie sono ben altra cosa dai processi di globalizzazione. La questione ambientale riguarda il pianeta e non semplicemente un’umanità globalizzata. La riflessione andrebbe anche superata, una volta che la si sia formulata in questi termini: si tratta di un passaggio storico, in cui ne va dell’esistenza della vita umana sul pianeta Terra e non invece del pianeta Terra. Il superamento della critica spettacolare risiede in questo punto: il pianeta senza umano è fuori dallo spettacolo. Le immagini si estinguono. Un capitolo, abbastanza centrale nello sviluppo del libro, è dedicato all’ultima immagine: un Papa anziano, bianco nel buio, solo nel vuoto, che parla parole ascoltate da un pianeta di spettatori, sta inscenando uno spettacolo o la fine del medesimo? La critica all’immagine credo che non sia più avanzata contro la spettacolarità dell’immagine, nell’epoca dell’esplosione totale di tutte le immagini percepite ogni secondo nel pianeta. Non c’è più spettacolo, il che significa che c’è solo spettacolo ovunque sempre, così come non c’è più immaginario, bensì un immaginario diffuso e dilatato in ogni istante a qualunque latitudine. Lo spettacolo, le immagini, l’immaginario hanno sfondato le porte della percezione. Siamo in un nuovo ordinamento, che va precisandosi per rivoluzioni istantanee ma colossali. Vanno ripensate tutte le categorie: tutte. Non vedo il ripensamento delle categorie e questo è uno dei dati che impongono disperazione a chi registra e interpreta i fatti in “Reality”. Due disperazioni: i morti nell’inermità umana e l’assoluta assenza di pensiero, di grande progetto, di azione e reazione. Lo spodestamento che il virus provoca: il denaro è gestito dal virus, Dio è significato dal virus, il potere risponde al virus, la tecnologia accelera per via del virus. Il virus installa il regno efficace dell’invisibile, ogni immagine entra nell’invisibile, dove era stata generata e da dove era fuoriuscita, per presentarsi tirannica nel regno dell’umano sull’umano. Andiamo a ben altro che l’immagine, a ben altro che la percezione fisica. Siamo oltre le colonne d’Ercole di qualunque spettacolo.

 

Tempo fa in un tuo post dicevi, rispetto alla situazione culturale e sociale italiana :
La cifra italiana si mostra feroce e sempre più potente e istantanea, in coincidenza con l’accelerazione tecnologica e antropologica che coinvolge la vita umana sul pianeta Terra, ormai non più solo a occidente: persino la geografia è trascesa o stravolta. Non c’è da essere pessimisti, ma realisti e prepararsi adeguatamente alla battaglia più politica dei prossimi anni, quella che si gioca nell’accesso collettivo alle tecnologie e ai saperi.
Come possiamo intervenire in questa cifra feroce e in questa geografia devastata?
Cosa può fare la scrittura e soprattutto che cosa vuol dire scrivere oggi in questa società iperveloce, tecnologica e digitale?

Per me la scrittura è finita, così come la produzione e la ricezione di immagini. In un senso più greve e grigio, rispetto all’immagine: la scrittura non se la fila più nessuno tra i cuccioli umani attuali. C’è uno spettacolo delle scritture apparenti, che è cosa di nicchia e al tempo stesso di mainstream: qualunque opera abbia avuto successo negli ultimi dieci anni per me non appare un’opera, incluso ciò che ho scritto io, ovviamente. La scrittura è disabilitata nel suo potere (…) di verità, nella sua tensione di ricerca, nella pratica di un’avanguardia sfrenata e folle. Sono un insurrezionalista interiore e questa diminuzione del potere del testo mi dà gioia ed enorme sofferenza. A proposito della scrittura si vive un lutto coincidente con il manifestarsi della morte. La lettera è morta, al momento. L’accelerazione sta progredendo anzitutto nel disabilitare ogni testo e ogni capacità di intendere il mondo come un testo, con le sue assonanze, le sue ipersonanze, le sue dissonanze. Il desiderio e il godimento sono schiantati dagli ultimi anni di sviluppo sociale. Quanto ai generi letterari, si vedeva bene questo processo di fatale avvizzimento, prima che in altri territori: la storia della poesia, nell’ultimo quarto di secolo italiano, è emblematica di un infarto formale, stilistico, tematico, di intenzionalità e di perfusione della lettera nel mondo. Tuttavia la quintessenza della testualità e della scrittura è una modalità di connessione alla potenza del sentire e del pensare, dello strutturare zone di condensazione del sentimento di esserci, del profetizzare e del progettare. La scrittura, secondo me, o diviene una scrittura senza testo e senza lettere, oppure non sarà. In questo abnorme rovesciamento, che conduce il pianeta a coordinate impossibili da decifrare al momento, il poetico non sta nella poesia e la letteratura non sta nella narrazione. Questa transizione verso l’interno e l’esterno, ripensando tutte ma tutte le categorie dell’esistenza, è il compito a cui si consegna l’artista della parola, quello che ai tempi si disse scrittore. Anticipa il tempo con la profezia e in essa inocula la semenza della previsione, per disabilitare tutti i poteri che si costituiscono ora e nel futuro.

 

Siamo di fronte ad una trasformazione epocale dove essere, pensare, leggere e scrivere vanno ripensati totalmente con nuove idee e con nuovi linguaggi, progettando spazi e tempi diversi da quelli attuali. Per farlo bisogna cambiare i rapporti di forza economici, culturali, sociali, tecnologici, ed è necessario farlo insieme alle nuove generazioni. Ma davanti al crollo del sistema educativo, ad un generale “automatismo cognitivo e ad una paralisi dell’emotivo, a questa messaggistica istantanea e a questa elettricità pervasiva” forse bisognerebbe prima chiedersi, come nel sottotitolo di Reality, come siamo potuti arrivare fino a qui? Cosa è successo?

È successa l’Italia.
Per Italia intendo che qui si è dato prima e in modo più pervasivo il processo di transizione, che ha per vittima l’umanismo: l’abluzione del passato per lordare ogni presente e modificare geneticamente il futuro. Il crollo del sistema educativo, di cui dici, data per me dalla riforma devastante che Luigi Berlinguer ha impulsato in questo Paese, con le prestigiose conferme apportate da Tullio De Mauro e dagli altri ministri. Bisogna però ricordare che Jacques Derrida, un filosofo per molti versi detestabile, lanciò prima di morire un assalto a chi conduceva da Bruxelles una guerra contro l’intelligenza. Qualunque sinistra ha sbagliato tutto, davvero tutto, nell’ipotizzare il corso storico, nel prevedere le linee di fuga e di tendenza, nell’apportare sogni impossibili al confronto contro la massa tumorale che concresceva grazie all’abbattimento dei diritti più elementari dell’umano. Quale rivoluzione è stata mossa all’ordine esistente, prima di questo istante in cui ci si rende conto che lo strumento sta entrando a comporre un nuovo ibrido, un’ulteriore mescolanza: una reale rivoluzione agita dal potere era un incubo che speravo di non vivere nel corso della mia minima esistenza. Non si è pensato a fondo e non si è agito politicamente all’altezza dei tempi. Non è un verbo nichilista, quello che sto qui offrendo. Constato con rancore e disperazione ciò che la mia coetaneità non ha mai fatto, a parte luminose eccezioni: pensare radicalmente, essere radicalmente.

 

(Intervista a cura di Enzo Favero e Paolo Lago)

Print Friendly, PDF & Email
Copy link

In questo sito usiamo cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire al sito di funzionare correttamente e per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Privacy policyCookie policy.