Spazi liberi per resistere: “L’immensità” di Emanuele Crialese

Dopo ben undici anni Emanuele Crialese torna al cinema con L’immensità. Il suo film precedente, Terraferma, è del 2011 mentre quello ancora precedente, Nuovomondo, del 2006. Sembra che ogni film sia preceduto da una lunga pausa meditativa, un po’ in controtendenza rispetto all’ideologia produttivistica odierna che investe anche il campo artistico e che impone ritmi veloci e serrati nella realizzazione di quelli che – come i film – sono destinati a trasformarsi in prodotti commerciali. Ma in questo caso non si può certo parlare di film come prodotti commerciali: ogni lungometraggio di Crialese è una vera e propria opera d’arte che lascia poco spazio al facile intrattenimento.

Anche L’immensità, come le altre sue opere, mostra il dispiegamento di spazi liberi e liberati in cui possono emergere sprazzi di resistenza personale e umana. La protagonista è Adri, cioè Adriana (una bravissima Luana Giuliani), che ha 13 anni e si fa chiamare Andrea perché lei si sente né più né meno che un maschio. Attorno ad Adri c’è la sua famiglia: il padre Felice, interpretato da Vincenzo Amato, che già aveva dato vita all’emigrante siciliano Salvatore in Nuovomondo, la madre Clara (una grande Penélope Cruz), un fratello e la sorellina più piccola. La storia è ambientata negli anni Settanta, in un’Italia che, probabilmente, non è più l’Italietta degli anni Sessanta in cui si svolge Il signore delle formiche di Gianni Amelio ma comunque le assomiglia molto. L’atmosfera gretta e repressiva che si respira all’interno della famiglia, che si è trasferita in un nuovo appartamento dentro un palazzone della periferia romana, rappresenta una vera e propria prigione sia per Adri che per sua madre. Se Adri si considera giunta dallo spazio e passa giornate intere sul tetto del palazzo per cercare di contattare gli alieni, la madre è portatrice di una istintività innocente e fanciullesca che la distingue dalle altre madri sue amiche: lei, a differenza delle altre, non alzerebbe mai la mano sui propri figli per schiaffeggiarli. La prima inquadratura del film è una parete scura, che potrebbe far pensare alle riprese ravvicinate sulle murate della nave degli emigranti in Nuovomondo, ma poi scopriamo che si tratta del pavimento della terrazza del palazzo dove si trova Adri, intenta a ‘comunicare’ con gli alieni tramite le antenne (e non si può non pensare, allora, a certi momenti di Tito e gli alieni – 2017 – di Paola Randi). La macchina poi si solleva rapidamente, compie un balzo che rappresenta l’aprirsi di una via di fuga verso il cielo, verso l’alto: dopo la chiusura e l’oppressione (rappresentata non a caso dal tetto del palazzo di famiglia), assistiamo a un’apertura catartica che sembra sfuggire a qualsiasi costrizione.

Certo, nella famiglia borghese dell’Italia degli anni Settanta (destinati a sfociare, dopo l’estinzione del fuoco delle lotte, nel riflusso degli Ottanta, che dura ancora adesso) non c’è spazio né per chi non si riconosce nel proprio corpo da un punto di vista di genere – stando alle dichiarazioni di Crialese, si tratta di una condizione vissuta da lui stesso in quegli stessi anni in quanto si tratta di un film autobiografico – come Adri, ma neppure per chi, come Clara, vive all’interno di una personale leggerezza e innocenza, subito considerata ‘anormale’: non a caso, verrà portata dal marito in una clinica psichiatrica. La famiglia borghese è anche il luogo dove spesso si annidano le violenze domestiche, come succede a Clara, che viene picchiata da un marito dedito a frequenti scorribande amorose fuori dalle mura coniugali. E allora è necessario, per resistere, crearsi degli spazi di libertà: momenti incantati in cui i personaggi entrano in altre dimensioni che potrebbero sembrare utopiche ma che, invece, pongono le basi per veri e propri atti di resistenza. Adri e la madre ‘entrano’ allora in uno spettacolo musicale di Raffaella Carrà che ‘esplode’ nello spazio freddo e austero della chiesa: è solo il frutto dell’immaginazione della ragazza che trasforma uno spazio reale in uno immaginario – è vero – ma è anche un modo per mettere a tacere una realtà basata sul conformismo e sulla repressione degli istinti e dei sentimenti. Si tratta di spazi incantati in cui i personaggi che si sentono soli, esclusi ed emarginati riescono finalmente a essere sé stessi, dando libero sfogo alla loro “legittima stranezza” (per ricordare parte di un verso di René Char citato da Michel Foucault nella sua Storia della follia).

Spazi che del resto sono presenti in tutti i film di Crialese. In Respiro (2002), Grazia (Valeria Golino) riesce a trovare la propria dimensione nella spazialità onirica e regressiva del mare, immergendosi e nuotando (certe inquadrature subacquee che mostrano Clara che si immerge in mare sembrano quasi delle citazioni di questo film); in Nuovomondo, gli emigranti, come d’incanto, nello spazio immaginifico della nave ‘mostruosa’ che li porta verso una nuova e sconosciuta terra, si ritrovano immersi in un fiume di latte dove galleggiano frutti giganteschi, come nelle leggende e dicerie che circolavano sullo sconosciuto territorio americano. È un vero e proprio momento di resistenza, costruito su un immaginario comune; nella realtà, gli immigrati, a Ellis Island, si troveranno invece di fronte alla fredda e geometrica macchina burocratica statale che seleziona chi deve essere accolto e chi respinto. Anche in Terraferma, la giovane immigrata africana clandestina e i suoi bambini trovano uno spazio di libertà nel mare (dopo aver attraversato quello stesso mare a costo della vita) sul quale li conduce in salvo il giovane pescatore Filippo, mentre vediamo la distesa marina diventare più grande e lontana (in un altro allontanamento della macchina da presa verso l’alto): su di essa, per mezzo di movimenti aperti e ‘liberati’, si muove l’imbarcazione condotta da Filippo che sfugge ai controlli e alle leggi.

Adri lotta per sottrarsi e per sfuggire al rigido ordine geometrico di una società che vorrebbe tutti i suoi componenti uniformati a un comune modo di sentire e di vedere. Le vie di fuga che prende, oltre che immaginarie, sono anche spazi reali, come il canneto (un luogo proibito dai genitori), oltre il quale incontrerà Sara, figlia di operai, che vive in un campo lambito dalle nuove costruzioni e che rappresenterà un impossibile sogno d’amore. Oltre il canneto si può essere sé stessi e vivere con più leggerezza tutto il peso che la realtà ci butta addosso. Oltre il canneto c’è un altro spazio libero, lontano dalle grette regole dell’Italietta borghese, forse uno di quegli ultimi lembi dei prati di periferia in cui si trovano le poche borgate sopravvissute che Pasolini cantò. La famiglia di Sara, erede dei sottoproletari pasoliniani, appare felice e sorridente – nonostante viva in una misera baracca – e immune al greve squallore dell’etica famigliare borghese. Ma si tratta, appunto, di uno spazio destinato a scomparire, ad essere inesorabilmente fagocitato dall’edilizia avanzante. Adri saprà però costruirsi nuovi spazi liberi per poter continuare a lottare, per portare avanti la sua resistenza, nonostante tutto.

gvs

 

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