La sorveglianza digitale incombe su di noi

Il recente saggio di Gioacchino Toni dal titolo Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, attingendo a una ricca bibliografia specifica, offre un’analisi rigorosa ed oggettiva del sistema di controllo e di indirizzo comportamentale contemporaneo, rappresentato dall’universo del digitale. Come Toni scrive nell’introduzione, la pervasiva diffusione di oggetti connessi a internet “contribuisce a rafforzare la convinzione che la sorveglianza sia parte integrante di uno stile di vita, un modo naturale con cui rapportarsi al mondo e agli altri”.

All’interno di questo universo digitalizzato, la realtà subisce una vera e propria dematerializzazione, argomento che l’autore affronta nel primo capitolo dal titolo Messa in finzione e dematerializzazione della realtà. Il mondo è sempre più spesso attraversato da individui che guardano gli spazi reali attraverso un dispositivo tecnologico per immagazzinare immagini e filmati: qualsiasi spazio, soprattutto se si tratta di un luogo ‘esotico’ e particolare, prima che essere fruito come luogo reale, viene filtrato dallo sguardo di un dispositivo di visione o di registrazione. L’immagine diviene più importante della realtà stessa. Da qualche tempo – ribadisce l’autore – sembra più difficile per gli individui affrontare la realtà senza ricorrere a protesi tecnologiche. Le stesse vicende che accadono all’interno di una situazione di guerra – e ce ne siamo resi conto con i recenti fatti relativi alla guerra in Ucraina, tuttora in corso – subiscono una smaterializzazione nel momento in cui esse iniziano un processo di interazione con tecnologie visuali sia panottiche che rappresentative. Gli stessi videogiochi, opere multimediali interattive che richiedono l’immersione in un mondo simulato, oltrepassano il territorio del mero intrattenimento per investire ambiti di carattere artistico, scientifico, didattico, divulgativo e, appunto, militare. Il ricorso alla forza e alla sopraffazione – nota l’autore – sembrano sempre più ‘disincarnarsi’ e ‘disumanizzarsi’ “in quanto gli attacchi vengono sempre più spesso portati da vere e proprie comfort zone che preservano dai rischi di un confronto diretto con il nemico, ormai percepito come un’incorporea immagine sullo schermo. Insomma, con sempre più naturalezza si sarebbe indotti ad agire sulla realtà come si trattasse di un videogioco. Massacrare esseri umani non è mai stato così facile”.

Nel capitolo successivo (Vetrinizzazione e desoggettivazione antisociale), l’autore si concentra sul pervasivo utilizzo delle piattaforme social da parte degli individui. La rapida trasformazione del cellulare – diffusosi sul finire degli anni Novanta, utilizzato esclusivamente per telefonare e inviare brevi messaggi – in smartphone contribuisce a concretizzare l’idea dei media come estensioni del corpo umano, espressa da Marshall McLuhan alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Come scrive Toni, “l’individuo digitale lavora senza sosta alla costruzione della propria immagine passando da una tribù identitaria a un’altra, prendendo parte a comunità rette da scambi interpersonali fragili in quanto sostenuti da investimenti a rapido esaurimento”. Come osserva Pablo Calzeroni nel suo saggio dal titolo Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, citato dall’autore, non si può pensare che le tecnologie della connettività “possano realmente sostenere un processo di autodeterminazione fondato sulla valorizzazione delle individualità”. Sono invece gli algoritmi a svolgere il compito più importante: “altro che intelligenza collettiva” – scrive Calzeroni – è necessario “prendere atto che si è piuttosto di fronte a un ‘sistema intelligente’ efficiente nel creare valore e ricchezza ricorrendo ai dati prodotti dagli utenti e dalle macchine”.

Il terzo capitolo del saggio di Gioacchino Toni è dedicato a Capitalismo e culture della sorveglianza. Un punto di riferimento molto importante, in questo momento dell’analisi, sono le teorie di Shoshana Zuboff, secondo la quale, Google rappresenta per il capitalismo della sorveglianza ciò che imprese come Ford e General Motors hanno rappresentato per il capitalismo industriale. Secondo la studiosa, il modello introdotto dal colosso del web “potrebbe giungere a compromettere le tradizionali modalità di pensiero e di comportamento degli esseri umani minandole nelle loro fondamenta”. La cultura della sorveglianza contemporanea, rispetto al passato, è caratterizzata da una volontaria esposizione dei ‘sorvegliati’, i quali fanno di tutto per esporsi, anche nei loro aspetti più intimi e privati, sui social. Toni usa una espressione molto pregnante per indicare gli individui che passano il loro tempo ‘libero’ (libero, poi, da lavori sempre più dematerializzati e sempre più pervasivi anche nella sfera privata dell’esistenza) a esporsi sui social, e cioè “schiavi della visibilità”: “sono le tecnologie interattive digitali a consentire il passaggio da una sorveglianza fissa a una fluida”. D’altra parte, sono ben lontani i tempi in cui gli apparati di controllo, deputati alla sicurezza nazionale e alle attività di polizia, erano marchingegni ansiogeni e difficilmente associati al piacere estetico: insomma, il controllo attuale è ben diverso dagli onnipresenti, enormi schermi immaginati nei futuri distopici di 1984 di George Orwell e di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, dove per catturare gli oppositori del regime veniva utilizzato un terribile segugio robot. Nella nostra contemporanea quotidianità “le nuove forme familiari e quotidiane che la sorveglianza sta adottando si rivelano non solo abili nell’evitare impatti ansiogeni ma riescono persino in diversi casi a rendersi desiderabili e tale tipo di sorveglianza percepita come soft comporta una maggior propensione alla complicità nel controllo di sé stessi e degli altri”. Gli oggetti connessi digitalmente prospettano significative implicazioni, oltre che economiche, nell’ambito della governance e dei diritti dell’individuo. E nemmeno si deve dimenticare che sono sempre le grandi corporation private a essere un passo avanti rispetto a qualsiasi apparato di potere statale.

E veniamo quindi all’ultimo, interessante capitolo, intitolato Intelligenza artificiale, algoritmi e piattaforme digitali. In questo universo digitalizzato – sostiene l’autore – “numerose relazioni sociali e civiche sono andate incontro a una dematerializzazione, a una virtualizzazione attuata dalle nuove tecnologie”. Anche per discutere, polemizzare e litigare, ormai, si utilizzano solo ed esclusivamente messaggi WhatsApp, non da ultimo all’interno di quegli spettrali inferni digitali miserevolmente denominati “gruppi”. Ormai – sostiene Gioacchino Toni – “la Rete ha sostituito il gruppo nell’agire da motore principale di socializzazione dell’individuo”. E poi, come scrive l’autore rifacendosi a un saggio di Massimo Chiaratti, sarebbe il caso di sostituire “intelligenza artificiale” con “incoscienza artificiale” perché, mentre la parola “intelligenza” ha un’accezione positiva, il termine “incoscienza” rende meglio ciò che accade in Rete, perché gli algoritmi producono dei risultati senza alcuna comprensione e coscienza di ciò che stanno facendo. Dietro tale “incoscienza digitale” vi è inoltre un enorme sfruttamento di risorse energetiche e di lavoro umano. Il “lavoro invisibile” necessario per far funzionare l’IA “è pagato pochissimo, così come è bassa la paga di chi deve moderare i contenuti postati dagli utenti sulle piattaforme online, mansione che, secondo diversi studi, può causare traumi psicologici profondi e duraturi”. D’altra parte, le origini dei primi sviluppi dell’IA sono da intravedere nella svolta neoliberista thatcher-reaganiana a cavallo tra anni Settanta e Ottanta per approdare poi, negli anni Novanta, al capitalismo della sorveglianza, ormai giunto al suo culmine di controllo e sfruttamento (flessibilità dei rapporti di lavoro e erosione della distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero). Gli stessi oggetti digitalmente connessi sono progettati per incentivare i consumi e dovremmo chiederci quali valori possano tramettere ai bambini che, magari, se li trovano in casa e instaurano con essi un rapporto ‘familiare’. Alexa e Google Assistant quali preconcetti culturali potrebbero trasmettere? Come scrive l’autore, “la scelta della voce femminile in molte tecnologie smart, ad esempio, rafforza il pregiudizio culturale che vuole la donna ‘assistente’ e ‘servizievole’”.

Sotto la lente dello studioso finiscono anche le piattaforme tv e musicali, ad esempio Netflix e Spotify. Una piattaforma come Netflix modifica radicalmente la fruizione di opere audiovisive: “Nell’offrire allo spettatore immediatamente tutti gli episodi di una serie si sollecita un cambiamento radicale delle abitudini di fruizione allontanandolo ulteriormente dalle proposte delle tv a palinsesto tradizionali, broadcast o cavo/satellite”. Insomma, “il consumatore si trova a disporre di una sorta di luna park all’interno del quale può attingere liberamente vivendo un’esperienza di assoluta libertà nella scelta”. Ma Netflix e altre piattaforme televisive digitali altro non sono che nuovi “non luoghi” che offrono solo una illusoria libertà. Di fronte a questi non luoghi sono andati irrimediabilmente in disuso e in fallimento dei luoghi reali, quei simpatici negozi di videonoleggio dove prima si noleggiavano i film in videocassetta e successivamente in dvd. Molti di questi negozietti, spesso gestiti da veri appassionati ed esperti di cinema, erano delle vere e proprie corti dei miracoli dove si potevano affittare film introvabili, vere e proprie chicche del circuito d’essai che non potremmo mai trovare sulle piattaforme digitali. Ma allora, in questa contemporaneità digitalizzata che ci avvolge e che incombe su di noi, stiamo davvero vivendo uno scenario distopico? È possibile uscirne in qualche modo o innalzare immaginari creativi e resistenti? Gioacchino Toni conclude il suo saggio affermando che, “sebbene la realtà che si è sin qua tentato di ricostruire appaia persino più cupa della fiction distopica, non è scritto da nessuna parte che si debba per forza alzare bandiera bianca”. Spiragli di resistenza ce ne sono: tutto sta a scovarli e farli nostri.

gvs

Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di resistenza digitale, Il Galeone, Roma, 2022, pp. 227, euro 15,00.

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