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Livorno calcio: cosa ne pensiamo dell’azionariato popolare

La gradita mail inviataci da un nostro lettore, Giorgio, sulle vicende del Livorno Calcio, ci dà l’opportunità di chiarire la nostra posizione sul presente e il futuro della società e in particolare su quello che pensiamo dell’ipotesi di azionariato popolare.

Giorgio scrive: «Le osservazioni fatte da voi [sull’azionariato popolare] sono in larga parte condivisibili, ma al momento penso che il progetto sia quello più “salutare” per la città. A volte bisognerebbe soprassedere alle motivazioni ideologiche quando queste possono diventare elemento di disgregazione di un fronte comune contro un certo tipo di attacchi». Giorgio si riferisce al tentativo di acquisto del Livorno da parte di Franco Favilla della Seasif, personaggio di cui ci ricorda alcuni trascorsi poco rassicuranti.

I nostri lettori sanno che non abbiamo mai fatto sconti a nessuno e abbiamo sempre cercato informazioni di prima mano sui dirigenti della società o sugli interessati all’acquisto. Tanto è vero che stiamo preparando un articolo proprio su Favilla che pubblicheremo presto e ne parleremo anche a Telecentro nella trasmissione a cui siamo stati invitati che andrà in onda il prossimo 13 aprile.

Se avessimo ragionato con criteri ideologici avremmo aderito entusiasticamente all’idea dell’azionariato popolare, visto che siamo contro il calcio moderno, per la partecipazione popolare e collettiva, per l’uso pubblico degli impianti e per lo sport come veicolo dei valori di solidarietà in cui crediamo. Su questi aspetti certamente parliamo la stessa lingua dei promotori dell’iniziativa.

Vorremmo però capire alcuni aspetti che al momento non ci sono chiari, in primo luogo le caratteristiche e i meccanismi di funzionamento dell’associazione che raggruppa i soci: ci sarebbe un gran numero di soci che verserebbero in modo paritario una piccola quota o vi sarebbero anche -come sembra- degli imprenditori che contribuirebbero con importi molto più importanti? E in questo caso davvero ognuno conterebbe per uno indipendentemente dall’importo versato?

Si parla di rilevare il Livorno per il prossimo campionato ma siamo sicuri che ci siano i tempi, visto che dovrebbe iniziare a luglio? E si prevede di acquistare la società comprandone il titolo dagli attuali proprietari, di ripianare il debito o di ripartire da zero dopo un eventuale fallimento?

Francamente se l’idea fosse quella di raccogliere fondi tra i semplici tifosi -lavoratori, operai- per pagare il debito delle precedenti gestioni, avremmo delle perplessità, ci si consenta, anche di carattere ideologico.

Poi è necessario capire quali sono le prospettive che l’azionariato popolare può offrire al Livorno Calcio. Bisogna sgombrare il campo da tutti quegli esempi di società estere che si sentono in giro, perché non sono applicabili alla nostra situazione: né quelli spagnoli come il Real Madrid o il Barcellona, né quelli tedeschi come il Bayern o il St. Pauli.

Che Livorno non sia paragonabile al Real Madrid lo capiscono tutti, ma anche esperienze come quelle dell’Athletic Bilbao o del St. Pauli appaiono fuori portata. Bilbao ha più del doppio degli abitanti di Livorno e i soci sono 44mila, un numero assolutamente impensabile per noi, poi il senso di appartenenza alla squadra deriva dalla particolare storia dei Paesi Baschi che non ha raffronti dalle nostre parti. Il quartiere di St. Pauli ha 27mila abitanti ma la società ha 15mila soci, e alle spalle ha una realtà economicamente forte come Amburgo. È vero che la forza del St. Pauli è il marketing, ma il marketing nasce dalla realtà sociale del quartiere e della curva. E il punto decisivo è che in Germania c’è una normativa che supporta l’azionariato popolare, la cosiddetta regola del 50+1: cioè i tifosi devono controllare la maggioranza delle azioni. Nel caso del Bayern, Adidas, Audi e Allianz detengono ciascuna il 9% delle azioni e il 73% è dei tifosi.

Qualcosa di più vicino alla nostra realtà si potrebbe ritrovare nella vicenda di squadre inglesi come l’AFC Wimbledon o lo United di Manchester (nella foto i suoi tifosi), che però militano nelle categorie inferiori.

L’FC United di Manchester è stato fondato nel 2005 da un gruppo di tifosi dei devils che non accettavano la nuova proprietà statunitense e volevano mantenere in vita i valori e i simboli tradizionali della loro squadra. Partito dai campionati dilettantistici di livello più basso, oggi milita nella sesta serie del calcio inglese (corrispondente alla nostra Promozione) e gioca le sue partite in un piccolo stadio da 4.400 posti.

Un po’ più in alto troviamo l’AFC Wimbledon, fondato dai suoi tifosi dopo che la dirigenza aveva trasferito la sede della vecchia società in una città a 100 km di distanza. La nuova squadra ha riportato il calcio nel quartiere londinese e oggi gioca in Football League One (la terza serie).

Si tratta di due esperienze importanti, ma come si vede nessuna delle due è riuscita a salire nelle categorie che contano.

A Livorno ci sarebbero sostanzialmente due possibilità: la prima è un azionariato popolare “puro”, cioè fatto da soci che partecipano in modo paritario con piccole quote e gestiscono interamente la società; la seconda un azionariato “misto” con i tifosi che affiancherebbero con una quota di minoranza più o meno simbolica gli azionisti di maggioranza, con lo scopo di partecipare ai consigli di amministrazione, controllare i bilanci ecc.

Nel caso dell’azionariato popolare “puro” non crediamo che da noi, realtà molto meno ricca di quelle inglesi che abbiamo citato, ci siano risorse sufficienti per pensare di poter aspirare alla serie A o B. Basta valutare un attimo quello che è il budget di una squadra di serie C che punta alla promozione: si parla di 4-5 milioni di euro, e le entrate sono poche dato che i diritti televisivi praticamente non ci sono e che biglietti e sponsor coprono solo parzialmente le spese. Anche in serie B, dove comincia ad arrivare qualche introito dai diritti televisivi, sono poche le società che vanno in pari. Quindi non basterebbe versare una quota una tantum ma ci vorrebbe una base di almeno 3mila soci che garantisse una quota annuale procapite tra i 1.000 e i 2.000 euro. Il che è oggettivamente improbabile. Almeno finché il settore giovanile –tutto da ricostruire- non cominciasse a produrre nuovi giocatori e nuove entrate.

Del resto basta guardarsi intorno per accorgersi che nel calcio professionistico italiano non vi sono società di proprietà dei tifosi. Ci sono stati degli “esperimenti” (Arezzo, Prato, Taranto…) ma i risultati non sono arrivati. Con un azionariato popolare puro non resta che accontentarsi di una buona serie D, come quella che sta facendo in questo momento la Pro Livorno-Sorgenti, e non è facile neanche questo perché si parla di 450mila euro solo per essere ammessi alla D in caso di fallimento. La serie D può anche andar bene se si mettono i valori sportivi al di sopra di ogni altra considerazione, però bisogna dirlo perché ci sembra che attualmente su questo punto ci siano molte illusioni e qualcuno pensa che con qualche migliaio di tifosi che versano cento euro l’anno si possa tornare in Coppa UEFA.

Nel secondo caso, cioè che i tifosi si aggiudicassero una quota di minoranza per partecipare alle decisioni societarie e controllare i bilanci del club, non crediamo sia tanto facile confrontarsi con imprenditori esperti del mondo del calcio, procuratori ecc. e condizionarne le scelte, anche se affiancati da professionisti del settore amministrativo. C’è anche il rischio che poi alla fine emergano dei personaggi facilmente cooptabili e che si tradisca il mandato iniziale.

Comunque a nostro giudizio il ruolo di controllo amministrativo spetta al Comune, in quanto la società gestisce impianti di proprietà pubblica e porta il nome della città. Le associazioni che chiedono l’uso di locali di proprietà comunale per le loro attività sono tenute a iscriversi all’albo del volontariato e presentare annualmente il libro dei soci, i verbali delle assemblee e i bilanci (che il più delle volte non superano le poche migliaia di euro). Non si vede perché questo non debba succedere nei confronti della società di calcio che sposta milioni di euro e ha un impatto pesante sul territorio non solo economico ma anche culturale e sociale.

Ma c’è anche un altro motivo per cui il Comune non può esimersi dal vigilare: le società di calcio in difficoltà, come il Livorno di oggi, destano appetiti in ambienti piuttosto ambigui: girano mitomani, avventurieri, imprenditori che vogliono crearsi un’immagine per poter avere più spazio per le proprie attività sul territorio e anche qualche prestanome della criminalità organizzata.

C’è solo un modo per tenere lontani questi personaggi ed è quello di giocarsi l’unica carta a disposizione, cioè quella del progetto della cittadella dello sport, chiedendo una manifestazione d’interesse per la ristrutturazione dell’area degli impianti sportivi, come abbiamo scritto più volte. A Pisa ad esempio la ristrutturazione dello stadio è stata legata alla gestione della società di calcio.

In questo quadro, in collaborazione con imprenditori solidi e non gente che ha un fatturato di diecimila euro l’anno, l’associazione dei tifosi potrebbe occuparsi della gestione del settore giovanile e avrebbe quindi verso la società un potere contrattuale concreto. Cosa non facile comunque perché anche in questo caso l’investimento sarebbe di almeno 1 milione e mezzo di euro. Questo però assicurerebbe la presenza, accanto al calcio professionistico, di una base partecipativa popolare e la gestione pubblica degli impianti (sarebbe interessante creare una polisportiva).

Come si vede noi non siamo contrari all’azionariato popolare, ma ci interessa che il progetto sia credibile e che non si illudano gli sportivi generando poi alla fine frustrazione e rassegnazione, che sono proprio il principale presupposto per la penetrazione nel club e nella città di interessi poco puliti. Detto questo, saremo sempre al fianco di chi considera il Livorno un “bene comune” e vuole preservarne valori e tradizione (red.)