Paura, vaccinazione e ragion di stato economico-sanitaria

Incipit
Riflessione sull’importanza della tutela dei valori di libertà e democrazia anche in tempi di epidemia, pena il rischio dell’avvento di governi sempre più autoritari e centralizzati. L’epidemia non è il frutto di una suggestione mediatica o di complotti, ma è una realtà alla quale bisogna opporsi in difesa della salute, senza gettare via libertà e democrazia. Occorre anche richiamare l’importanza della responsabilità civile di ognuno per il rispetto della profilassi medica che deve trovare consenso in tutta la popolazione, senza il ricorso alla forza o alla paura. La paura può causare molti danni alla struttura democratica e farla scivolare verso forme di “democrazia emozionale” molto più sensibile alle ragioni delle lobby strutturate che a quelle di un popolo purtroppo senza adeguate strutture collettive che ne curino gli interessi.

Il grande incidente ,“il crac globale” è causato dall’azione sempre più invasiva e predatoria sulla natura da parte dell’uomo e della tecnica. Così inizia la storia che ha segnato l’anno che se ne è andato, con la sua lunga scia di morti e dolori per un virus mimetico e feroce che pareva non lasciasse scampo. Poi, alla fine quando tutto sembrava perduto ecco l’invenzione biotecnologica, il nuovo vaccino e la speranza riprende quota. Ma una parte della popolazione non vuole vaccinarsi e la scelta non è ideologica. Per buona parte è dettata dalla paura di un vaccino di nuova specie, creato in fretta ed approvato con procedura d’urgenza che ne ha abbattuto i tempi di lancio, solitamente decennali, nel mercato dei farmaci. Si deve anche mettere sulla bilancia la paura di ipotetici effetti secondari, a lungo e medio periodo sull’organismo, ancora oggi non valutabili.
Dall’altra parte troviamo la maggioranza della popolazione che invece ha deciso di vaccinarsi per paura del contagio e delle sue nefaste conseguenze permanenti sulla salute che possono portare in diversi casi anche alla morte. Le paure sono tutte legittime non sono miraggi o allucinazioni ma terrori concreti. La paura è il denominatore comune delle due scelte. La paura, potremmo dire è stata la caratteristica di quest’anno, ingrandita dai morsi della crisi che l’epidemia ha scatenato e che ha segnato profondamente il corpo sociale di tutti i paesi. “La paura è l’ingrediente di base del fantastico”, scrive Virilio in Città Panico. Il fantastico inteso come immaginario collettivo, mentalità, senso comune. Tutti aspetti che in questo caso distinguono le due diverse folle. Quella di chi vuole vaccinarsi maggioritaria e quella minoritaria di chi non vuole farlo. La pressione politica e dei media ha influito non poco sulla formazione culturale collettiva di questo anno. È stata una regia che ha divulgato e profuso la paura su giornali, tv e web, più volte in modo contraddittorio, facilitando la fobia verso questa nuova forma di peste virale. Un’organizzazione che ha lavorato mettendo in piedi una potente e convincente sceneggiatura mediatica ricca di persone, comitati scientifici e bollettini di guerra dei caduti. Si è prodotta industrialmente una verità ufficiale che ha guidato idee, verità e libertà in direzione dello spavento. Nella pratica si è dato luogo ad una “democrazia dell’emozione” che ha permesso di avere il consenso necessario per il lock down e le colorate chiusure temporizzate. Ciò al fine di tutelare una ragion di stato sia economica che sanitaria. Il condizionamento mediatico ha funzionato ma purtroppo, non ha fermato il contagio. Lo ha rallentato in modo da non mandare fuori giri un sistema sanitario ridotto malamente dalle cieche politiche di austerità volte a pagare gli interessi del debito pubblico che mai sarà saldato. Alla fine dell’anno, quando la speranza stava lasciando il posto alla disperazione e alla disubbidienza, la sceneggiatura è improvvisamente mutata grazie alla scoperta dei nuovi vaccini messaggeri mRna che stanno alla base dei nuovi farmaci. A questo punto e partita la propaganda vaccinale e il cittadino inconsapevole ed asintomatico con una probabile carica batterica è diventato il potenziale untore, il nuovo bersaglio della paura. Un nemico interno alla società da individuare e sottoporre a vaccinazione. Per fortuna non siamo ai tempi della peste, descritta mirabilmente dal Manzoni nel saggio storico “La colonna infame” che descrive la peste bubbonica che colpì Milano nel 1630. Quello che però rimane velato, al di là della palese realtà epidemica, è il fatto piuttosto inquietante che si è creato un clima di assoggettamento verso la paura che sarebbe in grado di facilitare una svolta autoritaria del paese. Tale preoccupazione si rafforza dall’osservazione di un comportamento acritico unito ad una patologica psicosi sociale per l’assedio virale da parte di un pubblico sempre più spettatore e politicamente inattivo e non partecipativo. Uno spettatore terrorizzato che ha preferito in luogo della responsabilità delegare tutto allo stato, alla politica dell’emergenza della decretazione d’urgenza, alla sorveglianza poliziesca e informatica, alla politica del pugno duro, allo stato forte e centralizzato, all’uso delle forze armate in compiti di pubblica sicurezza. In sostanza, anche se dai vari pulpiti si smentisce tali timori e si rassicura che ciò non avverrà mai, in quanto tali scelte contingenti sono state motivate da ragioni superiori e che tutto ritornerà alla fine alla normalità, ma il dubbio, la preoccupazione, il timore, che ciò diventi pratica politica consuetudinaria rimane. Non è da matti pensare che piano pianino si stia scivolando verso una forma, anche se dolcificata, di repubblica presidenziale. Quello che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo, in quest’anno di angoscia, non deve farci perdere la bussola democratica e il gusto alla partecipazione. Certamente in tempi difficili occorre prendere decisioni spesso impopolari e rischiose. Una classe politica illuminata che si appelli al rispetto della costituzione nata dalla resistenza al nazifascismo deve saper affrontare un difficile gioco di equilibrio tra libertà, democrazia e sicurezza sociale dal quale non può esimersi, pena la caduta in qualche nuova variante autoritaria. È quindi giusto tutelare la libertà se vaccinarsi o no, ma sarà necessario abbinare a questa scelta un maggiore senso di responsabilità un efficiente sistema di tracciamento dei positivi asintomatici ed un veloce potenziamento pianificato e strutturale di tutto il sistema sanitario omogeneizzandolo a livello nazionale e liberandolo dai vari regionalismi. Questo con costi certamente superiori rispetto a quelli preventivati per la vaccinazione della popolazione in toto. Un’idea da non scartare, che non è inappropriata, è quella del libretto vaccinale che in realtà esiste già da tempo nei database di ogni regione, come fascicolo sanitario individuale. Lo scopo dovrebbe essere la sua implementazione con le nuove vaccinazioni effettuate ed il suo utilizzo a fini unicamente medico-sanitari, senza ricadute sul diritto al lavoro e discriminazioni di trattamento o salariali.

{D@ttero}

Alcune parole e citazioni sono state tratte e istigate dalla lettura di “Città Panico ” di P.Virilio.
Foto: da Pexels di Samer Daboul

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