La medicalizzazione della società: medicina, bio-politica e spettacolo dal XVIII secolo all’epoca del Covid

Oggi, nell’epoca del Covid, assistiamo a una medicalizzazione della società pervasiva e diffusa. Lo sguardo medico si allarga sempre di più a vasti strati della società, si intreccia in modo inestricabile con la politica e con le forme di controllo e di polizia. Lo sguardo medico, sotto il nome di “Comitato tecnico scientifico”, decide se e come i cittadini possono esercitare le proprie libertà e i propri diritti. Estendendosi in modo diffuso nei più svariati media, dai social agli organi di informazione, esso finisce per confondersi con la dimensione spettacolare che agli stessi media è sottesa. Medici e virologi popolano in modo pervasivo, ormai, i telegiornali, le discussioni, i salotti televisivi. Dominando territori in cui la politica non riesce ad arrivare, lo sguardo medico si trasforma in un vero e proprio organo di potere: per mezzo dei numeri, dei conteggi, delle statistiche enunciate quotidianamente, in forma spettacolare, su quegli stessi media, esso domina le menti e i corpi degli individui generando ora ansie e paure, ora conforto e sollievo. Il potere politico tace e lascia la parola alla medicina, la quale possiede un potere che, nella mentalità collettiva ormai digitalizzata, assume valenze taumaturgiche quasi come i “re taumaturghi” di cui ha scritto Marc Bloch, che dominavano le mentalità e i corpi degli individui. L’attuale medicalizzazione diffusa assume indubitabili connotazioni bio-politiche: essa, infatti, appare strettamente connessa a un controllo sempre più serrato e pervasivo della popolazione.

Per comprendere le dinamiche di tale medicalizzazione, possiamo rivolgerci alle lucide analisi svolte da Michel Foucault. Lo studioso francese, in Nascita della clinica, afferma che per contrastare le grandi epidemie, a partire dal XVIII secolo, la medicina assume una chiara coscienza politica: l’epidemia è un fenomeno collettivo ed esige uno sguardo molteplice. “Non ci potrebbe essere medicina delle epidemie se non affiancata da una polizia” (NC, 38), scrive Foucault. Nasce, in questo periodo, una nuova coscienza medica “preposta ad un compito costante d’informazione, di controllo, di costrizione” (NC, 39), un compito che è proprio dell’istituzione della polizia. Il fenomeno epidemico mette in moto una totalizzazione dello sguardo medico, “una coscienza collettiva, intessuta di tutte le informazioni che vi si incrociano, che cresce con rami complessi e sempre rigogliosi, elevata infine alle dimensioni di una storia, di una geografia, di uno Stato” (NC, 42). Lo sguardo medico percorre la società, diventa coscienza collettiva e attraversa tutti i corpi.

D’altra parte, Foucault ci aiuta a capire anche come, da un punto di vista storico, siamo giunti a tale medicalizzazione diffusa. In una conferenza dal titolo La nascita della medicina sociale tenuta a Rio de Janeiro nel 1974, poi uscita in rivista nel 1977, Foucault traccia una vera e propria storia della medicalizzazione. È sempre nel XVIII secolo che la medicina comincia a diventare una “strategia bio-politica”. Secondo lo studioso, si possono ricostruire le tre tappe della formazione della medicina sociale: prima medicina di Stato, poi medicina urbana e, infine, medicina della forza lavoro. La medicina di Stato si è sviluppata soprattutto in Germania all’inizio del XVIII secolo, ma già nel XVII secolo nasce anche una vera e propria polizia medica che aveva il compito di mettere in atto un sistema di osservazione e controllo della morbosità. La medicina urbana nasce in Francia alla fine del XVIII secolo ed interviene soprattutto per eliminare il panico legato alle grandi città. Infatti, già in quel tempo, le grandi città – scrive Foucault – producevano “tutta una serie di panici” (AF 2, 229), dovuti alla rapida diffusione delle epidemie urbane, dei rumori, degli scarichi e delle cloache. La città appare come un oggetto da medicalizzare. Si può ricordare che anche oggi quelle che destano maggiore preoccupazione per il “Comitato tecnico scientifico” sono le grandi città come Roma e, soprattutto, Milano, in una zona dove il virus aveva già colpito duramente nel corso della prima ondata. Il panico che producono le città, oggi, appare anche legato alla possibilità di maggiori assembramenti, a causa della concentrazione delle attività commerciali. Lo stesso obbligo di indossare la mascherina all’aperto nasce dalla paura di assembramenti nei centri storici delle città, laddove le strade sono più strette e vengono percorse da folle più serrate. Foucault afferma che per dominare queste preoccupazioni furono prese delle misure, fra le quali la più utilizzata fu senza dubbio la quarantena. Ogni città possedeva un suo piano d’urgenza che prevedeva: 1) tutte le persone dovevano essere localizzate in un unico luogo; 2) la città doveva essere divisa in quartieri posti sotto una sorveglianza generalizzata; 3) gli ispettori e i sorveglianti dovevano redigere un rapporto dettagliato mettendo in moto così un sistema di informazione centralizzato; 4) gli ispettori dovevano passare ogni giorno in rassegna tutte le abitazioni della città per mettere in chiaro il numero dei vivi e dei morti; 5) si procedeva alla disinfezione casa per casa. Il sistema della quarantena è stato quindi usato per le epidemie e, soprattutto, per la peste. Viene attuata in sostanza – dice Foucault – un’operazione che tiene ben presente il modello militare: come i militari vengono passati in rivista dai superiori, così i malati di peste venivano sottoposti al controllo e al conteggio. Oggi, niente di nuovo sotto il sole. La medicalizzazione è accompagnata a una militarizzazione diffusa delle città, solcate dalle auto della polizia e dalle camionette dell’esercito mentre, quotidianamente, da diversi mesi la nostra vita è scandita dai numeri: di tamponi effettuati, di contagiati, di ricoverati, di morti. Tutti ricordiamo poi le immagini di pochi giorni fa: l’arrivo del vaccino in Italia (evento caricato anche di una notevole dimensione spettacolare, come se si trattasse dell’arrivo di una rockstar), caricato su mezzi militari e scortato da soldati armati e dalle forze dell’ordine come un pericoloso ordigno nucleare. La medicina della forza lavoro, infine, appare soprattutto in Inghilterra: “L’intervento nei luoghi insalubri, la verifica delle vaccinazioni, i registri delle malattie avevano in realtà come obiettivo il controllo delle classi sociali bisognose” (AF 2, 238). A tale controllo si opponevano diversi gruppi, soprattutto religiosi, che volevano opporsi alla medicalizzazione politicamente autoritaria. Nei paesi cattolici, ad esempio, il pellegrinaggio a Lourdes diventa una pratica di opposizione al controllo medico che grava principalmente sulla popolazione povera.

In un altro intervento del 1976, dal titolo La politica della salute nel XVIII secolo, Foucault afferma che uno degli obiettivi principali del potere politico, sempre a partire dal XVIII secolo, è la salute e il benessere fisico della popolazione: “L’imperativo della salute: dovere di ognuno e obiettivo generale” (AF 2, 190). Dal XVIII secolo il medico comincia a godere di un “pluspotere”. Quasi come l’antesignano degli odierni virologi e infettivologi, il medico “diviene il gran consigliere e il grande esperto, se non nell’arte di governare, almeno in quella di osservare, di correggere e di migliorare il ‘corpo’ sociale e di conservarlo in uno stato di salute permanente” (AF 2, 196). In Crisi della medicina o crisi dell’antimedicina? (1976), lo studioso francese osserva poi che il campo di intervento dei medici non è più solamente limitato alle malattie. Esso si allarga, ad esempio, anche alla sfera sessuale degli individui, controllandone le deviazioni o le anomalie. Foucault nota che “oggi [cioè nel 1976] la medicina è dotata di un potere autoritario che ha funzioni normalizzatrici che vanno ben oltre l’esistenza delle malattie e la domanda del malato” (AF 2, 211). Come già notato, la medicina, nell’epoca del Covid, riallacciandosi alla pratica medievale e moderna della quarantena, ha il potere autoritario di regolare la vita degli individui e anche la loro vita sessuale, soprattutto dei più giovani, imponendo l’impossibilità di incontrare il proprio partner. Ha il potere di controllare a mano armata il pericoloso diffondersi del contagio nei centri storici, per mezzo del lockdown (cioè la vecchia quarantena) e di una pratica medievale come il coprifuoco. La medicina, inoltre, uscendo dal suo campo, si allarga a sempre più vaste sfere della società come, ad esempio, la scuola. Non solo la scuola viene chiusa a oltranza (nonché pesantemente colpevolizzata, luogo che produce panico e terrore) ma viene incentivato e auspicato come normale e diffuso l’utilizzo della didattica a distanza: tutti ricordiamo che la virologa Ilaria Capua, lo scorso marzo, aveva promosso un sistema innovativo di insegnamento a distanza (mi dispiace, ma proprio non ce faccio a scrivere “e-learning”). E di conseguenza, si allarga anche alla sfera dell’economia: lo stesso Foucault ci ricorda che la salute è diventata un oggetto di consumo, a beneficio delle grandi industrie farmaceutiche. Come già osservato, la medicina si allarga poi fino alla sfera dello spettacolo: novelli divi televisivi e digitali sono i virologi, i nuovi “re taumaturghi” dell’epoca del Covid. I medici espongono, per mezzo dei media, il ‘mostro’ Covid come il dottor Treves, in The Elephant Man (1980) di David Lynch, espone allo sguardo dei suoi colleghi, all’interno dell’operating theatre dell’ospedale della Londra vittoriana, lo sfortunato uomo deforme John Merrick. Il virus è diventato una star dello spettacolo come il Frankenstein di Frankenstein Junior (Young Frankenstein, 1974) di Mel Brooks, in cui l’esposizione del mostro a un consesso di medici si trasforma in uno spettacolo di tip-tap.

La medicalizzazione oggi è senza limiti: è bastata una crisi pandemica a ricordarcelo in modo così traumatico. Non è un caso che il processo di medicalizzazione diffusa abbia avuto inizio proprio nel Settecento, l’epoca dei Lumi. Dovremmo comunque ricordare, con Adorno e Horkheimer, che l’altra faccia dell’Illuminismo non è altri che il marchese De Sade, una “ragione sanguinaria”, per dirla con Robert Kurz. E se dietro questo pervasivo controllo, dietro questo panico delle città e dietro questo orrore del contagio, dietro questa spettacolarizzazione del dolore e della sofferenza, dietro lo stesso orrore spettacolarizzato e dietro il divenire spettacolo del linguaggio medico-scientifico si cela soltanto l’incapacità e l’inettitudine della politica che non riesce a garantire un sistema sanitario efficiente, forse allora dovremmo porci delle domande riguardo a questo modello di sviluppo medico e sociale. La situazione dell’Italia pare aggravata da carenze politiche e governative che risalgono addirittura al dopoguerra, quando gli aiuti del Piano Marshall servirono a incentivare lo sviluppo privato e individuale a scapito del pubblico. Ancora nei primi anni del boom, “una crescita orientata all’esportazione comportò un’enfasi sui beni di consumo privati, spesso su quelli di lusso, senza un corrispettivo sviluppo dei consumi pubblici. Scuole, ospedali, case, trasporti, tutti i beni di prima necessità, restarono parecchio indietro rispetto alla rapida crescita della produzione di beni di consumo privati” (Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 2006, pp. 291-292). Quando il governo, durante lunghi anni, distrugge la sanità pubblica e gli ospedali, “il primo compito del medico è dunque politico: la lotta contro la malattia deve iniziare con una guerra contro i cattivi governi” (NC, 46). Invece di lasciarci colpevolizzare dal potere politico, dovremmo finalmente riconoscere le gravi colpe di quello stesso potere, dal secondo dopoguerra a oggi, reo di crimini contro l’umanità per avere smantellato e devastato il sistema sanitario pubblico, trovandosi di fatto impreparato a tutelare la salute dei cittadini nel caso di una pandemia.  Se, ancora oggi, afferma Foucault, la medicina fa parte di un sistema storico, di un sistema economico e di un sistema di potere, forse è proprio questo sistema che andrebbe rimesso in discussione, poiché è basato su un modello di sviluppo capitalistico che insegue soltanto il profitto economico lasciando dietro di sé una scia infinita di morte e devastazione.

Guy van Stratten

 

Riferimenti bibliografici:

NC = Michel Foucault, Nascita della clinica. Una archeologia dello sguardo medico, Einaudi, Torino, 1998.

AF 2 = Michel Foucault, Il filosofo militante. Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977, Feltrinelli, Milano, 2017.

 

 

 

 

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