Comunicazione e culture

Della miseria degli Europei di calcio e degli Esami di Stato mediatizzati

Tra questioni di una certa rilevanza (come le vicissitudini di una coppia che si è trasformata in merce sui social ed il menù stellato propinato a una combriccola di compagni di merende vestiti a nozze nel salentino) e inezie (quali la morte di stenti di un giovane immigrato abbandonato dopo aver perso un braccio sul lavoro, l’incapacità di alcune cassiere di sintonizzare le loro evacuazioni corporali con i tempi e ritmi dettati dal supermercato, i tanti esseri umani lasciati improvvisamente senza lavoro in ossequio a sofisticate strategie produttive e la quotidiana dose di trucidati dalle guerre in giro per il mondo), a tenere prepotentemente banco sui media del Belpaese di Open to meraviglia in questi giorni, insieme agli Europei di calcio, è l’Esame di Stato, un tempo detto di Maturità. Due eventi di cui giornali, televisioni e social si impegnano a dare copertura totale.

È stato detto che dal momento in cui il calcio ha incontrato la radio e, soprattutto, la televisione, si è trasformato in un genere drammatico. Di certo la narrazione mediatica di un evento incide non solo sulla percezione immediata che si ha di esso, ma anche, a lungo andare, su eventi stessi. Viene da domandarsi quanto l’altro grande evento di questi giorni, l’Esame di Stato, risenta della narrazione che di esso viene fatta dai media. Già perché questo “rito di passaggio” (così continua ad essere definito da psicologi che sembrano sapere lunga, pur passando più tempo a pontificare nei salotti televisivi che nel loro studio), pare ormai essere divenuto un genere mediatico.

Costellato di debiti, crediti e di acronimi dall’effimera durata, l’attuale sistema scolastico è derivato da una ‘riformite’ ossessiva e cialtrona, supportata da strateghi aziendali travestiti da pedagogisti (o da pedagogisti che aspirano ad un più redditizio ruolo di consulenza aziendale) intenta a soffocare quel che resta anche solo dell’ambizione a un sapere critico per far spazio a una meritocrazia delle competenze che ormai non cela nemmeno più il cinismo delle sue finalità: trasformare gli individui da soggetti a oggetti, fornire al mercato del lavoro globalizzato e fluido soggetti-oggetti malleabili e spendibili nei contesti più disparati, meticolosamente deprivati di contenuti problematizzati, ma accuratamente allenati all’adattamento psicologico e professionale.

Nelle competitive società massificate e urbanizzate contemporanee, all’individuo sono espressamente richieste abilità di selfbranding, cioè di allestimento del proprio sé, di presentazione sociale, di trasformazione della propria soggettività in una realtà d’interesse pubblico. Dapprima il ruolo dell’autopresentazione in sede d’Esame è stato affidato alle “tesine” ma, per quanto spesso letteralmente scaricate da internet, odoravano ancora troppo di scuola, dunque si è passati alla presentazione delle esperienze lavorative effettuate nell’ambito della cosiddetta Alternanza scuola-lavoro, poi divenuta “PCTO” (“Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento”), ed ora in rampa di lancio c’è l’esibizione del proprio “Capolavoro”, una sorta di “prodotto” (preferibile ad “esperienza” secondo “gli esperti”) realizzato in corso d’anno dall’alunno di cui è tenuto andare particolarmente fiero, almeno per compiacere i “committenti”, in grado di rappresentarlo/vetrinizzarlo al meglio. La scuola contemporanea richiede pertanto all’alunno di creare e gestire la propria identità catturando l’attenzione altrui, a partire dalla Commissione d’Esame, adeguandosi agli standard di rappresentazione sociale prevalenti nella società.

Così come per creare l’evento calcistico dell’estate attorno alla partecipazione della nazionale agli Europei i diversi media bombardando il pubblico di anticipazioni, previsioni e disamine delle partite affidandosi “agli esperti che se ne intendono” e propinando una marea di interviste a calciatori, allenatori, giornalisti e tifosi, altrettanto accade con l’Esame: anticipazioni e previsioni circa gli argomenti delle prove scritte, suggerimenti su come affrontarle efficacemente, interviste ad alunni e docenti prima e dopo le performance e, ovviamente, un ampio ricorso “agli esperti che se ne intendono” tenuti ad esporre al gran pubblico come avrebbero svolto le prove e pazienza se si tratta di personalità totalmente ignare di come funzioni la scuola contemporanea e di come siano i ragazzi e le ragazze di questi tempi.

L’Esame attuale sembra un po’ un anacronistico programma sportivo Rai, diretto da qualche vecchia gloria televisiva in sella dall’era del tubo catodico che, per stare al passo con i tempi, si limita a suggerire di tanto in tanto l’esistenza di un social con cui gli appassionati possono interagire. Difficile però, di questi tempi, non pensare in termini distopici agli “smart-esami” del futuro. Difficile è anche non pensare al passato, quando questa ‘spettacolarizzazione’ dell’esame di Stato era ai suoi albori: vengono in mente alcune sequenze di Ecce Bombo (1978) di Nanni Moretti, in cui un intervistatore della televisione bombarda di domande una studentessa che non risponde e sembra imbambolata, ridotta ad un automa inserito negli ingranaggi della macina di uno ‘scuolificio’ che incentiva solo produzione di sempre migliori prestazioni. D’altra parte, sempre in questo film, incontriamo anche una pungente satira dello stesso meccanismo nonché dell’autorialità dell’esame, soprattutto nel momento in cui, in una sequenza da antologia, uno studente afferma di ‘portare’ all’esame un poeta contemporaneo e, immediatamente, lo stesso poeta di nome Alvaro Rissa, abbigliato come un hippy, si presenta di fronte alla commissione.

Inutile dire che la mediatizzazione di questi eventi si porta dietro una marea di parole scritte e urlate sui social. Nella contemporaneità, infatti, a fronte di ogni evento mediatizzato si scatena un’ondata di ritorno formata da opinionisti da tastiera, che dissertano di calcio così come degli autori usciti alla prova di Italiano: Ungaretti sì, Ungaretti no, magari al posto di Pirandello ci poteva stare tizio, oppure “nessuno tocchi Pirandello”! Insomma, viviamo in una società in cui il ritorno immediato dell’ipertrofica mediatizzazione digitalizzata si ripercuote nella necessità di schieramenti: di fronte ad ogni evento bisogna per forza essere schierati da una parte o dall’altra, con il pro o con il contro, come in un salotto televisivo, dalla guerra in Ucraina e a Gaza fino agli autori della prova di Italiano. Si può osservare, quindi, che la dimensione televisiva e spettacolarizzata che fino agli anni Ottanta e Novanta veniva vissuta in forma indiretta, vista cioè nei salotti televisivi, adesso, grazie ai social, si è trasferita a tutti gli individui, trasformando quegli stessi social in un enorme Maurizio Costanzo Show virtuale. Anche se non ce ne rendiamo conto, nella mediatizzazione digitale ipercontemporanea c’è tantissimo della spettacolarizzazione televisiva cresciuta come un’erba infestante a partire soprattutto dagli anni Ottanta. Da quel decennio deriva anche quella Notte prima degli esami cantata da Antonello Venditti che, inserita nell’omonimo film del 2006 di Fausto Brizzi, viene da qualche tempo pateticamente ‘recitata’ davanti alle scuole in favore di telecamere e smartphone dai ragazzi e dalle ragazze la sera precedente l’inizio dell’Esame, palesando con questo rituale il trionfo della vetrinizzazione mediatica.

Il processo di spettacolarizzazione investe ogni ambito e ogni occasione rilevante della vita quotidiana, ogni momento pubblico e privato. Lo stesso utilizzo abusato della parola “evento” nella lingua italiana (in cui siamo caduti, giocoforza, anche noi adesso), applicabile come un jolly a qualsiasi situazione, viene molto probabilmente dall’universo social, dagli “eventi” che si creano e si organizzano (il più delle volte di carattere virtuale) all’interno di essi. L’ipermediatizzazione digitale contemporanea ha perciò un’origine televisiva, che deriva a sua volta dalla diffusione ottocentesca dei quotidiani, quando nelle piazze e nelle strade ci si assiepava attorno allo strillone per acquistare le copie del giornale e ci si divideva in schieramenti opposti. Ma se allora, questi ultimi erano vissuti in forma diretta, con l’avvento della televisione tutto è stato vissuto in forma indiretta. E oggi non facciamo altro che percorrere questa cresta dell’onda perché – come scrive Debord – “tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”. E possiamo essere certi che il futuro avrà da regalarci sempre nuovi allontanamenti in rappresentazioni, fino a campionati di calcio virtuali con giocatori digitali o a scuole in cui al posto dei docenti ci sarà un ologramma gestito dall’intelligenza artificiale generativa. Restiamo perciò ancorati al corpo e alla realtà finché possiamo, e restiamoci il più a lungo possibile.

Per Codice Rosso, Max Renn e Guy van Stratten

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