La superlega di JP Morgan non è un attacco al calcio ma alla civilizzazione europea

La nascita della Superlega Europea sembra seguire ritmi da IPO di borsa, l’operazione di collocazione di nuovi titoli, piuttosto che quelli dell’evento sportivo. Poche ore dopo l’annuncio della nascita della Superlega, JP Morgan, la nota banca d’affari americana, ha infatti reso pubblicamente noto che sosterrà economicamente il progetto finanziando direttamente i club fondatori.

Chi conosce JP Morgan sa che non si tratta di una banca qualsiasi, anche se non esistono mai banche qualsiasi, ma di un’entità finanziaria in grado di saper navigare nei decenni e nei differenti cicli di globalizzazione. Infatti, come ricorda il libro The House of Morgan di Ron Chesnow, un testo del 1990 a maggior ragione utile oggi, senza JP Morgan non ci sarebbe nemmeno la Federal Reserve che finanziariamente parlando, e non solo, ha determinato la storia del XX secolo come quella del nostro scorcio di XXI secolo. E senza JP Morgan, che nasce nell’Inghilterra vittoriana per poi migrare definitivamente in USA, non ci sarebbe stata una vera entità bancaria in grado di raccogliere il testimone dell’egemonia finanziaria nella globalizzazione nel momento in cui passava dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. Ed è sempre JP Morgan, in sintesi, a tirare la coltellata finale a Lehman Brothers (è stata condannata per questo) rappresentando nel 2008 il culmine della più grave crisi finanziaria globale finora conosciuta.

Se JP Morgan si insinua nella crisi del calcio in epoca Covid, dichiarando pubblicamente di voler finanziare la Superlega ci sono quindi almeno due fattori da tenere in considerazione. Il primo è che sta pensando una nuova linea di prodotti e di servizi finanziari da offrire nel mondo dello sport e degli spot pubblicitari. Una roba grossa, tale da coprire un mercato per un miliardo di supporter, tanto è stimata la Superlega che, deterritorializzata, si pensa attragga più pubblico extraeuropeo della “semplice” Champions League. Il secondo è che i club rappresentati nella nuova entità calcistica dietro di loro hanno banche in sofferenza, diverse legate alla stessa JP Morgan, sia a causa Covid sia a causa della crisi strutturale del banking in epoca di tassi bassi. In ogni caso un mercato planetario come quello della Superlega sarebbe, potenzialmente, un grande fattore di crescita di fatturati entro quell’intreccio tra calcio e finanza che, da prima di Lehman Brothers, determina le mutazioni del calcio globale. E, non a caso, il Financial Times, nel momento in cui commenta il tentativo di entrata di JP Morgan di entrare nel calcio del prossimo domani, parla di oltre cinque trilioni di dollari di risparmio globale bloccati dal Covid. Il messaggio è chiaro: vanno intercettati quei risparmi con prodotti nuovi magari tipici di un cambio di epoca di una filiera che va dai prodotti finanziari, a quelli televisivi e mediali, al merchandising etc.

Colpisce che due premier molto sensibili, se non diretta espressione, del mondo finanziario, come Johnson e Macron si siano espressi decisamente contro la Superlega. Johnson naturalmente, oltre al consenso popolare, deve tutelare quella straordinaria economia dei servizi che si chiama Premier League, la serie A inglese. Macron guarda invece a quel mondo finanziario probabilmente insospettito dall’incursione di JP Morgan. E Draghi? Ha ottimi rapporti storici con JP Morgan, fin dall’epoca dei contratti vantaggiosi, per la banca di affari americana, contratti come direttore generale del Tesoro per finanziare il debito nazionale. Sarà curioso vedere come reagirà in una partita che è molto finanziaria e poco calcistica.

Si tratta così di giorni fondamentali per capire se il calcio riuscirà a somigliare a quello che conoscevamo oppure se muterà definitivamente in qualcosa di differente. Se la FIFA e la UEFA troveranno una mediazione con la Superlega o se tutto si farà più complicato. L’intervento deciso di JP Morgan ha però un significato chiaro: le cose devono cambiare subito, così chiedono il denaro e il mercato, se deve esserci mediazione tra FIFA, UEFA e Superlega le entità finanziare come JP Morgan devono dettarne i ritmi assieme a quelli della ristrutturazione del mondo del calcio.

Deve essere chiara però una cosa: il calcio non è un prodotto non è neanche propriamente una merce anche nelle sue forme maggiormente mediate dal mercato. Per la sua popolarità, praticamente coestensiva con la popolazione europea, è una delle strutture antropologiche della civilizzazione del nostro continente che determina comportamenti, stili di vita  e modalità di riproduzione delle società che contiene. In Europa il calcio è stato a lungo il punto di mediazione tra società di mercato e società della dépense (del gioco, dell’espressione delle energie e dei comportamenti vitali non di mercato, per usare un fortunato quanto irregolare concetto di Bataille), tra interessi vertiginosi ed evidenti e passione popolare di tipo ludico anche quando violenta. È stato persino il luogo dove queste differenti società si sfidavano sul campo, in un gioco che ha una audience globale, a seconda del significato che le tifoserie davano a una squadra o all’altra.

Se volete capire la classe operaia inglese studiate la finale della FA cup“, scriveva Eric Hobsbawn, dando indicazione ai giovani sociologi  all’epoca dei grandi scontri tra tifoserie lungo tutta la Gran Bretagna, facendo intendere come un gioco desse possibilità di comprensione, e di espressione, di una intera classe sociale. Oggi che cosa farebbe capire la Superlega? Il potenziale di acquisto di una nuova classe globale di consumatori per la quale Tottenham-Arsenal non è più uno dei tanti derby londinesi, famosi nel mondo per essere eventi locali, ma un’offerta abituale d’intrattenimento TV sganciata definitivamente dalla materialità del campo, dalla ritualità dei campionati e delle qualificazioni per le coppe?

La civilizzazione si può rompere da sinistra e da destra. L’equilibrio che si prova a rompere, via JP Morgan, è un attacco da destra. Trasforma definitivamente il calcio in un problema non di equilibrio di forme di espressione ma tra forme di pagamento dell’intrattenimento serale, in casa o in locali dedicati. È qualcosa di più cupo del calcio moderno che era comunque una mediazione, al ribasso, delle forme precedenti di mercato e di socializzazione.

Cosa accadrà in un prossimo futuro? JP Morgan accetterà una mediazione, rispetto all’ormai vecchio modello di calcio europeo? I club ribelli torneranno a casa? Ci sarà una tregua per ripensare i modelli? Ci sarà una guerra accesa tra federazioni e scissionisti?

Una cosa è certa. Questa è solo una delle mutazioni che attendono il mondo postCovid, la più veloce a causa della mole degli interessi in gioco. Già questa si presenta nella forma dell’attacco a uno dei fondamenti dei processi di civilizzazione. Figuriamoci cosa accadrà dopo, quando dallo sport si passerà ad altri sistemi sociali: nuove rivoluzioni conservatrici si apprestano a farsi conoscere nella loro pienezza.

 

Per codice rosso, nlp

 

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