Il coprifuoco, una pratica di disciplinamento sociale tra Medioevo, guerra e distopia

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo

Cecco Angiolieri

 

Il coprifuoco in vigore in Italia è una indubbia pratica di disciplinamento sociale. Che altra funzione potrebbe mai avere, dal momento che è molto improbabile che esso rappresenti una efficace misura di contenimento per la diffusione del Covid 19? Se i locali possono stare aperti fino alle 23, perché mai dopo le 23 ci dovrebbe essere una maggiore diffusione del virus? Forse perché il virus, come il terribile conte Dracula, esce solo di notte? E poi, per quale motivo non si può fare una passeggiata dopo le 23? Per lungo tempo, con i locali e i ristoranti chiusi, è stato in vigore il coprifuoco alle 22: ma se uno, dopo una giornata massacrante di lavoro, avesse voluto farsi una passeggiata in santa pace? No, non era possibile, e non è possibile, perché c’è il coprifuoco.

Come bene scrive Wu Ming 1, il coprifuoco è stato un altro “termine bellicista e da legge marziale rientrato nell’uso quotidiano senza incontrare il minimo attrito”[1]. Sempre Wu Ming 1 riporta una dichiarazione dell’immunologa Antonella Viola dell’Università di Padova, tratta da Adnkronos del 4 novembre 2020: “Il coprifuoco non ha una ragione scientifica, ma serve a ricordarci che dobbiamo fare delle rinunce, che il superfluo va tagliato, che la nostra vita dovrà limitarsi all’essenziale: lavoro, scuola, relazioni affettive strette[2]. Se il coprifuoco non ha una ragione scientifica ne ha quindi una psicanalitica (molto simile, in questo senso, all’utilizzo della mascherina all’aperto): serve per punire gli italiani ‘indisciplinati’ e irresponsabili da un punto di vista psicologico, come nella più feroce delle dittature. Le privazioni psicologiche, nei regimi totalitari, non sono infatti meno dure di quelle fisiche in senso stretto. Il coprifuoco, l’obbligo della mascherina e altre simili restrizioni attuate anche nell’immediato passato avrebbero quindi una finalità psicanalitica, nell’instillare nei cittadini uno spirito masochistico di sacrificio quasi cattolico (disprezzo verso tutto ciò che non è ‘necessario’: divertimenti, amici ecc.), nel piegare e torturare le loro menti, indirizzandole verso un progressivo processo di disciplinamento totale.

La pratica del coprifuoco ha una origine medievale: nel Medioevo, soprattutto in area anglo-germanica, infatti, esso consisteva nell’obbligo di spegnere i fuochi, all’interno e al di fuori delle abitazioni, affinché non potessero nascere degli incendi. Le case erano di legno e, da una torre campanaria (ignitegium, o peritegium) veniva dato l’annuncio di spegnere – letteralmente di coprire – i fuochi. Sempre nel Medioevo, il coprifuoco veniva imposto anche per ordine pubblico, per evitare ulteriori possibilità di risse e duelli fra esponenti di fazioni in lotta fra loro. Ad esempio, il poeta senese Cecco Angiolieri, appartenente a una famiglia di parte Guelfa, nel 1282 venne multato per violazione del coprifuoco,  essendo stato trovato in giro di notte dopo il terzo suono della campana del Comune. Del resto, non ci si poteva certo aspettare che osservasse il coprifuoco un poeta che ha scritto “S’i fosse foco, arderei ‘l mondo”, il quale, addirittura, avrebbe voluto trasformarsi in fuoco e bruciare tutto il mondo.

Il coprifuoco, come ha evidenziato Wu Ming 1, nella modernità e nelle contemporaneità ha anche una indubbia valenza bellica, in quanto è frequentemente associato a stati di guerra. Ad esempio, durante l’occupazione nazista della città di Parigi, dal giugno 1940, era stato istituito il coprifuoco per non dare all’aviazione alleata dei punti di riferimento. In Italia, esso era stato introdotto il 26 luglio del 1943 dal maresciallo Badoglio, alla caduta del regime fascista. Inutile ricordare che, durante il fascismo, era comunque in voga il divieto di “assembramenti”, un divieto che, sinistramente, compare anche oggi per evitare la diffusione del Covid. Un procedimento che, come quelli descritti sopra, possiede più valenze psicanalitiche e psicologiche che reali. Da notare che il coprifuoco continua ancora oggi nelle zone di guerra mentre, in Europa, sono pochissimi i paesi che, come l’Italia, continuano ad utilizzarlo come pratica di contenimento del virus. Esso appare quindi come la ciliegina sulla torta di una progressiva militarizzazione e bellicizzazione della vita quotidiana che viene attuata, in modo fascisteggiante, in Italia: se siamo in guerra con il virus, non c’è proprio da scherzare (e ce lo ricorda il personaggio in divisa e cappello piumato che procede con la sua “campagna militar-vaccinale”, somministrando a tutti gli italiani una dose di vaccino come se fossero reclute del suo esercito personale). È la pratica finale di quella assurda e idiota retorica del “siamo in guerra” di cui ho già avuto modo di parlare su “Codice Rosso”. Se siamo in guerra, allora, dobbiamo assuefarci alla presenza scioccante di uomini (e donne, purtroppo) in tuta mimetica, armati di mitra nelle nostre strade come abbiamo dovuto fare già dall’agosto del 2008, quando l’allora governo Berlusconi varò la cosiddetta “Operazione strade sicure”. La presenza degli autoblindi, delle tute mimetiche, delle armi così grossolanamente esibite nelle città, vicino ai cittadini immersi nelle loro attività quotidiane, ha dei risvolti veramente inquietanti, tanto da catapultarci immediatamente in uno scenario di guerra. È inquietante, veramente degno di uno scenario distopico, il fatto che un soldato vestito di mimetica e armato di mitra debba girare e controllare che io non mi faccia una tranquilla, piacevole e solitaria passeggiata dopo le 23.

Per finire, veniamo quindi allo scenario distopico. Il coprifuoco è una pratica in uso presso le terribili dittature che imperversano in apocalittici mondi futuri tratteggiate da molta letteratura e da molto cinema di fantascienza. Ad esempio, in 1984 di George Orwell, è permesso solo andare a lavorare e stare chiusi nelle proprie case, mentre tutte le pratiche di ‘divertimento’ sociale sono rigorosamente vietate: un po’ la realizzazione di quel processo di disciplinamento psicologico di cui parlava la virologa di Padova. Non a caso, in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, come finale capro espiatorio viene scelto un uomo che, a causa dell’insonnia, è costretto a passeggiare di notte fumando ininterrottamente. Sarà proprio lui la vittima innocente, designata dal potere, per mascherare la fuga del ricercato Montag: verrà fatto passare per il pericoloso fuggiasco e eliminato al suo posto. Perché di notte non si può andare così in giro, a caso, senza un motivo. Il coprifuoco è presente anche nel film V per Vendetta  (2005) di James Mc Teigue, tratto dalla graphic novel V for Vendetta di Alan Moore e David Lloyd. Durante un crudele regime del futuro che a Londra mantiene la sua dittatura grazie a attentati biologici manovrati per seminare il terrore, la giovane Evie Hammond si ritrova a percorrere le strade di notte dopo il coprifuoco. Fermata da due “castigatori”, due agenti speciali incaricati di ristabilire l’ordine, in procinto di essere seviziata e violentata, viene salvata da V, un misterioso vendicatore mascherato che, anni prima, era stato lui stesso vittima di terribili esperimenti biologici. La distopia sta uscendo dallo schermo e si sta diffondendo nelle nostre strade, attraversate da sempre nuove pratiche di disciplinamento sociale, che assomigliano sempre di più a quelle della Londra di V per Vendetta. Ma a salvarci dalle nuove sevizie psicologiche e fisiche del potere, stavolta, non ci sarà nessun vendicatore mascherato.

Guy van Stratten

 

[1] Wu Ming 1, La Q di Qomplotto. Qanon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema, Alegre, Roma, 2021, p. 353.

[2] Ivi, p. 354.

 

In copertina: V contro i castigatori, da V per Vendetta

 

qui si può vedere la scena del coprifuoco in V per Vendetta

 

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