Nel Girone dei Bestemmiatori: intervista a Alberto Prunetti

Giovedì 9 luglio è uscito in libreria “Nel girone dei bestemmiatori”, di Alberto Prunetti, ultimo romanzo della sua trilogia, iniziata con “Amianto” e proseguita con “108 metri”.
“Amianto” è la storia operaia di Renato, suo padre, e della sua morte prematura per aver respirato quelle fibre assassine, e la storia di Alberto, dall’infanzia fino a quel momento doloroso. Una storia di Piombino e di Casale Monferrato, che sarebbe potuta essere una storia di Taranto o di qualche altro posto dove gli operai – sì, quella classe operaia che nelle ciance di tanta narrazione attuale non esisterebbe più – muoiono “normalmente” di lavoro ogni maledetto giorno; “108 metri” racconta il lavoro precario e sottopagato in una Inghilterra sulla quale ancora aleggia il fantasma nero della Thatcher e soffia il vento della Brexit, racconta una classe operaia che lotta ogni giorno per salvaguardare la propria dignità, fino al ritorno a Piombino, quella delle acciaierie che fanno le rotaie di cento otto metri, ormai in disarmo.

Alberto, come si chiude questa trilogia?

Amianto è una scrittura di testimonianza, un mémoire, è la storia del mio babbo, lo sguardo del figlio ragazzo sul padre mito, forza e muscoli, ma poi fragilissimo, un corpo che si sgretola a causa del lavoro, un corpo in lenta decomposizione.
Con 108 metri si compie il salto generazionale: è la storia del figlio che si laurea, con il senso di colpa verso il padre che lo fa studiare ammalandosi. Poi con questa laurea non ci fa niente perché non ha capitale familiare o culturale alle spalle. Allora va in Inghilterra a pulire i cessi.
“Nel girone dei bestemmiatori” è il dialogo con la figlia. E’ un tema difficile da affrontare. Era forte il rischio di fare una sorta di mansplaining involontario. Ho tentato di non cadere nella trappola del paternalismo e del maschilismo. Invece di suggerire tesi e comportamenti, nel dialogo con mia figlia parto dal vissuto, dalle piccole storie che incarnano i contenuti.
Renato, mio padre, è il fil-rouge dei tre romanzi. Ho raccontato la trasformazione della vecchia classe operaia di maschi bianchi con la tuta blu e le mani sporche di grasso, fino alla nuova classe lavoratrice completamente diversa, dove ci sono soprattutto donne e lavoratori e lavoratrici migranti. Una caring class più che una working class, una classe che costruisce meno ponti ma si prende cura degli ammalati, delle pulizie, maledettamente anche dei ricchi.
Il girone dei bestemmiatori è una rivisitazione dell’Inferno di Dante in chiave anche umoristica, non moralistica. L’Inferno che racconto è il mondo del lavoro. Se la realtà è un Inferno, allora mi sono detto, bisogna fare i conti con Dante!
Inoltre ero stanco di questa idea della mera testimonianza: c’è l’idea che chi viene dalla classe lavoratrice deve raccontare solo le proprie storie di vissuto, mentre invece lo scrittore borghese può inventare mondi diversi, labirinti immaginari in cui perdersi. Anche io ho voluto creare un mondo, un immaginario, un universo di finzione. Sprofondare in una dimensione allegorica, in un Inferno come un mondo sotterraneo diverso da quello cristiano, non moralistico, al contrario! Qui non succede che i buoni vanno in paradiso ed i cattivi all’inferno, no. Qui succede un’altra cosa: i ricchi vanno in paradiso, ed i poveracci vanno all’inferno, come nella realtà, né più né meno. E quindi il paradiso è che un posto dove ci sono gli angeli un po’ crumiri, che tessono le lodi del sommo costruttore, che poi è un supremo palazzinaro dell’altro mondo, verrebbe da dire, mentre nei vari gironi dell’Inferno ci sono tutti gli sfigati che si fanno un mazzo così, come nella realtà succede tutti i giorni.
Finché Renato non crea un girone, quello degli invisibili, quello dei morti sul lavoro. E allora succede qualcosa. Ma non vi anticipo il finale.

In tutti i tuoi libri si percepisce la voglia di fornire un punto di vista diverso sul lavoro e sulla working class, diverso voglio dire da quello al quale siamo abituati.

Dobbiamo riprendere in mano la nostra storia, perché se non lo facciamo noi lo farà qualcun altro: e dobbiamo raccontarla partendo da noi, dalla pelle e dal corpo, dalle nostre parole. Altrimenti ci facciamo raccontare da altri, con paternalismo, condiscendenza, vittimismo. Dobbiamo essere vigili e rimandare al mittente – senza stancarsi – alcuni modi di raccontare la classe operaia, quella di una volta e quella più ibrida e diversa di oggi: modi che sono accattivanti perché sono consolatori e tranquillizzano la coscienza, perché eliminano dal racconto il conflitto sociale.
Una delle strategie usate per raccontare il mondo del lavoro senza conflitto è quella del vittimismo. Avrei potuto raccontare così la storia di mio padre in Amianto, ma mi avrebbe preso a pedate anche da morto.
Un’altra strategia è quella di raccontare il bravo ragazzo figlio di lavoratori che ce l’ha fatta, la storia del successo di chi parte ultimo, una meritocrazia ipocrita e bugiarda.
E poi respingo anche quel modo di raccontare la vita operaia mostrandola brutta, meschina, volgare, conservatrice, destroide, rassicurando i lettori di ceto medio, anche di sinistra, sulla loro superiorità morale. E’ la terza forma di aberrazione, quella della demonizzazione della classe operaia.
Ma soprattutto il primo tradimento di classe è farsi raccontare dagli altri. Basta con le donne raccontate dai maschi, o dai neri raccontati da bianchi: basta quindi con gli operai raccontati da borghesi. È questo che mi interessa: ci stanno raccontando i borghesi e ci raccontano male.

Per questo motivo stai curando per Alegre una collana dedicata alla working class…

Sì, con questa collana voglio andare oltre il racconto di testimonianza, ripartendo da due punti fondamentali, il conflitto e la solidarietà. Se racconti il lavoro senza la conflittualità, rimane solo la nostalgia dei vecchi tempi, o il racconto della sconfitta; se lo racconti senza la solidarietà, rimane l’individualismo, e quella solitudine che deriva dalla precarietà. La collana si propone anche di mettere in luce esperienze diverse dalla mia, perché la classe lavoratrice è stratificata, non è omogenea. Le storie delle donne operaie, le storie dei sottoproletari, ad esempio, possono trovare spazio nella mia collana. Sarà una serie di libri in cui raccontare non solo lo sfruttamento ma anche la solidarietà e il conflitto, e perché no, anche lo sberleffo verso i quattrinai.

Qualche titolo che ci suggerisci?

Siamo partiti da una storia di fuga dalla fabbrica, una storia carceraria, con “Ruggine, meccanica e libertà” di Valerio Monteventi. Poi una donna operaia raccontata dalla figlia con “Figlia di una vestaglia blu” di Simone Baldanzi. L’ultimo titolo è “Chav. Solidarietà coatta” di D. Hunter, una storia durissima di un lumpen di Nottingham, passato attraverso ogni istituzione totale, dal riformatorio all’ospedale psichiatrico. Un libro working class con un approccio queer, assolutamente necessario.

Infine, nel “Girone dei bestemmiatori” incontri tuo padre all’inferno mentre lui sta canticchiando Livorno di Piero Ciampi. Inoltre non mancano mai nei tuoi libri qualche riferimento a campi di calcio e partite rimaste nella tua memoria. Mi racconti il tuo rapporto con Livorno, col calcio e con il Livorno?

Il mi’ babbo era di Solvay ma a Follonica lo chiamavano il “livornese”. Io ero uno dei pochi a dire boiadé in classe da piccolo perché l’avevo imparato da mi pà. Almeno una volta al mese Renato mi portava dai nonni livornesi e dopo s’andava belli carichi a vedé le partite della seconda categoria della provincia di Livorno. Livorno era il posto dove il mi’ babbo mi portava nella domenica degli operai. Per lui era il posto più importante al mondo, un posto aperto al vento, alle libecciate della vita. Anche lui poi era uno di scoglio. Mi spiace solo che sia morto prima di vedere il Livorno in serie A. Insomma, Livorno ce l’ho nel cuore.

 

Alberto Prunetti nasce a Piombino nel 1973. Oltre ai tre libri della trilogia working class, è autore di Potassa (Stampa Alternativa, 2004), Il fioraio di Perón (Stampa Alternativa, 2009), PCSP. Piccola Controstoria Popolare (Alegre, 2015, riedizione rivista di Potassa). Traduttore di David Graeber, Angela Davis, Osvaldo Bayer, Bhaskar Sunkara, scrive su Giap, Jacobin Italia, Il lavoro culturale, Il manifesto e altre testate. La sua opera è tradotta o in corso di traduzione in spagnolo, catalano, francese, greco e inglese.

Per Codice Rosso:  Kcjones

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